Aida a Parma fa “l’inchino”.

Ha fatto l’inchino a Verdi con gli stessi esiti del Concordia l’Aida allestita dal soprintendente Mauro Meli quale inaugurazione della nuova stagione lirica parmigiana 2012. Forse non dovremmo nemmeno recensire l’evento cui abbiamo assistito da casa via web condito da una sfilata di interviste a pubblico, critica e notabili locali, opportunamente preceduta da una tiritera dell’inossidabile presentatore sull’esperienza dei cantanti prescelti e l’inutilità del confronto col passato. Un pietoso e strumentale “mettr ‘al man avanti” che non poteva districarsi dal fatto che se anche i cantanti hanno mille recite di Verdi alle spalle e cantano male, sempre di malcanto e malVerdi si tratta. Sul tavolo non possono essere semplicemente la pessima direzione del buatissimo Fogliani, che è riuscito anche a far deragliare il preciso coro parmigiano ( tremendo lo svarione nel mezzo del trionfo, la ripresa del “Gloria all’Egitto e ad Iside“, tanto per esemplificare) e ad afflosciare la serata con una direzione lenta, monotona, imprecisa ed anche inadeguata ai cantanti ( Fraccaro entra con l’aria e da subito “tira” avanti, tanto per cominciare la serata..etc..). Nemmeno la prova modestissima dei cantanti, dalla senescente ben buata Mariana Pentcheva, senza l’ausilio della sua natura di un tempo, stimbrata, corta in alto, oscillante come il terremoto pomeridiano ( così è stata apostrofata alla scena del Giudizio.. ); il nasale Fraccaro, buato lui pure, che tra birignao, portamenti, note calanti, nessun legato e anche qualche volgarità nell’ingresso, si era già guadagnato la palma del peggiore in campo fin dalla generale ( come se fosse tutta colpa sua di una tale sovrapposizione di disastri..) e il ruolo capro espiatorio del disastro generale, offrendo un Radames monocorde e stentoreo; la pessima Brachini, applaudita miracolosamente da molti, ma graziata da parecchi altri scontenti, orribile protagonista, sempre urlata in alto, la voce vuota e flebile al centro, timbro aspro, piani incerti e grattati, e personaggio inutilmente esagitato, esteriore e a tratti anche volgare; il mediocre Amonasro di Gazale, bu anche per lui, mezzo impoverito, canto duro e monocorde, espressioni truci tra durezze e vuoti di suono; i due bassi afonoidi e poco udibili, i signori Parodi – Malinverno, cui manca il quid per comparire in un cartellone verdiano ( e qui mi fermo..).
Sul banco degli imputati vanno sempre i cantanti e la bacchetta, colpevoli perché responsabili in primis per le scritture, che accettano, qui tutti al di sotto del livello di guardia. Se non si è all’altezza e si và in scena ugualmente, si manca di serietà etcc.
Esiste, però, un terreno circostante il palcoscenico, che è quello dei luoghi ove le decisioni vengono prese, soprintendenza, ma anche consiglio d’amministrazione, che scelgono e danno gli indirizzi di programmazione da seguire. La città di Parma, melomane come forse nessun’altra, tanto selettiva e temuta non più come un tempo, non si rassegna ad indirizzare lo sguardo fuori della propria cinta murana, continuando a non volersi rendere conto che Verdi allestito in questo modo, per carenza di mezzi e /o competenza a seconda dei casi, non fa più immagine, ma disdecoro e cattiva pubblicità. Le interviste del volenteroso presentatore, parecchio imbarazzato ieri sera a dire il vero, testimoniano solo il voler trovare ad ogni costo qualcosa di buono in casa propria, solo perché è casa propria, oppure la difficoltà di alcuni intervistati ad esprimersi  liberamente in pubblico nello spazio stretto della provincia. Il locale e noto campanilismo mi pare stia solo legittimando chi sta sbagliando a sbagliare ancora e ad agire in un’ottica, che appare ormai provinciale e miope, perché avulsa dalla realtà dei risultati artistici che effettivamente queste operazioni producono: nulla. Solo il signor Maurizio Baldini nel corso delle rituali interviste ha avuto il coraggio e l’onestà di esprimere con garbo la propria delusione su come stavano le cose ieri sera al Regio: e alla fine si è capito, dopo tanta inutile e sfidata pazienza, che in teatro il signor Baldini non era solo. Verdi è un musicista fuori dalla portata dei cantanti oggi attivi sui più famosi come sui più piccoli palcoscenici del mondo. Si possono al più trovare alcuni che possono gestire in modo parziale i ruoli principali, ma si contano sulle dita di una mano. E sono fuori dalla portata delle casse vuote del Regio di Parma. E di una sopraintendenza che ha sbagliato molto, scegliendo male alcuni interpreti, bruciandone altri molto necessari collocandoli su titoli sbagliati oppure non catturandone altri ancora, necessari alla realizzazione degli ambiziosi progetti celebrativi verdiani che la città pare intenzionata a portare inopinatamente avanti, a fronte di questa serie ininterrotta di flop o imprese riuscita solo in parte, di cui questa Aida ben sintetizza le competenze e le filosofie di scelta.Vi è, poi, a latere la singolare questione della direzione musicale fantasma e di un podio che pare diventato la palestra di crescita di alcuni giovanissimi che, indipendentemente dalle proprie capacità, non hanno né l’esperienza né la preparazione che occorre per portare a casa compagini male in arnese come quelle di ieri sera.
Dopo questa Aida dell’inchino, o delle terremoto, per dirla con le parole dell’augusto loggionista di cui sopra, una correzione di rotta urge, perché i pubblici denari, pochi o tanti, devono essere destinati ad operazioni culturali, di contenuto artistico musicale: insomma, proprio perché pubblici, i soldi DEBBONO essere spesi nel migliore dei modi, fornendo le garanzie che si sta facendo il massimo possibile. Diversamente, meglio non far nulla.

PS La sola nota positiva è stata la produzione, belle le scene e i costumi, un mix di tradizione e di suggestioni esotiche,  un po’ meno i balletti e la regia, che non ha fatto muovere bene le masse, soprattutto al trionfo.

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98 pensieri su “Aida a Parma fa “l’inchino”.

  1. Poco da aggiungere su una recita che solo pochi anni fa sarebbe stata schifata a Finale Emilia o a Correggio. Patetica la conduzione televisiva, tesa a scimmiottare una specie di Salzurg al culatello.
    E scusate se insisto, ma sarebbe più che mai opportuno sapere quanto è costato questo sconcio e valutare se davvero ne valeva la pena,

  2. Beh, che dire, dopo uno scempio del genere?
    Giudizi!
    REGIA inesistente, basti pensare che nel 2 atto Aida si “autopunisce” nell’avere detto ad Amneris che anche lei è una principessa, poichè la bella egiziana non muove un dito…
    SCENOGRAFIA orribile, e personalmente per me poteva essere ambientata in tutto il mondo tranne che in Egitto, dato che i commentatori hanno dichiarato il blu il colore tipico dell’Egitto…mi pareva fosse l’oro.
    CAST ………….non si meritano neanche i miei commenti, e intendo TUTTI CATGORICAMENTE TUTTI, salvo solo la sacerdotessa,………..
    DIREZIONE dire che Verdi si è rivoltato nella tomba è poco! Una direzione totalmente scarna di interpretazione (e dire che nell’Aida gli spunti ci sono!), stecche completamente udibili da parte di certi fiati, tempo soporifero e irregolare (non in senso positivo). Coro indecente, forse anche complice la PESSIMA microfonia.
    PRESENTAZIONE e PRESENTATORI a dir poco comici, pareva che si divertissero a dire tutto l’opposto di quello che effettivamente questa….cosa era, sforzando una caricatura provincialotta del 7 dicembre scaligero (l’hanno chiamata la “prima del Regio”, anche se sono solo due titoli…), ma questa serata con il sant’Ambrogio non aveva nulla a che vedere.
    E’ STATA SENZA DUBBIO LA PEGGIORE AIDA CHE ABBIA MAI ASCOLTATO IN VITA MIA, INDEGNA PERSINO DI UN CORSO AMATORIALE DI CASAL PUSTERLENGO, E RIPETO: VERGOGNA: vergogna perchè il Regio non si merita questi scempi, vergogna perchè io mi sentirei disgustato sapendo di aver pagato di tasche mie questo orrore lirico in quattro atti, vegogna perchè deturpano un’arte che ha una tradizione plurisecolare, di sicuro la più completa di tutte.
    PICCOLA NOTA POSITIVA: la serata passata a commentare insieme ai membri di questo meraviglioso blog, che ridere! (a volte si ride per non piangere)…

