El día de Carmen. Terza parte: la serata ambrosiana di "Cammelina" alla Scala

Il rito si è compiuto. Mentre gli invitati ufficiali degustano il parsimonioso dopo Scala noi commentiamo, quasi a caldo il parsimonioso spettacolo.
I giornali, i telegiornali della notte staranno già parlando e del trionfo di Barenboim e della consacrazione della protagonista e del tonfo della regista.
Allora, noi la pensiamo un po’ diversamente.

I veri strali del pubblico, la scarica di fischi sarebbero toccati al direttore d’orchestra ed a chi (monsieur Lissner soprintendente e direttore artistico) ha confezionato lo spettacolo. Quanto al maestro Barenboim rammentiamo che ha speso il mese, consacrato alle prove, a ben altro ovverso concerti, direzione del Requiem verdiano a Milano ed altrove, lunghe interviste per cercare la propria consacrazione. Ha per contro offerto una versione del capolavoro di Bizet in pochissimi punti (preludio del primo atto, entr’acte del quarto, finale del secondo e del terzo atto) fragorosi e rumorosi con un suono orchestrale costantemente sgarbato e brutto. La più parte è stata una Carmen lenta e pesante con punto di autentico sopore come la seduzione di Carmen al secondo atto, il duetto finale, per tacere di un asfittico ed effeminato coro dei monelli, una slavata scena delle carte. Anche in questi momenti di torpore il suono orchestrale non era affatto elegante e pulito. Chi vedesse il gesto del direttore aveva l’impressione di una presenza sul podio occasionale e distratta. Il punto peggiore un solare, sonoro preludio all’atto terzo, quando siano tra le gole dei Pirenei e di notte. Precisiamo, per rigirare il coltello nella piaga, che il direttore non sa assolutamente tenere conto delle forze vocali di cui dispone. Va avanti per la propria strada. Peccato che diriga l’opera.
A prescindere dai singoli momenti è chiaro che l’errore di fondo di Barenboim sta nel confondere il fragore con il vigore e l’asetticità con l’eleganza. Ed è un errore gravissimo, che avrebbe meritato la vera autentica salve dei fischi. Anche perché è doveroso rammentarlo: l’orchestra sta in buca e non sale sul palcoscenico a far da parafulmine agli eventuali strali dell’ancora temuto loggone, che il direttore d’orchestra e quello artistico, ripetiamo, avrebbero meritato.
Certo che il parafulmine della serata è stata Emma Dante ed il suo spettacolo. Ha trasformato Carmen in Cammelina da Baaria o giù di lì. Il problema non è la sicilianizzazione della Carmen, ma la pochezza intellettuale che vi sta a fondamento. Tralasciamo degli svarioni in una regista che si picca essere attenta alla tradizione (perché la berlina delle religione importa ed impone una esaustiva conoscenza della liturgia e delle tradizioni popolari), citando, però, i flagellanti che portano “la cassa”, una persona ai piedi del letto di un morente, tralasciamo che dovrebbe essere noto ad una donna siciliana che per strada non si partorisce, per pudore e atavico senso dell’onore. Segnaliamo, però, tutta una serie di inutili elementi aggiuntivi come il richiamo al lavoro minorile delle sigaraie, una tavola alla taverna di Lila Pastia, degna di una lussuosa Traviata, la censura alla tauromachia alla scena del Toreador, la distribuzione di croci in plastica da parte di cinque prefiche come controscena alla scena delle carte, che rammenta il segno posto sulle sepolture in esumazione al Cimitero Maggiore di Milano, una sfilata dei toreri, che la presenza di un enorme turibolo fa credere effettuata a Santiago de Compostela, ridotta ad otto smilzi maschietti e la presenza di una costante “messa al campo” ogni volta che compare Micaela. Segnaliamo, da ultimo citazioni ad abundantiam dei film del genius loci siciliano Tornatore, per concludere che questo modo di allestire lo abbiamo già visto in registi, oggi flagellati e messi alla berlina come Zeffirelli, che credo sia esecrato ed esecrando, sotto ogni profilo, per la fischiatissima Emma Dante. In sostanza la signora si preoccupa di riempire la scena, non di amplificare e suggerire quel che succede. Esemplare di questa idea l’inerte scena della seduzione dove l’immobilità della protagonista evoca quelle deprecate di una Horne o di una Cossotto.
Sacrosanti i fischi.
Quanto a fischi ne avrebbe meritati sin dall’inizio la signora Damato, che ha cantato Micaela con voce e tecnica, che giustificherebbe la bocciatura all’iscrizione alla prima classe di canto in conservatorio. Una pietosa caricatura. Ma anche qui i fischi sarebbero toccati a chi l’abbia scritturata e ne abbia omesso la protesta.
Smilzo di voce e di aspetto fisico Erwin Schrott, che non ha reso la protervia e l’eccesso di virilità di Escamillo, eroe popolare, macho per definizione. La canzone del Toreador è passata via nel silenzio imbarazzante, limitata ampiezza alla sfida con don Josè, nessuna morbidezza alla ripetizione della canzone del Toreador o al duettino del quarto atto.
I protagonisti: nessun timbro sensuale, nessuna eleganza di canto, volume limitato e poca ampiezza, insomma un don José dimesso e fiacco quello di Jonas Kaufmann. Poi possiamo anche dargli l’attenuante generica dei tempi soporiferi di Baremboim, che sarebbero consoni a tenori di altra ampiezza e di ben altra saldezza vocale. Per la precisione gli acuti ( quei pochi previsti) sono tutti spinti e forzati e i tentativi di cantare piano addirittura comici. Solo la consuetudine al bercio e la disaffezione al canto morbido e legato del pubblico ha salvato il bel Jonas.
In fondo la trionfatrice della serata Anita Rachvelishvili. Non è un mezzo soprano, ma un soprano lirico spinto, se sapesse cantare. Basta sentire le inesistenti note basse e le difficoltà in alto perché il centro è gonfiato alla ricerca di una sonorità che non le è connaturata. Nessuna insinuazione, nessun fraseggio bruciante, nessun ammiccamento, anzi qualche concessione alla tradizionale recitazione volgare della Carmen donnaccia, solo la saldezza dei mezzi della cantante in forza perché la natura è generosa. Mi domando e con questo saluto, siccome Carmen è un unicum per la limitata difficoltà vocale, se domani la consacrata protagonista canterà Amneris o Rosina, perché dalla scelta non può sfuggire.

