Candide di Bernstein all’Opera di Roma

La produzione di Candide che sta ultimando le proprie rappresentazioni all’Opera di Roma in questi giorni è stato un successo di pubblico e di critica, e con ragione, perché ha inserito in un allestimento riuscitissimo, firmato a suo tempo da Lorenzo Mariani per il San Carlo di Napoli, un buon cast vocale ed una bacchetta, quella del direttore americano Wayne Marshall, peritissima nella musica di Bernstein.
Una serata movimentata e divertente, screziata dall’ amarezza e dal disincanto, che discendono direttamente dal testo di Voltaire, aspramente ironico verso la visione “buonista” leibniziana dell’uomo e della società presente. Le intenzioni degli esseri umani come la società che circonda Candide non sono affatto positivi: le mille disavventure e disgrazie del personaggio, regolarmente perdente ma perennemente felice perché imbambolato dal preconcetto inculcatogli dall’educatore Panglosse di vivere in un mondo giusto e moralmente ineccepibile, sono trasposte dal regista Mariani al tempo della composizione dell’opera di Bernstein, per ritrovare argomenti e spunti grafici e registici in piena sintonia con il testo musicale e la koinè culturale in cui Candide affonda le proprie radici. L’America macartista si sovrappone alla fantasiosa e rocambolesca successione di episodi favolistici del testo voltairiano, trasformando la satira sociale settecentesca in quella sulla società americana degli anni cinquanta, opulenta e contraddittoria, profondamente ipocrita come quella stigmatizzata dal filosofo illuminista. Perciò non mancano in scena uomini vestiti come i monatti del Ku Klux Klan nella scena della Santa Inquisizione che impiccano Panglosse nel quadro portoghese, cantando la felicità e la bellezza al cospetto di uomini appesi ai cappi, come pure le frecciate agli ebrei, o l’aperta l’ironia politica contenuta nella scena dei re naufraghi e pure quella, prettamente voltairiana, alla grossolonità teutonica. La natura metastorica del testo settecentesco, con le sue ambientazioni favolistiche, fu una delle ragioni per cui la Hellmann e Bernstein lo adottarono come soggetto, sempre attuale nel suo messaggio di satira sociale come nella provocazione dell’uomo felice e soddisfatto del proprio presente. Mariani ed il suo scenografo, N. Rubertelli, hanno collocato Candide in una scenografia che rivive il boom economico degli anni’50 americani, quello del “forniture design”, delle luci al neon, delle prime televisioni, degli studios televisivi e dei teatri di Broadway che la musica di Bernstein apertamente riecheggia nel proprio vitale e straordinario mix di invenzioni personali, citazioni e contaminazioni tra jazz, varietà, classico e musica da cinema. Il clima del tempo viene fatto rivivere allo spettatore tramite l’uso di proiezioni, artificio scenico ma anche citazione letterale del cinema e della televisione, con riprese in bianco e nero delle prove di sala,  voli fantastici di Candide ed animazioni di  immagini tratte dalla pittura di uno dei grandi padri della Pop Art, il pittore jazzista Larry Rivers, con le sue famose riletture dei capolavori dell’arte del passato ( qui per tutti la Danza di Matisse, ad esempio ) anticipatore profetico della Color field painting come del Post modern ( la coppia danzante Fred & Ginger ), di cui Mariani ha riletto con precisione il nesso con il linguaggio figurativo dei mass media.
Il risultato è quello di uno spettacolo movimentato, ricco di regia, mai noioso o gratuito, ove i cantanti hanno dovuto e saputo recitare moltissimo, come in un musical.
Michael Spyres era Candide, dalla voce ampia e sonora in questa parte ( ben diverso dal tenore udito alla Scala in Donna del Lago), naturalmente portato a questo genere di canto per il modo di porgere le frasi e per il timbro, bravissimo a muoversi in scena come un vero ingenuo spaesato e un po’ fesso. Peccato per queste sue difficoltà a “girare” la voce nel registro acuto, dove è suonato sempre falsettante.
Jessica Pratt mi ha stupito per le qualità attoriali e di subrette ballerina, meno per la nota brillantezza del registro acuto nel celebre “Glitter and be gay” davvero impressionante ( molto ballato oltre che cantato, in mezzo ad un gruppo di boys…!) e nitido, privo della benchè minima fibra; solo qualche sofferenza qua e là in alcuni passaggi di scrittura frastagliata e centrale, dove la voce è parsa un po’ meno sonora.
Bene anche il baritono australiano D. Welton ( Pangloss-Martin – Cacambio), anche lui dalla sonorità alterna a seconda della scrittura vocale, quindi B. Taddia ( Maximilian – Capitain- Zar Ivan ) e la spassosissima Jane Henschel ( The Old Lady ), tutti bravi attori, misurati nella cifra caricaturale e di buon gusto.
Bravo il maestro Marshall, capace di sottolineare ed evidenziare tutti i vari aspetti di genere e clima drammaturgico della spumeggiante partitura, con un’orchestra e un coro precisi e mai scollati: ci ha portati a spasso nel fantasioso e scatenato mondo dell’inventiva straripante di Bernstein con facilità e gran dimestichezza dello spartito, senza mai cadere nell’eccesso o in sonorità gratuite ed eccessive.
Da ultima Adriana Asti, nel ruolo del Voltaire narratore-commentatore delle vicende del protagonista, che ha letto ed interpretato ironizzando con misura e mantenendo sempre il pubblico legato all’azione: una presenza stupenda di una serata ben riuscita.