  3. Dirò la mia sul coro, che è già nell’articolo.
    Per me no sono scalcinati affatto, ed hanno un maestro che sa il fatto suo. Ieri non hanno cantato come al solito, e penso che il maestro in buca abbia responsabilità. Io penso siano forse pochi, ma niente affatto scalcinati. Quelli della Scala sono scalcinati, da un po’ di tempo in qua, perchè entrano scollati etc….Lascerei perdere Santa Cecilia, perchè in questo ha ragione la sig. Basile: sono un coro straordinario in assoluto, non solo in Italia. ieri sera a parma è andata così, ma in Forza ad esempio, con altra bacchetta, fu ben altra storia. Idem al trovatore etc..le prove di saper fare bene e con dignità le hanno obbiettivamente date. Cmq, signora BAsile, è vero: gli ospiti della tv hanno parlato più volte di prova negativa del coro

      • riporto su questo post un mio precedente commento sul post della diretta :Adriana quando una recita viene cantata cosi male,e soprattutto diretta malissimo,anche il coro viene declassato(ma nella mediocrità generale la sacerdotessa si è salvata),comunque devo sempre dire che la ripresa audio dei cori nelle recite (a differenza dei concerti dove rimangono ai loro posti)spesso è penalizzata.
        Quindi ritiro un coro scalcinato,ma rimane brutto,se poi dal vivo hai sentito qualcosa in più che per radio non si è percepito,buon per te.

  4. Non sarebbe ora di battersi per avere Conservatori o Accademie STATALI che impostino un corretto insegnamento del canto, magari in collegamento con laboratori di foniatria che svolgano ricerche CONTROLLATE (alludo al metodo in atto ormai da anni in medicina), in modo da contrastare l’imperante “neoliberismo” dell’insegnamento (nella rete vi e’ una miriade di santoni che promettono di insegnare il belcanto)? Mi rendo conto che il discorso e’ piu’ complesso,ma perche’ non iniziare ? Un motto potrebbe essere :meno Kaufman piu’ Slezak

    • esistono conservatori ed accademie statali che non producono molto perchè non ci sono maestri di canto. E da tempo! Quanto ai fonoiatri, la compara della foniatria coincide cronologicamente con il declino del canto. Che si vada dal fonoiatra a farsi dire che voce si è e quale repertorio si deve cantare è la prova della sparizione della didattica del canto. Il dottore, talora dulcamara, non serviva alle leggende del canto per essere cantanti ma solo per curare le malattie. Oggi i cantanti sono malati per malatecnica e che i fonoiatri si trasormino in maestri di canto e consulenti artistici è follia. E’ come andare dallo stregone!

      • Massimo, ma credi davvero che un foniatra possieda le necessarie competenze artistiche per stabilire chi sappia insegnare e chi no, per assegnare patenti per l’insegnamento del canto? Credi che intendersene di canto significhi conoscere i nomi dei muscoli e delle cartilagini che abbiamo in gola?

        La decadenza del canto è proprio questa: la riduzione dell’arte ad un fatto tecnico, anatomico, meccanico, materiale.

        Vorrei però dire che la decadenza del canto non coincide solo con la comparsa della foniatria (in fondo potremmo dire che Garçia sia stato il primo dei foniatri, e non credo si possano attribuire a quest’ultimo responsabilità dirette della decadenza), ma soprattutto con la comparsa del disco e dei microfoni. All’evoluzione delle tecnologie e dei tecnicismi si accompagna, parallelamente, la regressione dell’Arte.

        • Caro Mancini non ho le conoscenze tecniche e specifiche di canto per dibattere con te, vorrei, tuttavia, esporti un pensiero che è anche una domanda in merito alla decadenza del canto, che a tuo avviso, coinciderebbe con l’evoluzione delle tecnologie.
          Mi parrebbe, che nel secolo dei grandi autori, chi era a Parigi ascoltava solo chi vi cantava, grandi cantanti di cui ancora si narra, ma sicuramente anche cani come oggi, e non esisteva possibilità di raffronto, possibilità che i cantanti dei nostri giorni hanno,come pure il pubblico.
          Faccio un esempio: senza le registrazioni, senzaYoutube, come avrei mai potuto scoprire e ascoltare Irina Akhipova ? scoprire che la Obrazova non è che una sua pallida ombra, sfuocata e volgare ma che, a sua volta, rimane immensa se confrontata con la Smirnova ?.
          Non sarà che la decadenza coincida con la decadenza dell’insegnamento in generale, e delle scuole di canto in particolare ? non intese solo come conservatori o istituti musicali ma come “Scuola” di canto Italiana, Tedesca, Russa ..ecc.
          Adesso i cantanti sono allo sbando, dove trovare quell’orecchio che sa e guida la ricerca del suono?. Quando, qualche cantante aiutato dalla natura è sulla buona strada, poi, ci pensa il codice del profitto e della “lasciata-persa” a non concedere loro il tempo di studiare la parte in maniera adeguata, e ammesso che si possieda la tecnica richiesta, si debutta in fretta, senza averla in gola, con risultati alterni e sommari e poi via… un’altra giostra.
          La domanda: non sarà che le incisioni dei grandi cantanti sono l’unico faro rimasto ?

          • rispondo io: certamente, a saperli ascoltare. C’è un problema di maestri anche perchè occorre saper sentire gli allievi, diversa,ente anche gli insegnamenti giusti restano lettera morta. Un maestro che non ci sente a che serve?

          • Olivia ormai siamo tutti figli del disco e certamente oggi è molto utile poter ascoltare cantanti validi del passato come esempi di buon canto. Tuttavia, vorrei ricordare che la grandezza dei cantanti e dei musicisti che ascoltiamo nei dischi sta soprattutto nel loro essere se stessi, nel fatto che cantano con la loro voce, senza complessi derivanti dall’imitazione, conscia o meno, di un modello discografico. Oggi tutti vorrebbero avere la voce grande e bella che si sente nei dischi, vorrebbero avere la voce di un altro. Ed ecco quindi le emissioni artefatte e caricaturali, ecco quindi che tutte le voci si assomigliano, non c’è più personalità, non c’è più schiettezza. Anche l’ascolto a teatro da parte del pubblico è gravemente contaminato dal disco. Non siamo più capaci di ascoltare in modo puro e “assoluto”, senza fare confronti con i dischi (consapevolmente o meno).

            P.S. non parliamo dei danni che ha fatto il microfono…

      • A mio parere il problema sta soprattutto nell’arruolamento dei docenti di Conservatorio e nelle inesistenti verifiche dell’attività artistica degli stessi. Chi siede in cattedra ha spesso un curriculum ridicolo ed è in ruolo grazie ad una sanatoria. Molti docenti inoltre (orario di cattedra 12 ore settimanali), anziché dedicarsi allo studio e all’approfondimento durante i giorni della settimana nei quali non sono impegnati con l’insegnamento, si occupano di questioni che nulla hanno a che fare con la musica e per di più mai frequentano sale da concerto o teatri. Cosa ci si può aspettare dai loro sfortunati allievi?