13 pensieri su “El día de Carmen. Terza parte: la serata ambrosiana di "Cammelina" alla Scala

  1. Impressioni a caldo dopo aver visto lo spettacolo in tv su ARTE. Barenboim ha diretto in modo fiacco, slegato e nettamente meno personale che a Berlino nella produzione del 2006 a cui avevo assistito. Regia inutilmente sovraccarica di gags da avanspettacolo; le scene di Richard Peduzzi devono essere state riciclate dal Tristan di due anni fà. Interessante la protagonista Anita Rachvelishvili, Kaufmann in cattiva forma vocale, Micaela inesistente, Schrott con la voce a pezzi e gravi problemi di intonazione nell´aria. Per tutti, una pronuncia francese che al di lá delle Alpi non consentirebbe nemmeno di ordinare un caffè. Censura particolare in questo senso a Kaufmann, che canta in un singolare francese tedeschizzato, con tutte le "e" strette, cosa che si ripercuote fatalmente anche sull´emissione.
    In complesso, spettacolo magniloquentemente inutile.
    Saluti

  2. Non posso aggiungere una parola a quello che avete già detto e che si dirà nelle prossime ore.
    Oh proprio… potrei, ma non voglio sprecare il mio tempo criticando uno spettacolo che verrà portato alle stelle dalla critica (se no, chi li darà i biglietti omaggio per entrare dentro il sacro portone?), criticando i cantanti, se posso permettermi di usare questo termine per questi interpreti ormai quasi tutti collaudati professionisti del canto lirico, criticando la mancanza di stile e di precisione delle masse scaligere, orchestra e coro, una volta capisaldi nel mantenere alta la bandiera almeno del particolare ed inividiato "suono" scaligero che non si sente più, capitanati da un direttore d'orchestra che dall'Aida in poi mi ha dato l'idea che non sia diverso da tutti gli altri direttori d'orchestra che da una trentina d'anni sono scesi a prendere il loro posto salendo sul podio nella fossa scaligera oggi forse diventata una vera "fossa".
    Prendo fiato…
    E bravo mozart2006 che parli della pronuncia, per me INACCETTABILE da questi interpreti "moderni", "bravissimi", e "a tutto tondo".
    Lascio il resto a voi.

