JDF Belcanto spectacular: grandi velleità e modesta realtà

In questi mesi è diventata intensissima la produzione di recital operistici da parte della Decca. Da poco è uscito un nuovo disco, di puro sapore commerciale, che vede il più gettonato tenore del mondo in compagnia di alcuni nomi, oculatamente scelti, impegnati a tempo più o meno pieno nel repertorio belcantistico. Prodotto di carattere prevalentemente encomiastico celebrativo della fama del tenore e della “cassetta” sua e della Decca, questo cofanetto, con l’ausilio di una opportuna intervista al tenore contenuta nel dvd allegato, mira da un lato a far coincidere il belcanto con il canto di Florez mentre dall’altro finisce per documentare, complice proprio la scelta dei partenrs (tra i quali brilla per estraneità di repertorio Placido Domingo), la misera condizione in cui il belcanto oggi versa.

Il programma si compone di una scelta di duetti e di arie. Queste, di vocalità pienamente romantica, sono tratte da Lucrezia Borgia, Favorita, Elisir d’amore, Linda di Chamounix, Figlia del Reggimento (quest’ultima veramente inutile, perché l’esecuzione in lingua italiana non possiede alcuna specificità rispetto a quella già incisa in francese), a documentare quel repertorio non rubiniano eseguito nei concerti degli ultimi due anni. Scelte mirate a provare un ampliamento del repertorio del tenore dalla vocalità di grazia rossiniana a quella romantica. L’evoluzione del repertorio di Florez, lo sappiamo, è più velleitario che reale, fatto di titoli inseriti con fatica, per esecuzioni occasionali: dei titoli del disco solo l’Elisir sembra appartenere a pieno titolo al suo repertorio, anche se con esiti vocali ed artistici discutibili, come in quel di Torino, ben diversi da quelli ottenuti con la Fille. Le esecuzioni di Florez di queste arie, come anche dei duetti relativi di Linda, Elisir e Puritani, mostrano con evidenza i limiti vocali e di interprete di questo tenore. Laddove la scrittura musicale si fa più larga ed il fraseggio richiesto diventa più ampio rispetto alla vocalità di grazia rossiniana, l’accento meno stilizzato e da amoroso romantico (si vedano per tutti la Borgia ed i Puritani) il tenore si riduce ad un esecutore corretto e garbato, ma inadatto per mezzi vocali e privo di dinamica e varietà di accento. La voce, di pura fibra, sebbene privata delle caratteristiche vibrazioni retronasali, sempre evidentissime in teatro, risulta povera per questo repertorio, incapace di flettersi nel gioco dinamico piano-mezzoforte-piano, talora anche impercettibile, che è peculiare nella vocalità dell’elegante tenore romantico. E questo perché il mezzo naturale è inadatto per sua stessa natura a questa vocalità, che Florez tenta di dominare solo cantando forte, ossia al massimo della sua pienezza di suono. Una voce priva di cavata non può che dar luogo ad un accento simulato, con piccoli artifici quali la variazione di tempo di un da capo rispetto alla prima strofa, ma mai ad un accento sulla frase o sulla parola. Ne è un esempio chiarissimo la Favorite, dove esegue piattamente la prima strofa, tentando con fatica di smorzare il primo Pitié pitié, ed eseguendo molto più rallentata la seconda, dove il canto piano è faticosissimo. E’ in difficoltà evidente in ogni suono che cada sulla lettera U, dove il suono appare spesso privo di appoggio; cerca la consueta emissione sulla E, nemmeno sempre coperta, che gli dà maggiore sonorità, ma la voce resta smilza e la linea di canto…noiosa (anche nelle altre arie manca il canto sulla A, sulla O, e l’insistenza sulla E o, in alternativa, la IE danno luogo ad una voce piatta ed infantile). Il