  5. Aggiungerei qualcosa sulla messinscena. Luci banalissime e monotone, costumi in qualche caso ridicoli. Amonasro pareva a tutti gli effetti un evaso da Sing Sing e l’ abbigliamento di Radames faceva pensare a San Giovanni Battista piuttosto che a un capitano delle guardie egiziane.
    E per favore, smettiamola con questa storia delle ripresa penalizzante. Qui non stiamo parlando di un video caricato su Youtube senza permesso ma di una trasmissione affettuata dal teatro con l’ approvazione degli artisti (li chiamo così per semplificare e non perchè se lo meritino) e quindi con la consapevolezza che essa verrà valutata e criticata dagli ascoltatori. Io che la guardo sono autorizzato a pensare che quello che vedo e sento sia un’ immagine fedele di quanto viene eseguito in sala, essendo questa, come ripeto, una ripresa ufficiale.
    La storia della penalizzazione è solo una patetica scusa, punto.

  6. Dall’ascolto proposto in quanto mi sono perso questa IMMANCABILE prémiere:
    Ramfis con la voce che dire ingolata è dire poco, con intonazione claudicante e tremoli aggiunti orrendi;
    Messaggero con la voce non arrotondata e tutta stimbrata da essere impercepibile ai microfoni (ma come fa uno a presentarsi con una voce simile di fronte ad una carriera operistica?);
    Radames non mi è sembrato terribile come scritto per emissione e proiezione, se non fosse che è stonato e calante spesso, oltre che tirato;
    Aida e Amneris sono a) assolutamente disomogenee con 3 registri condotti senza alcuna perizia – grave ruttato e ingolato, centro vociferato, acuto ingolato ed urlato – totale assenza di legato e di nobiltà di canto: tutto un urlo continuato e gonfiato!
    Come dice nonna Giulia, il coro è il protagonista che ne esce meglio di tutti in questo ascolto.

  7. Rispondendo a Massimo.Fazzari, direi che sono proprio i conservatori “statali” i responsabili di tale scempio… Non è certo con un controllo staliniano sulle materie insegnate che si migliora il canto, né “imponendo” il belcanto come pensiero unico (e chi canta o ascolta Berg o Musorgskij? …viene deportato in un gulag?). Neppure la trasformazione della musica in una scienza esatta, con tanto di protocolli sperimentali e controlli sul metodo (sottoposto ad autorizzazioni di fantomatici ministeri). Meno che mai la reductio a volgare meccanica foniatrica (e perché non ad un programma per computer…già che ci siamo).

    Il fatto è che – come dice giustamente Mancini – la burocratizzazione della musica, l’auctoritas di regoline e dogmi, l’ottusità tipica dell’accademia, la cecità del formalismo più ortodosso, il tecnicismo (che è cosa ben diversa dal rispetto della tecnica), la meccanizzazione…non c’entrano nulla con l’arte e con la musica.

    Riascoltavo – in questi giorni – i Meistersinger (dovendo selezionare, per ovvie questioni di tempo, gli spazi da dedicare alla musica, preferisco evitare “robe” come l’inaugurazione parmigiana…), per mio conto il capolavoro di Wagner e opera di grandissima intelligenza e verità: il canto e la musica non può ridursi al mero dato tecnico/meccanico, alle diagnosi di un foniatra, al rispetto delle regoline del conservatorio (come se fosse garanzia di buon insegnamento)… E’ una pia illusione credere che sia sufficiente un giro di vite nelle accademie e nei conservatori. L’arte è qualcosa di diverso. Ed è qualcosa di individuale. C’entra molto l’onestà, la serietà e la passione… Maestri che sappiano ascoltare e allievi che vogliano apprendere. Perché – intendiamoci – i cattivi cantanti che spesso ci capita di sentire, escono dai conservatori con studi impeccabili: studi che, purtroppo, privilegiano la meccanica all’arte, il formalismo e il tecnicismo alla ricerca della bellezza.

    Come diceva Horowitz “la musica sta dietro le note”…

    • Purtroppo arriverà presto un giorno in cui rimpiangerai le tanto ottuse e vituperate accademie, e non mi riferisco solo alla musica, ma anche a tutte quelle discipline letterarie, filosofiche, storico-artistiche indispensabili per la comprensione e la realizzazione dell’opera (almeno da un punto di vista drammaturgico e visivo, e non mi sembra poco), e che stanno poco a poco scomparendo, sacrificate sull’altare della crisi economica e di una presunta “modernità” che invece è solo un imbarbarimento bello e buono!

      • Aggiungo a Nicola, da prosaica ascoltatrice di questa Aida web, che sarebbe un triuonfo poter avere luoghi della didattica in grado di fornire saldi ed elementari strumenti professionali per cantare ( sul suonare , mi pare che le cose siano diverse). L’arte si fa fuori dalle scuole e non si insegna, ma i mezzi necessari a praticarla penso di si, almeno si non ad un certo punto. Qui non mi pare si fornisca nemmeno l’insegnamento accademico, dato il livello dei diplomati in canto. No si chiede di formare i geni, ma almeno di non andare in cattedra ed insegnare a respirare correttamente si

        • Giulia, ma su questo siamo d’accordo. Lungi da me il voler difendere l’Aida parmense, di cui peraltro ho visto solo il secondo atto (che non mi è piaciuto punto). Il mio era un discorso un po’ più ampio, che non riguarda solo la musica e il canto. Mi dà fastidio, però, l’equazione accademia=ottusità…

          • Bah, Giulia…io non nutro alcuna fiducia nell’arte appresa sui manuali… Neppure delle istituzioni ufficiali che pretendono di “insegnarla”. Storicamente i Conservatori sono stati il baluardo dell’ottusità (e se questo dà fastidio a Nicola, beh…me ne farò una ragione), refugium di chi, non sapendo far musica o non avendo le qualità necessarie per interpretarla, si è piccato di “insegnarla”. Inutile farti la rassegna dei grandissimi compositori e musicisti che dai Conservatori furono esclusi o, addirittura, boicottati. Allo stesso modo la penso sulla critica (altra “casta” che fa dell’esercizio quotidiano della propria ottusità, un altare a cui sacrificare il buon senso). Mi permetto di suggerirti, poi, come i curricula dei cantanti ritenuti peggiori, siano costituiti, in realtà, da “titoli cruscanti”, insegnamenti prestigiosi, accademie riconosciute. Così come, immagino, non vi sia nulla da ridire sulla formazione musicale dei cantanti di questa Aida parmigiana: questo basterebbe a smentire la fiducia nelle istituzioni scolari. Il tecnicismo ci ha portato a questo.

          • le istituzioni sono fatte dai maestri. Se c’è il maestro apprendi le basi…..Col tuo ragionamento allora diventiamo scrittori e poeti da autodidatti, senza conoscere alfabeto e ortografia! Il solfeggio è accademia o arte? Le polemiche sulle parole sono sterili.

          • Col tuo ragionamento, allora, si diventa artisti per corrispondenza, basta seguire il corso giusto, imparare il manualetto e…oplà!
            Solfeggio etc…sono basi tecniche necessarie, ma non sufficienti, altrimenti chiunque padroneggi grammatica e sintassi diventerebbe Manzoni. Ti informo che chi cantava a Parma ha fatto un percorso di studi formalmente impeccabile…basta questo? No. E tu pensi che la “salvezza” stia nei Conservatori?
            Ps: se le mie opinioni sono sterili eviterò di partecipare ad ulteriori dibattiti.