  3. Davvero condivido in pieno e sono con Voi! Aggiungo anch'io qualche opinione personale. l'elemento che io trovo di maggior fastidio è proprio quello che il Teatro lirico italiano 'per eccellenza' (al di là del fatto che si è puntato su una regista 'isolana' che ha ignorato fino a questo momento il teatro d'opera) abbia avuto l'esigenza di comporre un cast totalmente costituito da artisti non-italiani. E sia. Questo sempre ad ennesima conferma ( direi quasi a sprezzante sottolineatura) che i nostri artisti non sono preparati, non sono in grado di proporsi nel Massimo teatro italiano (che non a caso è 'sovrainteso' da un illustre Francese e musicalmente diretto da un altrettanto illustre musicista 'internazionale' come Baremboim). Punti di vista. Condivisibili o no. Ma quando poi i 'selezionatissimi' interpreti scelti chissà dove si rivelano per nulla all'altezza della situazione, nessuno dice nulla. Anzi. Osanniamo la femminilità di una Carmen inesistente, lodiamo la leggera soavità di una Micaela inudibile, apprezziamo le metamorfosi vocali di un Don Josè che da corretto (nel primo atto) si va via via camuffando di una vocalità artificiosamente brunita e baritonaleggiante( chi glielo avrà detto che don josè è un antesignano vocale di otello….) applaudiamo la verve di un Escamillo che non c'è. E poi la regìa: ambiente stile -Tornatore: davvero mancava la procace Cucinotta che attraversasse la scena occhieggiando ed ammiccando. Chissà magari il Maestro dal podio si sarebbe ridestato un po'.
    Grande il senso di spaesamento e nostalgìa per quegli spettacoli che hanno fatto grande il nostro Teatro alla Scala: qualche nome? Giulietta Simionato, Corelli , lo stesso di Stefano, diretti e condotti ( seppur con tutti i limiti che la consuetudine di una poco cosciente prassi esecutiva, allora, inevitabilmente imponeva) sul fiato della vera musicalità e della più genuina ed onesta interpretazione.