sound della voce, complice anche il primissimo piano in cui i fonici collocano Florez, anche rispetto ai colleghi, rende questa aria più simile ad una canzone che non ad un’aria d’opera. L’effetto si percepisce vistosamente anche nella Borgia, dove la scrittura è fatta di frase ampie e lente, e Florez si butta a cantare forte sin dal recitativo. Anche Kraus cantava quest’aria con una voce non certo ricca di armonici, ma l’immascheramento gli consentiva di eseguirla con sonorità per nulla infantili, ben maggiore flessibilità, a vantaggio della linea di canto, che risultava aristocratica ed elegantissima, compensando appieno il limite timbrico.
A poco valgono, poi, le puntature all’acuto, come quella al do di Favorita, eseguite sempre sparate, di forza, quindi in modo estraneo al carattere estatico, amoroso, lirico dei brani. L’esibizione dei nove do della Fille, tra l’altro meno belli di quelli precedentemente incisi, restano un mero virtuosismo vocale in un’aria che è scritta al solo fine di stupire con l’acuto; laddove l’acuto, invece, risolve una frase ove il contenuto espressivo è denso e nettamente percepibile, questo suona estraneo, brutale e…manrichesco.
Per Elisir, aria come il duetto “Venti scudi”, valgono le considerazioni fatte a suo tempo in altra sede sulla prova torinese. La scrittura centrale non lo aiuta certo a mettere in mostra le sue qualità. Il duetto è piatto, in primo enunciato come sul sillabato del baritono, complice anche un’orchestra davvero priva di dinamica. Il suo compagno di duetto un belcantista non è certo, causa l’emissione abbastanza verista (si veda subito l’attacco del duetto…) e per accento poco vario. Ma siamo al meglio dei duetti proposti. Con una Patrizia Ciofi afonoide, dalla voce “buca” sin dalla prima battuta “Oh Carlo”, Florez emerge, disbrigandosi abbastanza bene nel duetto della Linda. Di accento vario o di linea di canto aristocratica non se ne parla (non possiamo fare a meno di rammentare l’eleganza di un Kraus come del Giuseppe Sabbatini scaligero). Il carattere del duetto, però, gli si addice, e la linea di canto è nitida, come al solito, con alcune smorzature di gusto. La compagna di viaggio stenta su ogni accento per motivi vocali evidentissimi: la voce, messa in posizione davvero imprecisata, è talmente malridotta che non riesce a legare i suoni della tessitura centrale di “Son più misera di te…” e quanto segue. Oren fa il resto, accompagnando con una mollezza irritante la stretta “Ah consolarmi affrettisi”, che i due cantano in souplesse e totale assenza di accento sino alla fine, da capo incluso. Esito un filo migliore ha il duettone dei Puritani, eseguito con il taglio di prammatica. La scena soffre del pessimo accompagnamento dato dalla bacchetta, davvero fiacco e pesante. La diva russa ha voce di altra qualità e proiezione rispetto alla Ciofi, più piena ed avanti, sebbene artificiosamente scurita nei centri per sembrare meno soprano leggero di quanto non sia in realtà. Peccato che canti tutta la prima sezione del duetto assolutamente priva di accento, quasi da dubitare che capisca il senso di quanto canta. Meno soporifera ed inerte la seconda parte, “Vieni tra queste braccia”, ma in ciò è anche il carattere del pezzo a tenere desta l’attenzione dell’ascoltatore. Florez canta quasi sempre forte in quanto la parte è troppo pesante per la sua voce, ed in alcuni momenti risulta davvero al limite. Il re all’unisono è un doppio urlo, stesso dicasi dell’acuto finale. L’impressione che se ne ricava è quella di un canto monocorde per manifesta inferiorità delle due voci rispetto alla parte.

Due analisi in dettaglio:

Il duetto rossiniano del Viaggio a Reims è quasi indecente, e questo a causa di Daniela Barcellona, in condizioni vocali disastrose. La voce è dura e fissa in alto già sulla zona mi-fa, mentre sotto, la tendenza è quella a scendere di petto (si comincia con il do basso di “ardore” del recitativo per proseguire alla puntatura al do basso di “profano cor” dell’allegro moderato, veramente di “pettaccio”), le agilità abborracciate. E’ impressionante sentire il più celebre contralto en travestì degli ultimi anni cempennare malamente duine, quartine e quanto segue di “ignota ancora” e l’esecuzione della piccola cadenza dell’“a piacere” di “ancora”, compreso il re basso di petto; pasticciare le scale ascendenti e discendenti scritte nonché le successive quartine su “profano cor”; eseguire con voce senescente e gridata le battute che precedono l’andantino e di nuovo sgangherare le quartine di “cor non sa”. Il vero naufragio del duetto, però, si compie proprio all’andantino “Al barbaro rigore”, accompagnato anche troppo lentamente da Oren, dove la voce appare davvero pesante, durissima, incapace di flettersi all’esecuzione legata delle terzine della battuta 110 come delle successive duine. Florez le sta accanto elegante, sebbene canti generalmente forte e con agilità non più nitide. Entrambi soffrono nell’esecuzione delle sestine con messa di voce della battuta 135, dove arrivano al forte gridando, mentre la Barcellona discende al grottesco con le duine staccate della battuta 142 “batte in seno, si mi batte in seno”. Incredibile!
Cambia poco nell’allegro, dove sentiamo ancora quanto di più antibelcantistico sia possibile sempre da parte del famoso contralto, incapace di eseguire la coloratura, duine di “provato ancor”, gli staccati previsti di “più cari palpiti”, le quartine del “non ho provato ancor”, mentre Florez riesce in qualche modo a tenere il passo. Florez varia bene il da capo, mentre la Barcellona nuovamente pasticcia: la sequenza di quartine prevista come in prima strofa viene marchianamente semplificata, aggirando l’ostacolo. Il do in chiusa è un urlo spaventoso.
Belcanto spectacular? Ne dubito proprio.
(Vi invitiamo al confronto tra questa edizione del duetto e quella live da Pesaro 1984, dove un Francisco Araiza sempre criticato in Rossini mi pare offrisse comunque una prova di canto di qualità superiore.
duetto Araiza -Valentini Terrani, Pesaro 1984)

E passiamo al “bonus”, il duetto dall’Otello di Rossini (che a rigore costituisce la prima parte di un terzetto…!) con Placido Domingo. Un vero prototipo di incisione commerciale, dal carattere anche un pochino…trash! Già, perché è questa l’impressione che desta il vecchio Domingo alle prese con quanto gli fu sempre estraneo anche nel pieno fulgore della carriera. E’ il pezzo migliore tra quelli incisi da Florez in questo disco, attaccato con piglio, volume e timbro più consoni, seppur sempre da tenore di grazia spinto al limite dei suoi mezzi drammatici. Bellissimo il do, seppure le agilità non siano accentate di forza e precise. Finalmente, a differenza del disco di Rubini, si ricorda che il segno di corona prevede che l’esecutore si esibisca in qualcosa di personale, e lo fa sul sol di “saprò” in chiusa alla prima strofa con una volata. Domingo replica, da posizione retrostante a Florez, con una voce vecchia, dura, davvero improbabile dal sol in su. La coloratura è abborracciata malamente, eseguita con voce anche malferma. Esegue all’ottava la puntatura al do acuto e la seguente scala discendente, pure questa abborracciata. Nello scontro frontale “all’armi, all’armi” Florez, come suo costume, punta sparato al do, mentre entrambi si fanno un bello sconto nella sezione finale, eseguendo le note scritte accentate e legate di “quel traditor già parmi…”.
Un bonus che fa riflettere sul senso della scelta del partner, sulle motivazioni artistiche che hanno mosso quest’ultimo ad esibirsi in condizioni imbarazzanti, a disonorare tanta carriera ed intelligenza artistica.

Morale della favola?
Una immagine del belcanto che non piace a chi il belcanto ha avuto l’onore di ascoltarlo messo in scena dai grandi. Una immagine del presente che non è nemmeno la migliore possibile, laddove il più famoso tenore contraltino del momento ometta di invitare partner, seppure anziani, come la Devia, la Gruberova, la Anderson, Pertusi…. Almeno loro avrebbero offerto ragioni anagrafiche alla loro senescenza e non limiti tecnici e vocali congeniti.

Per noi del pubblico come per i protagonisti di questo velleitario evento commerciale assume grande valenza didattica un noto video che qui vi alleghiamo, dove due grandi belcantiste e un maestro sommamente esperto del Belcanto (con la B maiuscola) ne illustrano i fondamenti concettuali, tecnici e stilistici.