          • Tu mi fai dire cose che non ho mai detto.
            Diventare ARTISTI è diverso dall’andare a scuola e diplomarsi. IO NON HO DETTO QUESTO, MA SE VUOI FARMELO DIRE OK!
            Ho solo detto che no ho nulla in contrario al conservatorio, credo che siano pieni di pessimi in segnanti. Punto. Come pure sono pessimi molti di quelli privati. Punto. e che ci son cantanti straiperfamosi pessimi didatti notoriamente che si fanno pure strapagare. Idem cantanti mediocri e cani, chge però vogliono e possono insegnare.
            Da dove cominci tu ad apprendere l’arte del canto allora? Pubblico o privato, conservatorio o a lezione, da qualcuno ad imparare qualcosa dovrai pure andare. o no?
            da chi vai allora? Nessuno nasce Horovitz, sarà andato a scuola anche lui da qualcuno, o suonava mentre lo partorivano? e che cavolo di discussione!
            Le isitutzioni sono fatte di persone, un imbecille è tale a casa sua come in conservatorio. Le forme istituzionali, come tutte le scuole ed università, se sono occupate da persone capaci funzionano, se sono popolate da ignoranti e ciarlatani no. Vale anche per l’università et consimilia…

          • Alla luce di quanto letto sopra, mi sembra che il problema dei conservatori non sia limitato alla sola qualità degli insegnanti ma anche al numero delle ore dedicate alla tecnica di canto. Cosa sarebbe stata la Callas senza la quotidiana pratica di ore e ore ( così da lei raccontato) con la Elvira de Hidalgo ? Al cantante non è sufficiente l’orecchio ma è richiesta intelligenza, sensibilità, capacità di riconoscere e ritenere le sensazioni derivanti dalle posizioni necessarie a laringe, lingua, palato ecc.. imprescindibili per la corretta emissione del suono. Per memorizzare perfettamente e automatizzare tutto ciò è necessaria una pratica intensa, quotidiana, ben sorvegliata. E questo, è evidente, non avviene e non potrà avvenire nei conservatori senza una visione differente della didattica del canto, più vicina all’insegnamento, forse, maggiormente meccanico e meno teorico, impartito dai maestri di un tempo.

    • Sono d’accordo con te sul fatto che non si sia Artisti attenendosi alle regole. A mio parere, però, le doti naturali del futuro artista possono svilupparsi e raggiungere il massimo delle loro potenzialità solo a partire da una base tecnica (e non me lo invento io, basta leggere gli scritti di poetica di Baudelaire, che certo non si è formato in un’accademia, per avere un illustre parere in merito). Ti chiedo però anche io quali sarebbero altri mezzi, a parte conservatorio e scuola/università, per apprendere i rudimenti dell’arte per la quale si crede di essere portati.
      Io credevo che tu ti riferissi all’accademia in genere, e penso che, se così fosse, non dovresti generalizzare, ma valutare caso per caso. Mi sorprenderebbe inoltre che una persona, a quanto sembra da questo sito, così interessata alla ricerca storica in campo musicale, possa ritenere l’accademia il rifugio degli ottusi: le letture storiche e filologiche sulle quali, almeno in parte, ti basi per i tuoi articoli saranno stati prodotti in ambiente accademico… Ti chiedo scusa se sto sovrainterpretando il tuo pensiero… :)

  8. Rileggendo la (solita ma sempre utile ricordare) diatriba sulla quasi assenza di bravi cantanti, sull’insegnamento scarso che viene impartito nelle scuole/accademie/conservatori, mi viene in mente un pensiero “rinascimentale-barocco” sulle arti: da quando le “arti meccaniche” quali scultura, pittura e architettura hanno assunto uno status di “arte liberale”, si inizia sempre di più un distacco dalla pratica e dall’esercizio della tecnica: dopo una enorme fioritura nel barocco, con iperboli tecniche a mio avviso irraggiungibili, si è andato sempre di più a semplificare l’arte e la tecnica (a meno di manierismi) fino a giungere oggi ad una pittura e scultura del tutto “liberali” che producono (secondo il mio personalissimo punto di vista) della spazzatura che niente hanno a che vedere con lo sforzo tecnico ed intellettuale di un artista rinascimentale o barocco. Fortunatamente l’architettura si libera da questo gioco perché esiste ancora la forza di gravità ossia una legge di natura che fa confrontare sempre l’ “artista” con le sue “opere”.
    Il canto è simile all’architettura in quanto anch’esso non può essere demandato (il cantante canta per se) e deve continuamente confrontarsi con una legge di natura: la voce!
    Premesso come più volte detto che la voce è uno strumento e come tale deve essere educato e preparato con l’esercizio continuato ed incessante (nei limiti umani del mezzo), nonna Giulia, olivia e mancini pongono il problema educativo: se prima infatti si andava ogni giorno dal proprio maestro di canto per imparare la tecnica vocale e per studiare musica, oggi si va al conservatorio una volta alla settimana per fare 5 ore di canto in un giorno (se va bene) e poi studiare le altre materie. Cambiano sicuramente i parametri educativi, però la situazione non è a questo punto tragica come sembra in quanto un allievo cantante può comunque appoggiarsi a qualche gruppo o coro esterno per aumentare le ore di pratica seguite da maestro, senza dimenticare l’imprescindibile studio giornaliero. Parliamo adesso degli insegnanti: in una memorabile analisi fatta Enrico Stinchelli http://www.enricostinchelli.it/site/note/193-chi-insegna-il-canto-le-graduatorie.html, si legge che chi sale maggiormente in graduatoria sono coloro che hanno un curriculum accademico bello pieno zeppo di corsi e corsetti ma che di pratica in teatro e sulle tavole del palcoscenico ne hanno ben poca. Questo fa pensare che oggi come oggi l’insegnamento del canto sta diventando un’insegnamento di un’arte liberale e non meccanica quale il canto è (in materia di tecnica vocale): insegnanti formatisi più sui libri che non sull’esercizio vero e proprio! Ma bisogna spezzare due lance in questo caso: non è detto che prima non ci fossero insegnanti cani e non è neanche detto che buoni cantanti siano anche buoni insegnanti! Tuttavia rimane l’amaro in bocca a pensare che nei conservatori storici insegnarono Durante, Feo, Leo, Scarlatti, Porpora, Cimarosa in ambiente napoletano, o cantanti come Cotogni a Roma.
    Data poi per assunto l’obiezione di Mancini sul microfono, non concordo in pieno sulla questione del disco: ossia il disco potrebbe essere fuorviante per certi versi (imitazione – ma anche avere un maestro “famoso” come per esempio poteva essere Cotogni o la Melis poteva portare ad emulazioni fuorvianti) ma per altri ha sicuramente punti positivi: testimoniare un cantante nella storia e se si sa quali sono i buoni esempi, poter assorbire quanto possibile!

    Ridurrò la questione semplicisticamente: “non esistono bravi o cattivi maestri: esistono solo bravi o cattivi studenti”.
    Non ricordo chi l’avesse detto ma sono pienamente d’accordo con questa affermazione, ed anzi, oggi più che mai si può continuamente constatare se un maestro è bravo con continui riscontri sui buoni esempi e sui libri storici molto più facilmente reperibili di prima.
    Vorrei inoltre aggiungere che secondo me oggi manca una vera passione per la professione del cantante che è innanzitutto una passione per il canto, ed una coerenza e consapevolezza personale negli allievi e nei cantanti, oltreché PAZIENZA e tanta!

    Secondo voi, Desiré Rancatore si rende o non si rende conto che il suo centro è tutto indietro?
    Che Daniel Barcellona non si renda conto che la sua imperizia tecnica si scontra con la precisione rossiniana?

  9. Per insegnare occorrono cnoscenze tecniche, aver almeno provato a cantare ma nache ORECCHIO. Qui abbiamo insegnanti che sono NON UDENTI, che hanno il gusto per la fibra, e lo sforzo, che quando ti indicano i modelli tecnici ti prpongono modelli errati. Immaggino che uno studente non possa cercare un suono se non ha idea di quello che è un suono corretto….Il disco oggi interessa, secondo me, più per la copiatura delle ideee interpretative ma non come repertorio documentale di tecnica vocale…..

      • certo. ci è rimasto solo il disco. se tu oggi vuoi capire come si “girano” gli acuti, o cosa sia la libera risonaza nella sala della voce, chi vai a sentire?
        Il disco, cmq, documenta in parte le voci. La loro proiezione, ampiezza, tridimensionalità, il disco le resituisce in parte. Esemplifico: penso alla voce della prima Sutherland, che mi sono fatta raccontare da chi l’ha udita dal vivo: no diresti mai dagli audio che era grandissima, perchè così te la raccontano.
        L’effetto tridimensionale, superstereo, di Pavarotti il disco non lo rende per nulla. etc….
        Sono documenti parziali anche quelli recenti

    • Giulia, sono d’accordo sì e no con te. Sono d’accordo per quel che dici sugli insegnanti. Ci vuole uno speciale orecchio per insegnare che è supplementare ad una buona tecnica e che non tutti i cantanti hanno, poco importando il rilievo della carriera che abbiano avuto. Purché l’abbiano avuta. Oggi invece abbiamo in conservatorio ad insegnare canto gente che magari ha cantato solo alla recita annuale della parrocchia o che ci è arrivato, ad insegnare, chissà come lo sanno solo Iddio e le loro ben nutrite aderenze. Per lo più gente inetta al canto ma probabilmente non alle pubbliche relazioni che, sempre facendo congetture, non potendo sopravvivere in teatro doveva trovare un ripiego. con nefaste conseguenze. Questa è la mia personalissima opinione, s’intende, sempre aperta a qualsiasi smentita fuorché sull’inconfutabile fatto che oggi si sia perso anche il benché minimo senso di cosa significhi insegnare il canto.