  4. RIPORTO LA RECENSIONE DI ENRICO STINCHELLI SU FACEBOOK:

    CARMEN ALLA SCALA: IL BALLO DELLE RIBUTTANTI
    Una antica regola teatrale e “umana” vuole che non si spari sulla crocerossa e non si contestino i giovani debuttanti. Fa parte del “buonismo” , anche se in Irak si è più volte sparato sulla crocerossa e fior di giovani debuttanti siano stati fischiati in molteplici occasioni. La Scala era nel passato un punto di arrivo e non di partenza, ma i tempi cambiano e le mode pure: nulla di strano, quindi, se la direzione del teatro abbia stabilito di far debuttare nel ruolo principale del capolavoro di Bizet una “debuttante”, per l'appunto, la brava Anita Rachvelishvili, ventisette anni, un bel colore di voce, una spavalda sicurezza nonostante l'emissione sia tutt'altro che impeccabile, disposta a seguire passao passo tutti i suggerimenti della regìa. Successo per lei, condiviso con il “divo” discografico Jonas Kaufmann, un tenore mozartiano che un bel giorno ha deciso di camuffarsi in tenore drammatico, utilizzando gli stratagemmi tecnici di tutti coloro che dotati dalla natura di una voce più leggera ripetono la storiella della rana che fa il bue: l'uso della gola e non della maschera. Per i profani varrà la pena ricordare che chi canta “di gola” può apparantemente imbellire il timbro ma finisce con rimpicciolire la voce e stancarsi; chi canta “di maschera” ha una vita vocale più lunga e più serena…Meglio un giorno da leone che mille da pecora? Nel Canto certi proverbi non funzionano, la cosa è un po' più complessa. Fatto sta che gli 'ingolati' Kaufmann, Shrott (nei panni di Escamillo) e gran parte dei comprimari di questa Carmen si sono divisi i 14 minuti di applausi per le loro prestazioni, eccezion fatta per la davvero improponibile Micaela della Damato, disastrata non solo dall'uso della gola (mi sorge il dubbio che tale scuola abbia a che fare con l'Accademia scaligera??) ma da una incertezza imbarazzante sia come intonazione sia come fraseggio.
    Chi invece ha trovato lo stop del pubblico, e aggiungo PER FORTUNA, è stata la signora (o signorina, non so) Emma Dante, anch'essa debuttante, la regista. La sua sconfortante incapacità era venuta fuori già nella trasmissione di Fazio, in cui è apparsa come Alice nel paese delle meraviglie, accompagnata per mano dall'incontenibile Barenboim. Lo stesso direttore d'orchestra, dalle immagini prodotte da Rai3, appariva come il vero e proprio regista: afferrava Don José per un braccio, lo gettava a terra, suggeriva ai protagonisti le movenze e quant'altro, tradizionalmente affidato al metteur en scène. Lo spettacolo di questa Carmen è quanto di più grottesco e dilettantesco sia mai accaduto in un Sant'Ambrogio scaligero: intanto l'ambientazione sicula, tra l'oleografia scontata e il baraccone, con partorienti afflitte dal ballo di San Vito, osceni figuranti che si lavavano cosce e culi a cielo aperto, sigaraie (?) prese a calci dai soldati, uomini tra il rutto e lo sbadiglio,monache e preti un pò ovunque, croci, Escamillo travestito da Mickey Mouse, le zingarelle Mercedes e Frasquita ridotte a macchiette,la chanson bohème ridotta al ballo delle ributtanti, una Micaela orrenda che invecchia atto per atto, panni stesi, monnezza, alberi che camminano nel III atto. Mancava solo (e forse c'è stato) qualche dito nel naso e una grattatina alle palle, poi il quadro era completo. La Carmen che nessuno avrebbe mai voluto vedere.
    La scena finale è stata per lo più una colluttazione, un misto tra sumo e judo, tra Kaufmann e Anita. Complimenti, davvero una regìa entusiasmante. Fischi solenni e giustissimi per questo spettacolo, davanti a una terrea, sgomenta Moratti e a un perplesso Napolitano.

  5. In attesa di una revisione storica dell’esistenza di Cappuccetto Rosso e di Babbo Natale (il periodo lo richiede..), ecco una breve rassegna stampa del solito day after al diabete.
    Partiamo da qui. «La Carmen di Bizet, di Barnboim e di tutto il grandioso cast, ha trionfato ieri sera come da anni non capitava a un’opera», «è stata una serata memorabile per la Scala e per la musica». Queste le parole di Natalia Aspesi su Repubblica, nemesi di qualsivoglia critica argomentata e consapevole. Spaziare dal cinema al teatro all’opera è la via crucis abituale della signora (peccato che al di là di una buona dote espressiva ci sia il vuoto pneumatico). Vien da chiedersi perché leggere lei e non, che so, il grande Gianni Clerici sul tennis, tanto per rimanere sulla stessa testata e per conciliare ogni tanto forma e contenuto…
    Paolo Isotta dal Pompiere della Sera, capace di straordinari refusi (refusi?) come una “Michela” ripetuta più volte e di un esibito sapere glottologico da supermercato (la Rachvelishvili «ha ottima dizione francese»), dà una lezione di pudore scrivendo di una Damato che «canta sul filo della voce». Ma se Kaufmann «offre una prestazione preziosa ove al franco e pulito squillo alterna effetti come il “piano” iniziale di “La fleur” da lasciare senza fiato» (anche se gli sfiatati erano tutti sul palco, in primis la Damato; ma anche la Rachvelishvili ne ha dato prova in particolare nella chiusa del primo atto), Schrott invece «è il più bel e più bravo Escamillo che abbiamo mai ascoltato» (parlasse per lui… O è un plurale maiestatis che fa molto “autorità”?). Io l’ho sentito vuoto in basso (a conferma che si tratta più di un tenore che di un basso!), calante due note su cinque e volgarissimo in un paio di attacchi. Urge qualche consiglio discografico per Isotta.
    La Carmen della cantante georgiana non ha certo da parte sua nulla di sensuale oltre i logori cliché della tradizione (autentico chef-d'œuvre del grottesco involontario il turbinio della testa per far svolazzare la chioma riccioluta), mentre il suo canto presenta suoni spoggiati e fissi, con un’intonazione per forza di cose sempre sull’orlo del precipizio (risentire la seguidilla, per esempio. O la sortita del secondo atto: “tra la la la”, manco un attacco a fuoco).
    Mattioli sulla Stampa parla invece di un «arcidivinissimo si bemolle pianissimo» di Kaufmann nella romanza del fiore. Purtroppo son note le nouances del tenore tedesco (solo per il sindaco Moratti «la prima è sempre un’incognita»). L’emissione dura e ingolata produce suoni che sembrano partoriti dalla vescica più che dal diaframma e dall’immascheramento. Si salvano giusto le note centrali, perché non appena tenta il passaggio… campa cavallo! Il registro grave (greve?) merita la crux desperationis. Non solo in senso filologico, ma anche letterale. D’obbligo anche per Mattioli una visita dall’otorino o una lavata d’orecchie. Ma forse una centrifuga della coscienza rimane il rimedio più efficace.