8 pensieri su “JDF Belcanto spectacular: grandi velleità e modesta realtà

  1. Sono abbastanza d´accordo con voi,in particolare per quanto riguarda i giudizi sui partner di Florez in questo disco.Purtroppo,quando si mette mano a iniziative del genere,sarebbe opportuno chiamare un direttore d´orchestra estroso,filologo ed esperto di prassi belcantistica.Uno come Bonynge,per capirci.Per il resto,io penso che Florez abbia i suoi meriti e,nel deolante panorama tenorile attuale,occupi una posizione di primo piano abbastanza a buon diritto,a patto che si tenga alla larga da Verdi.Casomai,se volesse estendere il suo repertorio,gli suggerirei il Mozart italiano o certo repertorio francese,Nadir per esempio.
    A proposito,scriverete qualcosa sul Romeo di Villazon a Salzburg,che qui abbiamo visto su 3Sat sabato sera?
    Ciao da Stoccarda

  2. Aiuto… Villanzon in Romeo… Che orrore… L’ho visto su youtube nella scena finale e mi è bastato (per non parlare della sua partner, di cui ignoravo completamente l’esistenza, tal Nino Machaidze… Completamente svociata!!!) Sul fatto che Florez sia uno dei pochi, nel desolante panorama tenorile odierno, a poter quanto meno cantare, semplicemente perchè ne possiede le note, alcuni ruoli di Rossini, non c’è dubbio… Ma sulla possibilità che possa intraprendere la traversata del repertorio mozartiano ho qualche dubbio, lasciando ovviamente da parte Don Ottavio e, forse, il Così fan tutte… Di certo non credo che Idomeneo sia adatto alla sua voce, e men che mai il Mitridate… Per quanto concerne Nadir, sarebbe di certo adatto al timbro, ma se un tenore è incapace di cantare piano sul passaggio, non potrà mai cantare Nadir… E’ impossibile, a meno che non voglia incorrere in un Bizetcidio :)

  3. Ciao Velluti,
    naturalmente hai ragione:quando parlavo di Florez accostato a Mozart pensavo proprio a Don Ottavio e Ferrando,non certo a Mitridate,Idomeneo oppure Tito.Casomai si potrebbe aggiungere Idamante nella versione di Monaco.Per Nadir io penso che Florez,guidato da un direttore adatto,potrebbe essere interessante,cosí come Carlo di Sirval,almeno da quello che il CD lascia intendere.Ma,parlando in generale,io credo che il piú grosso problema dei cantanti di oggi non sia tanto la tecnica quanto la capacitá di gestire la carriera e la scelta del repertorio.
    Saluti

  4. Io credo bisognerebbe interrogarsi sul desolante livello a cui è precitata l’arte del canto in quest’ultimo decennio, dopo che il quindicennio precedente ci aveva illusi in una duratura ripresa.
    Io credo che uno dei motivi principali di questa debacle sia da ricercare nel predominio, o meglio dittatura, esercitata ormai dai cosiddetti “registi”, il cui poter aumenta sempre più, e incide ormai, lo si voglia o no, sulla parte musicale.
    Pensare che vent’anni fa ci si indignava per cantanti come Bonisolli, Carroli, Todisco o Bini… se si arriva a rivalutarli, confrondandoli agli assoluti inetti che si sentono oggi biasciare o urlare sui migliori palcoscenici, vuol dire che siamo messi proprio male!
    Che fare? Rifugiarci nei dischi storici?

  5. Sicuramente i registi “onnipotenti” (fra non molto pretenderanno anche “il nome sopra il titolo”, come i grandi maestri di Hollywood), pieni di boria e magari anche ignoranti (ci sono quelli che arrivano alle prove e chiedono ai cantanti di raccontare loro la trama…) contribuiscono ad abbassare il livello delle performance.