      Su cosa non sono d’accordo. Come rispondevo prima a Fazzari, vale ben più un bel suono che centro trattati di anatomia della laringe.
      Quindi se è vero che il disco non può documentare l’ampiezza delle voci nello spazio fisico di un teatro (pensiamo solo a cosa raccontano di Schipa che era un tesorino eppure quella voce correva.. correva… ) tuttavia i dischi sono utilissimi a documentare forse la cosa che più manca oggi al divo di turno, a cominciare da Kaufman, Netrebko e compagnia briscola: la posizione del suono.
      Ascoltare Pavarotti in disco è molto utile al riguardo (pessimo invece, a mio modo di vedere, sul punto interpretazione). Molto di più lo è un Patzak – per me un maestro, ogni suo disco è una lezione di canto – per tacer della Muzio. Ma anche il DeRezske postato da Mancini tempo fa, quello che dissi non piacermi per gusto (non certo per tecnica). Insomma tutti coloro che per natura loro rendevano immediato cosa volesse dire quel recitar cantando di cui tutti si riempiono la bocca dando poco o sbagliato peso al “recitar” che non si riferisce allo stare in proscenio, ma all’uso della voce.
      Insomma: si può imparare anche col sussidio dei dischi… basta che se non si ha un orecchio già aduso si evitino le voci che mostrano uno sfarzo di armonici o altro, che tendono a coprire la naturalezza dell’emissione.

      • L’orecchio del maestro d’imposto vocale è fondamentale, e dipende dalla coscienza che l’insegnante ha della voce, dei vari problemi di emissione, che deve aver provato e risolto lui stesso in prima persona, sulla sua pelle. L’insegnante deve essere padrone dell’emissione, e deve avere piena consapevolezza di ciò che va a fare con la voce dell’allievo. Spesso i cantanti che fanno una grande carriera non sono in grado di insegnare proprio perché non hanno la completa consapevolezza della propria voce, di come ottenere quell’emissione che a loro magari riesce naturale, per una predisposizione innata. Avere un’ottima voce o aver fatto una eccelsa carriera non significa saper insegnare: chi arriva ad alti livelli molto spesso non ha dovuto faticare molto per trovare la propria voce.

        I dischi possono essere utili come esempio, ma bisogna saperli ascoltare. L’esempio più importante però è sempre quello del maestro a lezione: anticamente è probabile che, nella mancanza totale di nozioni teoriche, anatomiche e fisiologiche, l’allievo a lezione imparasse solo ripetendo l’esempio vocale dato dal maestro. E’ interessante infatti osservare come i trattati più antichi spendano pochissime parole sulla respirazione o sull’emissione, soffermandosi soprattutto su vocalizzi e figure musicali. Non si diventa maestri di canto semplicemente ascoltando dischi o raccogliendo consigli e testimonianze da cantanti famosi: per insegnare è necessario saper fare. L’arte può essere insegnata solo da chi ha di quell’arte completa padronanza e consapevolezza: il canto non deve avere alcun mistero per chi sappia insegnarlo.

        • Perfettamente d’accordo. Ho sempre pensato anche io che raramente i grandi fossero poco inclini all’insegnamento perché arrivati ad una naturalezza del canto tale da ottenere come feedback una quasi completa dimenticanza del “come si fa”. Eppure… Eppure non si può negare che alcuni dei più celebri cantanti furono anche grandi maestri, almeno a giudicare dalla stirpe di cantanti che formarono: penso ad un Antonio Cotogni.
          Insomma la penso come te su tutto Mancini, però mi sento anche di appoggiare quello che, mi pare, scriveva Lauri Volpi quando diceva che, almeno in parte dico io, la voce è un mistero.

          Sul disco, davo per scontato anche io che primo e fondamentale è l’insegnante. E il bel suono che vale più di mille indicazioni foniatriche te lo deve dare lui.

  10. Mi scuso anzitutto per non esser stato in grado di chiarire il mio pensiero, ma non auspicavo affatto un controllo “staliniano” da parte dei conservatori, del tipo “arte socialista” , ma , poiche’ di fatto una specie di dittatura e’ in atto nell’opera lirica (e voi ed altri avete individuato a piu’ riprese le cause), mi chiedevo se uno stato democratico quale dovrebbe essere il nostro,non abbia , per ragioni storiche, culturali etc…,l’obbligo di organizzare le creare le condizioni che permettano ad un artisata di emergere ed esprimersi al meglio : tanto per restare su vetero-slogan, non”arte socialista” di staliniana memoria , ma “che cento fiori sboccino, che cento scuole si contendano”: ad esempio favorendo la riapertura e l’utilizzo di teatri in provincia (se non erro Lauri Volpi esordi’ al Teatro dell’Unione di Viterbo, ad esempio). Per quel che concerne la foniatria, e’ ovvio che ha ragione Mancini su questo punto, ma io , senza aprire un interessantissimo dibettito su tecina e tecnicismo(questo si’ un pericolo !) volevo soltanto suggerire che a personaggi tipi Kaufman qualcuno dovra’ pur spiegare che il modo con cui utilizza la muscolatura del faringe porta diritto a malattie delle strutture in esso contenute, uomo avvisato…

    • no mi pare tu ti debba scusare di alcunchè. io non ho minimamente letto in quel senso le tue parole. La questione conservatori, con buona pace dei suoi innumerevoli detrattori ( non per niente anche parti in causa, quali bersaglio degli strali ), Celletti l’aveva chiaramente individuata e messa a fuoco più di vent’anni fa: nei conservatori finiscono i peggiori e più insipienti “maestri” di canto. Certi suoi articoli furono profetici perchè tutto si è realizzato, anzi “compiuto”, come le profezie delle streghe del Macbeth. I ciarlatani prosperano ed in scia sono arrivati i fonoiatri, che ormai agiscono fuori dagli argini della professione medica.I cantantil, dal canto loro, sono pieni di supertizioni, idiosincrasie, ipocondrie, e tendono a sviluppare da un lato rapporti di dipendenza dai maestri, soprattuto se ciarlatani, ed anche dai fonoiatri. Chissà come mai chi sa cantare non è dipendente da nessuno, medico e maestro….?!

    • Verissimo quello che dice Giulia circa le manie dei cantanti! L’ipocondria comunque la vince su tutte e credo sia piuttosto… ineliminabile! 😀

      A parte questo però vorrei rispondere anche a Fazzari.
      Sottoscrivendo quante più volte possibile quello che ha scritto Mancini vorrei precisare con molta semplicità due cose.
      Prima cosa. Il foniatra è utile in quanto medico: vale a dire che ci si va per un controllo intorno alla salute delle corde vocali (… in questo però nulla di meno lo sa fare un otorino) ovvero perché intervenga in situazioni di patologia dell’organo vocale: di chiunque, perché il foniatra non esiste e non deve esistere in ragione della voce cantata.
      Seconda cosa. Fazzari, suggerisci che qualcuno dovrebbe ben dire a Kaufman che così facendo si inguaia. Vero. Però ti posso garantire che per un cantante vale ben di più sentire un suono ben emesso come esempio e cercare di capirlo (NON imitarlo: capirlo, che è cosa ben diversa) che non spiegargli che fa un uso distorto della muscolatura. Nel primo caso c’è una fondata speranza che capisca e inauguri una nuova via su quella base intuitiva per la quale passa necessariamente l’insegnamento del canto; nel secondo gli si confondono le idee perché vi è uno stacco troppo grande tra spiegazione scientifica e pratica del canto la quale si affida a formule sperimentate, da ridurre però all’osso, che il cantante capisce al volo – o, visti i tempi che corrono, dovrebbero capire.