  6. Non voglio esprimermi su una Micaela da saggio d’oratorio. Il canto della Damato ha la finezza di una boscaiola. Due tronconi mal segati. Il passaggio è aspro, improvviso e stimbrato. Mai e dico mai una nota a fuoco. Nell’aria del terzo atto, pure calante. Meglio la Micaela della Dalla Benetta, la recente Norma dell’Aslico, vista l’anno scorso a Piacenza. Ed è detto tutto…
    Sempre sulla Stampa Pestelli definisce «unica» la «capacità» di Barenboim di «pescare un particolare, un disegno, un riflesso minaccioso sotto un timbro luccicante e di lì illuminare tutta una situazione ». Si riferirà alla luce dell”estremo addio”? Del sonno dei morti?
    Ma se è vero che per opporsi allo zerbinismo coatto della stampa internazionale (la presentatrice su Arte parlava di una Micaela eccellente…) l’unica arma rimane il fischio del pubblico in teatro, mi sembra che il tanto temuto (?) loggione scaligero debba prendersi la sua parte di responsabilità (o di incompetenza). Dov’era pochi minuti prima di esplodere contro la Dante? Ancora sotto “narcotico Barenboim”?
    Insomma, perdonata una certa ingenuità pleonastica, lo possiamo dire : “C’è del bercio in Milano”. Dichiara Marina Berlusconi: «Io somiglio più a Micaela, che cerca la cosa più difficile, l’amore che dura». Aveva ragione Nietzsche, quando diceva che il mondo vero (del canto?) finì per diventare favola. Per prima quella di poter assistere a un cast e a un direttore artistico che si prendano i “trionfi” che meritano. Magari senza il plauso dell’irredimibile partigianeria faustiana e di masochistiche associazioni cinofile.

  7. fortuna che la marina ambrogino d'oro berlusconi non canta!
    quanto alla micaela scaligera credo di non avere mai sentito nulla di raccapricciante.
    All'oratorio e nella corale della mia chiesa parrocchiale attuale san lorenzo maggiore in milano ci sono un paio di voci che allenate sarebbero ottime per prime parti in scala!!! e non è una facezia!