    Resto tuttavia convinto che la responsabilità maggiore sia del pubblico, ossia nostra.
    Quando ci viene proposto uno spettacolo indecente (e per indecente intendo: privo dei requisiti minimi, ovvero cantanti che sappiano cantare, direttore capaci di andare a tempo e seguire le voci, regia rispettosa delle ragioni della musica e del libretto) non dovremmo subire in silenzio, ma fare sapere agli “artisti” tutto quello che pensiamo di loro. Ma si sa, oggi la moda è applaudire tutto, sempre e comunque… E chi dissente è in malafede, agisce per interesse personale etc. etc.

  6. Verissimo. Oramai il regista è la vera “star” delle produzioni operistiche. La circostanza è ancor più evidente guardando i cartelloni di alcune stagioni estere, dove il suo nome precede quello del direttore d’orchestra ed è messo in risalto più di quello dell’autore (ormai si assiste all’Alcina di Carsen o alla Butterfly di Wilson, con buona pace di Haendel e Puccini..). Ovviamente questo ipertrofismo di regia e messinscena è inversamente proporzionale alla resa artistica dello spettacolo: sembra, anzi, un modo per mascherare il livello scadente delle rappresentazioni. Ridurre l’opera a mero evento teatrale in cui la musica è parte (ma non protagonista) permette di non concentrarsi (od occuparsi punto) sugli aspetti propriamente tecnici e musicali. Ovviamente è un abuso, ma ampiamente avallato. Certo la colpa è anche del pubblico che apaticamente ingurgita questa disgustosa pietanza. Ma una buona responsabilità è da attribuirsi a critici e organi di stampa. Sono loro che “ammaestrano” il pubblico a sonnecchiare con gratitudine davanti ad ogni schifezza. Sono giornali e recensori che, incuranti della realtà dei fatti, raccontano solo di trionfi. E’ una critica che ormai da anni sopravvive a sè stessa, trasformata in strumento di propaganda a libro paga, che fa costume o gossip o qualsiasi altro permetta di non occuparsi di musica. Sono organi di stampa e, soprattutto, siti internet che fabbricano il consenso, che accusano chi dissente di essere un pericoloso eversore o un facinoroso fanatico. Non per nulla quei siti sono assai frequentati da manager e agenti di questo o quel cantante: preparano il terreno. E poi non ci si dimentichi della grande responsabilità dei teatri e delle loro politiche in tema di vendita e prenotazioni di biglietti: ormai la serata a teatro è parte di un pacchetto viaggio “all inclusive” oppure è propaggine di convention e fiere. Ovvio che il turista che accede (pagando un sacco di soldi) a teatro – spesso ignorando pure a cosa sta assistendo – magari dopo un pomeriggio di shopping e prima di una cena che gli viene prospettata da programma, molto raramente dissentirà di fronte alle porcherie che gli si offrono, ma applaudirà comodo nella sua poltroncina, sonnecchiando e guardandosi attorno mormorando tra se “wonderful”….

  7. A corollario di quanto detto sopra, aggiungiamo i desolanti discorsi dei commentatori di Radio 3, cha hanno raggiunto il culmine nelle radiotrasmissioni del ROF di questi giorni, con quel personaggio che si rivolge al registucolo di turno con l’immancabile “Maestro…”, neanche avesse di fronte Visconti, Samaritani, Benois o la Walman redivivi. Per “fortuna”, al Maometto II, stroncatura su tutta la linea! E perchè? Perché il regista aveva osato “rispettare le didascalie”, cosa che in un festival “filologico” non va fatto, perdio!
    Torniamo al recital di Florez. Concordo di massima nelle vivisezioni critiche delle varie arie, fermo restando che il peruviano qua e là non se la cava poi tanto male. Resta il fatto che tende a cantare sempre forte e con la stessa espressione, il che ingenera alla lunga assuefazione e noia. Confido comunque che il bel Juan Diego sia abbastanza intelligente da gestire in futuro il repertorio con molta, ma molta prudenza.
    Rilevo infine che nel recital in questione vi è sfuggita una chicca: la smorzatura dell’acuto finale dell’aria della Linda è solo in minima parte merito del buon Florez, all’exploit avendo ben più contribuito l’elettronica, mercé un potenziometro artatamente manovrato, o qualche altrettale diavoleria.

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