    • Sono d’accordo sulla riapertura dei teatri, ma poi aggiungerei un pensiero prendendo spunto dal buon articolo della Grisi che chiude dicendo: “[i Teatri dovrebbero fornire] le garanzie che si sta facendo il massimo possibile. Diversamente, meglio non far nulla”. Mi pare invece che il dramma del Regio non sia che vadano incontro a qualche flop, ma che facciano solo 2 opere per stagione lirica! Più nuove produzioni, più rappresentazioni: il numero è importante! Non è che possiamo pretendere di andare a teatro solo se ci siano cantanti/direttori verdiani di chiara fama (e gusto). E’ un atteggiamento che impedirebbe al mondo operistico di esprimere nuovi talenti. Benissimo inoltre fare iniziative scimmiottando la Scala della serie “anteprima under 30”. Questi ragazzi l’Aida l’hanno applaudita convinti, come hanno applaudito il Don Giovanni scaligero. La speranza è che poi tornino, che si innamorano dell’Opera e che eventualmente affinino il giudizio critico. Ma bisogna aumentare il numero di questi eventi e il numero delle recite! Che i tedeschi l’abbiano già capito e proprio per questo ci “dominano”?

      • caro Heidelberg, i tedeschi lo fanno col sistema degli stabili, dove un mezzosoprano scalcinato canta zia principessa, bouillon ed arsace al tempo stesso. Il sistema degli stabili funziona economicamente ma non artisticamente perchè presuppone un eclettismo vocale scomparda dai tempi della Oneghin e della Lehmann o di Jadlowker. Dai tedeschi dovremmo apprendere il rigore nei bilanci e nell’organizzazione del personale e del lavoro. Quella si. Ora come ora nient’altro

        • aggiungo anche che quello tedesco è un sistema teatrale dove nessun teatro si permette la quantità di nuovi allestimenti che ogni grande emdio teatro italiano si è permesso per decenniò scala in primis.

  11. Quando ho parlato di foniatra non intendevo considerarlo indispensabile per il cantante, giustamente , dite, basta un buon otorino,ma, forse per deformazione professionale, intendevo parlare dell’importanza degli studi CORRETTI sul tratto vocale unico dell’uomo , tra l’altro, a partire dagli anni ’60 nei laboratori di Haskins alla Yale, sino alle ultime ricerche di Lieberman e McCarty si e’ sempre piu’ sottolineata l’importanza della componente psicologica nel parlare (e cantare-ecco anche l’ipocondria).Ma molto piu’ terra terra, vedendo sul canale Classic una masterclass di Teresa Berganza che corregge una giovane mezzo-soprano semplicemente innalzandole la mandibola (impedendo lo sbadiglio) ottenendo un suono ben proiettato, piu’ chiaro ed espressivo nel contesto dell’aria cantata,mi chiedo: e’ cosi’ difficile trovare simili insegnanti? E ancora, e’ notizia recente che l’Accademia di S. Cecilia ha ottenuto dalla Presidenza della Repubblica la qualifica di Eccellenza (questa s’i’ meritata), e che ha il bilancio in pareggio, e , di nuovo, mi chiedo: ma e’ questa una cattedrale nel deserto o esperienza esportabile altrove?Spero di aver chiarito,nel contesto della mia inesperienza cio’ che intendevo dire. Infine, e vi assicuro non per piaggeria,vi ringrazio per i vostri commenti, che mi spronano a studiare, studiare, ascoltare, riascoltare e confrontare dopo anni di interventi sul cuore.

    • Massimo sono stato poco chiaro anche io. Volevo solo dire che se fai un giro sul sito di un noto foniatra, trovi articoli della cui scientificità non dubito nemmeno per un istante, ma che in mano ad uno studente di canto possono essere devastanti laddove è descritto, ad esempio, l’allargarsi delle costole e via dicendo. Studiare da un punto di vista descrittivo e scientifico la fonazione della voce cantata conduce ad una rappresentazione del canto molto lontana da quella che uno studente deve avere.

      Ma questo può accadere anche con i classici trattati di canto: ad esempio, quello che dice Lazaro nel Metodo qui pubblicato, circa l’alzarsi del petto nella prima lezione a me personalmente non pare così limpido.

  12. Io continuo a sostenere che anche lo studente ha in parte merito o meno per la sua educazione vocale: non lo sente uno quando tira o ingola il suono che non viaggia?

    Per mia personale visione di “permanenza delle condizioni” ribadisco che ci sono stati e ci sono cantanti che sono anche bravi insegnanti, cantanti che non sanno insegnare, non eccelsi cantanti che sono ottimi insegnanti e non eccelsi cantanti che non sanno insegnare.
    Il problema secondo me non sta tanto nella loro presenza o meno quanto nella possibilità di fruizione da parte di un allievo di un buon maestro, soggetto oggi come oggi sopratutto alle possibilità economiche dei singoli.

    • Certo che è importante lo studente, deve avere intellingenza, sensibilità, passione. Da solo però è difficile che riesca a rendersi conto di taluni difetti, spesso ad esempio si tende a spingere senza rendersene conto, l’orecchio esterno di un esperto è fondamentale. Poi una volta appresa la corretta disciplina, il cantante non dovrebbe più avere stretto bisogno del maestro.

      • Certo Mancini: l’orecchio esterno serve sempre e come ribadisci tu, è indispensabile agli inizi!
        Ti può capitare infatti di fare scale di due ottave dove ti sembra di aver fatto un suono omogeneo e poi il maestro di dice di no, mentre riprovi pensando che non lo sia ed invece lo è! XD
        Devo ammettere che la percezione personale e la percezione esterna è per me un vero mistero, però se ti si dice “questo va bene”, cerchi appunto di tenere quelle sensazioni.

        Quando ho letto l’ultima frase (del cantante senza stretto bisogno del maestro), mi sono balzati in mente come brainstorming la Callas che continuava a prepararsi con la de Hidalgo ancora in carriera e poi Florez che per sua stessa ammissione non studia più con un maestro di canto ma da solo! Evvabbè XD

  13. Quanti argomenti interessanti. Intanto stenderei subito un pietoso velo sullo stralcio di ascolto che avete postato…vorrei prima ascoltare tutta l’opera per giudicare meglio, certo che da questi minuti…mammamia….siamo a un livello…Ma il Messaggero mi pare lo stesso Mauro Meli??!! La voce è identica…
    Riguardo l’argomento microfoni, foniatri, ec.

    Ci sarebbe tanto da dire ma in sintesi, concordo sulla frase : E’ l’allievo che fa il maestro. Dalla scuola della Llopart non uscirono 1000 Kraus, Scotto e Souliotis …eppure la Llopart ebbe 1000 e più allievi.
    I foniatri curano i disastri vocali, non sono ‘maestri’. Oggi prosperano, ovviamente: c’è un via vai continuo per asportare noduli e polipi, per placare edemi, per eliminare corditi…ec. Fanno il loro mestiere e taluni lo fanno benissimo. Il prof Fussi, che è un genio a mio parere, ha persino inventato un sistema straordinario per vocalizzare in maniera fisiologica e assai corretta (cioè in maschera) per soli 10 minuti, forse meno, evitando così lunghi e spesso afonizzanti esercizi fatti in maniera errata. Non mi dilungo oltre per non annoiare.
    E’ vero che oggi si canta molto male tecnicamente ma io non darei la colpa al microfono. Il service di Pavarotti era sofisticatissimo, costava 100.000Euro e passa a concerto. Io lavorai come regista a uno di questi eventi, trasmesso poi su RaiDue, e il responsabile del service mi disse una cos a che ora riporto letteralmente:”Guarda che il microfono bisogna saperlo usare e bene: chi sa cantare ne viene esaltato, chi non sa cantare nella maniera giusta ne viene penalizzato. In sintesi: il microfono non amplifica solo la voce bensì ne amplifica i difetti…se ci sono. Per il microfono bisogna essere perfetti.” E Pavarotti lo era.” Credo che un buon 80% di questo discorso sia condivisibile. Se amplifichi una fetecchia….sempre fetecchia resta.