  8. Impressioni dal cinema:

    LA REGIA

    Finalmente dopo interviste, dichiarazioni, fughe di notizie e rivelazioni la tanto discussa regia di Emma Dante si è rivelata; la “Carmen diversa”, lo “Spettacolo memorabile che sarebbe stato ricordato ad secula seculorum dagli spettatori” si è rivelato per quello che realmente era: un allestimento tradizionale imbevuto di simbolismi pseudo religiosi appiccicati l’uno all’altro senza che questi intervenissero minimamente con la trama dell’opera.
    Le brutte scene di Richard Peduzzi, riciclate da Lucio Silla e Tristan un Isolde, ma solo tinteggiate di rosso, finestre cieche, scale e scalette, dicono poco sia della solarità mediterranea della Spagna, sia dell’architettura cruda ed evocativa del meridione italiano tanto caro alla Dante.
    La recitazione imposta ai singoli è monolitica e monotematica: Carmen si alza la gonna, regala “frustate” con i suoi capelli, simbolo di una femminilità “travolgente” ça va sans dire, e scaglia gente a destra e a manca sul palcoscenico…tutte e tre le cose molto poco sensuali, che rendono il personaggio odiosissimo e lo spettatore smaliziato si domanda, perché tutti la ritengano una donna irresistibile quando è solo una nevrotica; Don Josè si limita a tirarsi nervosamente il viso con le mani e puntare armi verso chiunque: Escamillo è un bullo di periferia, tronfio e talmente sicuro di se da sfiorare la macchietta; Micaela è una fanatica religiosa travestita da Elvira dei “Puritani” nel I atto e da madre morente di Don Josè (o Maddalena di Coigny) nel III.
    Le trovate registiche, che si limitano a controscene sono di dubbia utilità e lasciano il tempo che trovano: la processione iniziale che si collega a quella finale chiudendo il cerchio di lutto con la morte di Carmen e con le prefiche che reggono il suo corpo; l’invadenza molesta di preti, chierichetti e fanciulli che spuntano da ogni parte e depongono inutilmente croci o preparano matrimoni che non si realizzeranno; una donna incinta che cammina con il busto piegato innaturalmente all’indietro; le sigaraie impegnate in amplessi saffici nella fonte e poi a malmenarsi come tarantolate in una ridicola lotta nel fango oppure a prepararsi per fare le contrabbandiere in una danza che ricorda i rugbisti; il cambio della guardia eseguito da soldati con bambini a cavalluccio che fingono di essere sparati (non ci è dato sapere di che colpe si siano macchiati), che fingono di morire per permettere ai fanciulli di fare capriole.
    Perché al III atto i contrabbandieri devono essere travestiti da “Foresta di Birna che si muove” o da campo di asparagi?
    Inutile far intervenire le prefiche a deporre le croci sulla gente che dorme durante la scena delle carte, l’effetto è risibile e ricorda Belphagor che si aggira nel Louvre come inutili sono l'enorme incensiere appeso (magari si fosse sganciato!) e le candele a forma di arti.
    Carmen non interagisce mai con i simboli religiosi, non c’è la polemica, non c’è la stigmatizzazione della religione oppressiva, semplicemente, perché la storia non ne ha bisogno e nemmeno una “regia” simile!
    No, signora Dante, questa non è una regia e questo non è che uno sguardo banale e stereotipato verso il tanto amato meridione.

  9. MUSICA E CANTO

    Barenboim conferma sia le perplessità che i momenti più convincenti della sua lettura Berlinese; La protagonista Anita Rachvelishvili è stata una Carmen vocalmente corretta, sicuramente ancora acerba, dal timbro leggermente scuro (forte è il sospetto che si tratti di un soprano).
    Avrà anche i capelli adatti al ruolo, come letto di recente da un “entusiasta” scaligero, ma il fraseggio piatto e sensuale come una cassapanca, come anche la figura, ma almeno si è sforzata per tutta la recita di interpretare un personaggio credibile, cosa che, per il momento, non la rende Carmen di riferimento!
    Peccato per qualche colpo di glottide nel registro grave, e qualche tentennamento nell'emisisione, comprensibilissimo, dovuto al nervosismo per la responsabilità una prima così importante.
    Jonas Kaufmann, Don Josè, attore credibile anche se spiritato, sembra la versione sbadigliante di Vickers.
    Timbro baritonale dallo squillo imperioso, ma dalla discutibile intonazione, gonfia le gote, gonfia la gola, gonfia il petto, canta l'aria del fiore su un tempo lentissimo che lo costringe a stare con la bocca aperta con tanto di nefaste conseguenze e colori nulli, ma il suono va indietro, è forse l’interprete più sensibile e personale nel rendere il brigadiere una figura smidollata, ma spinto verso Carmen, per soddisfare una forma viscerale di affetto.
    Erwin Shrott, Escamillo, riempie il palcoscenico con la sua figura carismatica, possiede un bel timbro scuro e seducente, peccato ricerchi a tutti i costi l’effetto così da inquinare il suo fraseggio con inflessioni rozze che seccano la linea vocale e risulta insopportabile con le sue gigionerie scontate, lo sguardo "trombino", e l'ostentazione della sua fisicità talmente caricata da far rabbrividire.
    Discutibile Adriana Damato contestata da una parte del pubblico; ci sono tre modi per interpretare Micaela: o la rendi “Oca”, o la rendi “Intelligente” oppure la rendi “Indifferente”.
    La Damato ce la mette tutta, si contorce per trovare l’intonazione giusta o il suono prezioso, cerca di costruire un fraseggio vagamente partecipe, purtroppo resta sempre “Indifferente” e l’acuto resta sempre vetroso come l'emissione perennemente fratturata.
    Sufficienti gli altri con una menzione speciale per Adriana Kučerová, Mercédès, soprano leggero scenicamente e vocalmente deliziosa.
    Tagli inferti alla partitura francamente discutibili nel 2009 come a Berlino.
    Ottimo il coro preparato da Bruno Casoni e molto buono quello di voci bianche.
    Successo per tutti, trionfo personale per Anita Rachvelishvili, contestazioni per Emma Dante (visibilmente scossa nonostante l’appoggio di Barenboim), per Schrott e per la Damato.
    Dove sia l'erotismo sbandierato da siti, critici e quant'altro non ci è dato saperlo, e sa troppo di sbrodolamento un tantino ruffiano, ma consiglierei a queste "educande dell'opera" di rifarsi gli occhi con una Bumbry o una Ewing o di una Antonacci londinese o addirittura di una Farrar dei film muti di DeMille a cui basterebbe limarsi le unghie per evocare nello spettatore quella sensualità mediterranea e meridionale che nella regia della Dante o nel fraseggio dei suoi interpreti non era nemmeno accennata.
    Al prossimo anno con “Die Walkure”.

    Marianne Brandt

  10. Oggi sono andato a vedere l'ultima rappresentazione della Carmen.
    Prima dello spettacolo mi domandavo perchè i musicisti nella buca vestissero abiti casual e la risposta non ha tardato ad arrivare. Si sono accese le luci davanti al sipario ancora calato ed è spuntato fuori un signore, anch'egli con jeans e golfino nero, che con aria di sfida ha letto un comunicato in cui avvisava gli spettatori che come segno di protesta deciso dai simpatici sindacalisti contro alcune scelte contrattuali, i musicisti e i coristi avrebbero affrontato l'opera vestiti come volevano.

    I deboli e confusi applausi di qualche leninista sono stati sommersi dall'ondata di fischi e di buu di tutti coloro che, non per motivi politici, ma per motivi di decoro per il luogo e di rispetto nei confronti del pubblico, hanno protestato la scelta dei sindacati.
    Quando i cori di dissenso si erano quasi dissipati un signore dal loggione ha gridato "Spero che perdiate il lavoro!", riscatenando il putiferio.

    Ma il bello deve ancora venire!
    Non ho creduto ai miei occhi quando ho visto sul palco (tra l'altro nel contesto di quella bellissima regia…) che i vari cantanti del coro non avevano neanche avuto il pudore di vestire capi sobri o scuri.
    Gente con golfini natalizi della nonna, rossi, verdi o addirittura tutti e due, che passava i fucili ai soldati, donne con t-shirt colorate che circondavano di fiori Carmen e zingare in cannottiera che ballavano freneticamente; tutti questi elementi che poi si mischiavano agli uomini-albero nel terzo atto e ai vari torero-ballerini nel quarto.

    Ancora adesso non riesco a credere che sullo stesso palco dove hanno cantato i più grandi cantanti della storia della musica, dove hanno diretto Furtwangler, Toscanini, DeSabata, Karajan, Giulini e Abbado, si aggirassero durante una rappresentazione regolare di un'opera individui con golf a righe multicolori e orologi digitali.

    Di tutta risposta il pubblico non ha applaudito NIENTE sino all'ultimo duetto Carmen-Don Jose alla fine del primo atto (dove ovviamente gli applausi erano tutti per la Rachvelishvili e Kaufmann, non per il coro). E un silenzio imbarazzante dopo non so quale fanfara di Barenboim è stato riempito da un altro grido "Vestitevi per il secondo atto".

    Che dire?
    Prima un tenore lascia il palco nel bel mezzo di un Aida, un altro tenore viene cambiato due giorni prima di un Sant Ambrogio, poi trovi degli spagnoli in versione babbo natale in una Carmen, what's next?

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