  14. In sintesi. Si tratta di una maschera in plastica da anestesia (non da aerosol) che si utilizza con particolare esercizi: si comincia con la fondamentale (la nota parlata di ognuno di noi…A …E…I …O…U) , poi si fa un glissando dal basso all’acuto e poi di nuovo in basso…(A E I O U) e poi si canta, sempre dentro la mascherina e tappando il buco che sta dalla parte opposta, una frase di un’aria del proprio repertorio….dopodiché…via la mascherina….e magìa…si canta la frase normalmente…La voce risulta riscaldata nel modo giusto, alta, raccolta e molto più risonante. L’esercizio va fatto sostenendo il suono sul fiato, normalmente. Durante l’esercizio la lingua è totalmente rilassata, la gola non interviene per nulla (SOLO IN CHI CANTA MALE!!!)..infatti questa maschera rivela subito chi canta ingolato, come si suol dire. Dubito che Kaufmann possa riuscirvi….:-))) Fussi ha “inventato” questo sistema semplicemente applicando in pratica i più recenti studi sul vocalizzo e sul corretto uso delle risonanze per riscaldare la voce. E’ una panacea ma ripeto: l’ingolato non c e la fa e contrae la gola…non sale oltre l’ottava e mezza. Chi canta bene può fare un glissando di 3 ottave minimo.

      • …guarda che sono vocalizzi…:-)))….una voce normalmente impostata e di buona emissione possiede minimo due ottave ma dovrebbe averne tre se usa bene la sua voce, ripeto: per vocalizzare. Non so che tipo di voce tu abbia ma dubito che tu possa utilizzare in qualche modo il re sopracuto della Sutherland…forse giusto partecipando a X Factor. Tra l’altro, visto che fai lo spiritoso, dovresti pur sapere che Lauri Volpi poteva vocalizzare dal fa basso (Sparafucile) al fa sopracuto dei Puritani, in voce…Valdengo mi raccontò che Tucker per vocalizzare, prima della recita, faceva solo un esercizio veloce: eseguiva all’ottava superiore la nota più acuta della sua parte . Se aveva un si bemolle3 eseguiva un si bem 4 , per controllare la tonicità della corda. Ovviamente era un suono di falsettone sul fiato, non certo il si bemolle della Milanov!
        Quanto a quella che chiami la “magica maschera”…:-))…..costa 10E, è una normalissima maschera da anestesia , non la vende Harry Potter. Il problema è che per usarla nel modo giusto devi essere un pò ‘magico’ tu. Se lo sei…meglio per te. Altrimenti…nisba, non funziona. 😉

        • sarà anche Enrico, resta il fatto che Fussi ha un parco svociati e/o malati di lusso come testimonial e nessuno dei suoi clienti canta o ha mai cantato per un attimo come le star che citi. Ma quale di loro nei video fa quello che fa Tucker col busto? Chi di loro sa emettre un suono qualunque tanto pieno, proiettato ed ampio? Io posso mettermi mille mascherine e vocalizzare su dieci ottave ma se lo faccio in modo scorretto a che serve? Lì Fussi non puo’ nulla. Si ‘cantato per trecento anni con esiti straodinari ed oggi inconcepibili senza gli elisir del fonoiatra . E’un placebo per le insicurezze tecniche. Queste processioni di gruppo i loro studi stupiscono noi melomani. Non me le riesco ad immaginare la callas, la sutherland, la stignani in sala d’aspetto a farsi dare da lui mascherine evocalizzi……! Dottore mi dia i suoi vocalizzi, ne ho bisogno?
          Non mi pare che la Devia o la Gruberova siano tra quei testimonial? non si sono ammalate abbastanza oppure non ne hanno avuto bisogno proprio del fonoiatra, perchè sanno cantare?
          La scienza sa di non comprendere tutto, di non avere spigazioni per ogni fenomeno della natura. E’ la vulgata popolare che ritiene l’approccio scientifico ai problemi dell’arte superiore e più completo a quello dell’empiria. Resta il fatto che nell’arte non siamo in grado oggi, mentre andiamo a spasso nella galassia, di rifare certi procedimenti artistici dell’età classica, o medioevale etc….Costruiamo grattacieli da 400 piani ma un Pantheon o una cattedrale gotica con le stesse tecniche e gli stessi materiali dei romani o dei gotici non siamo in grado di ricostruirli, e nemmeno di modellizzarli con esattezza alla luce delle nostre conoscenze.
          Il canto non sfugge a questa natura di arte fondata SULL’EMPIRIA, legata dunque al processo di apprendimento artigianale orale maestro allievo, con metodi empiricamente messi a punto nei secoli passati, e la scienza moderna non lo gestisce e non lo può gestire, sennò produrremmo cantanti come i biscotti in fabbrica. I fonoiatri non hanno mai avuto il ruolo che hanno adesso perchè i cantanti non hanno mai cantato come adesso. Sono usciti dal loro ruolo di medici ( perchè quello che tu narri, e che sapevamo già peraltro, è fuori dal ruolo e dai compiti del medico..) perchè c’è una domanda di sapere che proviene dai cantanti che non sanno, o non sanno ove procurarsi ciò che a loro serve. I fonoiatri sono come le crepe nei muri, ossia l’esito palpabile e percettibile di un dissesto statico in atto, una conseguenza di altro ben più importante: la perdita della cultura del canto. Che è il problema vero dell’opera e la sola ragione per cui non sforniamo più cantanti.

      • Ahaha XD colgo una vena di ironia in Mancini!

        Tuttavia, mi sembra che Fussi, con rispetto parlando, abbia scoperto l’acqua calda: nel metodo funzionale della Rohmert i glissandi rivestono un ruolo importante per il riscaldamento della voce e la sensazione della maschera (mutuato con l’uso di una mascherina esterna in Fussi) viene fatto con un esercizio altrettanto utile con dei movimenti delle dita sul volto.

          • Sì, ma guarda Mozart, già discussi quando c’era il blog su questi espedienti: direi che “subire” è il verbo più adatto a pratiche del genere. Come anche stringere la matita tra i denti.
            A cosa serve? A farti capire come si alza il palato e si apre la gola. Punto. Cosa che se la impari senza espedienti è un TANTINO meglio, perché eviti le tensioni mandibolari che il morso provoca necessariamente e che sono tra le cose che poi, tolto il tappo, ti fanno ingolare.

          • Esatto, sono dei trucchi didattici: la Freni racconta di aver utilizzato per fare la messa di voce un ombrello ed aprendolo si immaginava il suono che si apriva.
            Come anche pensare gli acuti una ottava più bassa (Callas e Horne), fare dei vocalizzi abbassando il tronco quando si sale in acuto: sono tutti espedienti per far uscire il suono più libero e percepire come dovrebbe essere e riprodurlo in situazioni ordinali :)

          • Uh la storia dell’ombrello! Me l’ero dimenticata… altra solenne idiozia. Naturalmente anche questa è mia opinabilissima opinione eh!

          • Ma la domanda vera è: qualcuno ha mai sentito una messa di voce della Freni??? hahahah

  15. Io credo che Giulia abbia ragione su tutta la linea Enrico. Quando ho letto della mascherina del dott. Fussi, il primo pensiero è stato proprio lo stesso suo: si è cantato per secoli e magnificamente senza alcuna mascherina. Il che, dal mio punto di vista, non vuol servire a screditare Franco Fussi, ma sottolineare come ci siamo ridotti se si ha bisogno di un mezzo del genere.
    Io resto per il metodo di insegnamento classico: allievo-maestro-questo suono va bene quest’altro no-tifaccio sentire come si fa. Naturalmente con debita spiegazione della respirazione (molto meno macchinosa e NATURALE di quel che si legge in giro). E poi molto dipende, come è stato detto, dall’allievo e, riprendendo un sacrosanta cosa ricordata da Fazzari, anche molto dalla sua testa.
    E mi ruba la parola dal labbro quando dice che il canto non è scienza, ma artigianato, da impararsi a bottega.

    Giulia, la cultura del canto s’è persa. Ma quali sono secondo te e secondo voi le ragioni? Io faccio veramente fatica a rintracciare le cause del malcanto. E’ solo perdita di gusto? Ma una perdita così vistosa com’è possibile?

  16. Ma sì…certo…mi pareva di essere stato chiaro: non ho detto che con la mascherina di Fussi diventi la Sutherland o Tucker!!!!! M a dove l’ho scritto, non sono così scemo….
    Hoi solo cercato di spiegare-su richiesta- in cosa consiste questo semplicissimo metodo per scaldare la voce senza far intervenire i muscoli della gola. Come ha giustamente chiosato GiuliaGrisi il canto va avanti per empirismi, per sensazioni. Se ce n’è UNA che aiuta??! Perchè non utilizzarla ? Mammamia…un pò di fede ogni tanto….e vediamolo pure mezzo pieno sto’ bicchiere, no?! MisterPapageno suggerisce un altro esercizio…ben venga. IN materia di Canto si impara da TUTTI e la cosiddetta VERITA’, che nessuno possiede del tutto, è equamente distribuita….un pezzetto di qua e uno di là…

    • Enrico, il problema è che oggi non si può vedere il bicchiere mezzo pieno semplicemente perché è completamente vuoto!! 😀
      Sto sdrammatizzando ovvio!

      Senti qui non si tratta di dare dello scemo a nessuno, quel che vogliamo dire, per lo meno, che voglio dire io, è che, ben vengano gli aiuti, sempre però che questi non diventino le pietre angolari senza le quali tutto crolla. E guarda, te lo dico per esperienza, mia e non, che poi si va a finire così: ché sinceramente tra tappi, matite di Delle Sedie (era lui?), strizzate di culo (pardon) per fare gli acuti e adesso pure mascherine per l’anestesia per un riscaldamento dell’organo vocale al microonde, sinceramente non so più cosa pensare.
      Perdonami, ma io preferisco restare a pane, salame e lambrusco (l’unico bicchiere che vedo sempre mezzo pieno, preferibilmente amabile 😀 )

    • Vi do un altro consiglio per mettere il suono in maschera 😛 ahahah altro che mascherina di Fussi: mettete l’indice, il medio e l’anulare della mano destra (se siete mancini, la sinistra) sul labbro superiore in corrispondenza dell’arcata superiore dentale (per farla semplice, sui baffi ) e mentre vocalizzate con una bocca semichiusa su una generica e (ma non pensate ad una e), muovete da destra a sinistra velocemente la mano: dopo un po’ di prove, il suono verrà assolutamente fuori facilmente e proiettato 😉

    • dai enrico…qui lo sai che abbiamo il gusto per i paradossi e ci piace spingere il discorso alle estreme conseguenze..la sostanza del mio dire è chiara. Sennò divrei pensare che quando mi parli del fatto che il Pava usava il microfono tu intenda che era sempre microfonato, mentre è diventato il Pava che i microfoni non si usavano….

  17. Il problema che mi pongo io è sempre lo stesso. Come mai la tecnica vocale si va perdendo e quella strumentale no, anzi per certi aspetti a livello medio è addirittura migliorata? Nel secolo scorso, brani come i Capricci di Paganini o gli Studi di Chopin erano ritenuti ineseguibili e oggi qualsiasi studente di violino o pianoforte deve saperli eseguire perfettamente o non può ottenere il diploma. Possiamo discutere sulla personalità interpretativa dei giovani pianisti o violinisti ma tutti suonano con tecnica impeccabile. Il punto è che il pubblico di oggi non accetterebbe di ascoltare un violinista che non sa eseguire gli armonici o le note sulle corde doppie, ma tollera note gridate, stonature o berci da un Kaufmann o da una Netrebko in nome di panzane come una pretesa personalità di interprete.

    • Tra le tante spiegazioni che ho provato a darmi c’è questa. Proviamo a chiedere ad uomo della strada che cosa associ al suonare un violino e poi che cosa al cantare.. probabilmente immaginerà il violinista con dietro un’orchestra in un teatro, mentre pensando al canto gli verrà in mente Lady Gaga. La musica leggera, che pare imprescindibile dal canto più della musica c.d. classica, ha registrato l’orecchio della gente su un tipo di voce ben diversa dalla musica leggera di un tempo: quando cantavano Daniele Serra, Carlo Buti, Luciano Virgili, la Fougez su su fino ad un Tajoli e perché no un Claudio Villa. Voci comunque educate ed educate , io penso, avendo di mira la stella fissa del canto lirico.
      Oggi invece se sono voci educate arrivano da altri stili, altrimenti non sono per nulla educate. Perciò ho pensato che tutto ciò che dia l’idea di qualcosa “di più” che non un Vasco Rossi che sbraita piaccia, se piace il genere. Ecco spiegati dunque un Kaufmann, una Netrebko etc.
      Se piace il genere. Perché poi va detto che i sentimenti infusi nei lieder di Schubert oggi sono molto lontani (forse perché non si conoscono) da quello che hanno chiesto e che continuano a chiedere tutte le giovani generazioni più o meno dalla metà del secolo scorso.
      Boh. Io me la spiego così la perdita della cultura del canto… ma è solo una mia congettura e in quanto tale fa acqua.

      • Ah beh, certamente il “canto” al microfono ha fatto grossi danni. Ma secondo me ancora più danni hanno fatto i dischi. Tutte le imposture odierne possono esistere solo sui dischi, in teatro dal vivo sono delle nullità. Comunque a monte la decadenza del canto ha a che fare con il pensiero materialista e meccanicista, e con l’avvento delle tecnologie. Aggiungiamo poi la crisi morale della nostra società, lo scarso professionismo, la scarsa attitudine a lavorare duro, e possiamo ben capire perché il canto sia morto.

        • E non esistono più le mezze stagioni e piove governo ladro….io in questo momento sto ascoltando il nuovo fantastico CD di Joshua Bell, un violinista che può degnamente confrontarsi con i più grandi della storia. Come mai il pensiero meccanicista e il microfono su di lui non hanno effetto?

          • Il microfono ha influito soprattutto sulla vocalità. La gente si è assuefatta al “canto” microfonato e non capisce più cosa vuol dire cantare per davvero, sono tutti ubriacati dai dischi, per questo a teatro non sentono gli orrori di Kaufmann e compagnia. Poi la mentalità materialista e meccanicista, quella che vede nella scienza la soluzione miracolosa di tutti i problemi, ha dato luogo a tutta una serie di “tecniche” fondate sul controllo diretto, muscolare e meccanico dell’organo vocale, stravolgendo le procedure tradizionali di educazione della voce. E’ inevitabile infatti che se io cantando penso a mettere la laringe in un certo modo, o a spingere con i muscoli in un altro, finirò solo con l’ingolare e con il forzare.

        • Io mi riferivo però al dubbio di Mozart, e cioè sul perché il pubblico d’oggi tolleri anzi applauda cantanti sguaiati.

          Comunque, è la seconda volta che sorrido leggendoti oggi: per due volte hai detto quello che io mi sono limitato a pensare e trattenuto dallo scrivere! 😀
          Sì sono d’accordo su quel che pensi stia a monte.

  18. Se nessun pubblico applaudirebbe strumentisti con grossolani problemi tecnici e molto pubblico invece applaude cantanti che da una fetta di appassionati vengono considerati dei dilettanti, davanti a questo fatto si possono asssumere due atteggiamenti :1) si ritiene la cosa inspiegabile o la si spiega in maniera assurda, con pretesi condizionamenti della musica leggera; 2) ci si pone il problema se davvero davvero i due casi sono paralleli oppure se nell’opera agiscono fattori musicali che la rendono un fatto imparagonabile con l’abilità di uno strumentista. Gli amici del Corriere possono riflettere su questi fatti; ne hanno tutta la capacità, anche se non forse la volontà.
    Marco Ninci

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