http://www.larryriversfoundation.org/candideVideo.html

 

25 pensieri su “Candide di Bernstein all’Opera di Roma

  1. Tu scrivi

    “le mille disavventure e disgrazie del personaggio, regolarmente perdente ma perennemente felice perché imbambolato dal preconcetto inculcatogli dall’educatore Panglosse di vivere in un mondo giusto e moralmente ineccepibile”

    Una perfetta descrizione dell’ ascoltatore operistico medio di oggi :)

  2. Grande musicista Bernstein! Ricordo con estremo piacere il Candide scaligero di qualche anno fa (ricordo, invece, con meno piacere la performance orchestrale, pure diretta dal bravo Axelrod). Anche allora la regia ricorreva all’attualizzazione, ambientando la vicenda negli USA del maccartismo, del boom consumistico, del Ku Klux Klan…con ampi omaggi all’iconografia anni ’50 e ’60, all’immaginario televisivo (con l’immancabile Marilyn). Un vero capolavoro! Forse sarebbe il momento di ripensare seriamente al Bernstein compositore, senza i pregiudizi e la faciloneria che la critica togata e schizzinosa ha sempre mostrato nei suoi confronti (così come nei confronti di Offenbach che – soprattutto in Italia – non è considerato sufficientemente “impegnato” per poter calcare i palcoscenici più sacri e prestigiosi: la miopia di questo giudizio mi ricorda l’altrettanto miope giudizio di Hanslick – che non perdeva mai occasione per dimostrare quanto capisse assolutamente nulla – su Puccini). Oltre a Candide e West Side Story, infatti, sarebbe opportuno riscoprire quel capolavoro che è A quiet place (oltre a tutta la musica sinfonica).

  3. Il Candide scaligero (proveniente per altro da Parigi) si era trovato (?) a dover pasticciare con un testo firmato da Lilian Hellman, Richard Wilbur, John Latouche e Doroty Parker. E scusate se è poco.

    Quanto alla presenza “immancabile”, in allestimenti considerati inventivi, delle varie Marily, Marie e Jackie, auspico che queste povere donne vengano, per rispetto, lasciate riposare in pace una volta per tutte.

    • Beh, il testo di Candide E’ pasticciato fin dall’origine…con tutta una serie di revisioni testuali e reciproci “veti” tra successivi librettisti. Bernstein voleva esplicitamente mettere alla berlina le contraddizioni della società americana dell’epoca. La scena dell’inquisizione, ad esempio, è un esplicito riferimento alle persecuzioni maccartiste. Di questo “sottotesto” si deve tener conto. Ma già il racconto di Voltaire non può essere preso alla lettera: non è la storiella di un ingenuotto, bensì un’aspra critica alle certezze del suo mondo (e, nel ‘700, i bersagli erano la chiesa cattolica, i gesuiti, l’ordinamento sociale).

      Quanto all’allestimento parigino/scaligero (splendido) e alle “povere donne”, ritengo che sia naturale vengano riprese come immagini simbolo di quell’epoca e di quel particolare momento storico (non vedo per quale motivo le si debba “lasciare in pace” giacché hanno messo loro stesse la propria esistenza in vetrina).

      Ps: certo magari qualcuno preferirebbe un Candide trasformato da Pizzi in una statica fuga di colonne e scalinate con manichini di cavalli e abbondante uso di biacca per coprire ogni pur minima espressione del viso…perché all’opera BISOGNA annoiarsi a morte! :)

      • Gentile Maestro,
        personalmente non mi chiedo che cosa ne avrebbe fatto questo o quel regista. Serbo però la memoria del cast e dell’allestimento originale di Tyrone Guthrie – visto a Londra da ragazzina (1959?) – spettacolo apprezzato più lì che a New York.

        Sono certa – conoscendo le idee che professa dal CdG – che anche Lei l’avrebbe ammirato molto. Con simpatia. L. B.

  4. Carissimi Giulia e Gilbert-Louis,
    il tempo è impietoso con la memoria di noi poveri vecchi. Lasciatemi qualche ora di concentrazione e sarò onorata di soddisfare la vostra lodevole curiosità. A presto…. Lily

  5. Il primo Candide a cui ho assistito (Londra, 1959) era firmato per la parte letteraria da Lilian Hellman, Richard Wilbur, John Latouche e Dorothy Parker e con, si mormora, apporti non dichiarati di molti altri, tra i quali Stephen Sondheim e i coniugi Bernstein. Potremo, se vi garba, chiamarlo una sorta di urCandide.

    Mentre rivango nei bauli della memoria e dei vecchi programmi di sala mi rendo conto che ciò che vidi NON era lo stesso sfortunato allestimento newyorkese di qualche anno prima, bensì un nuovo spettacolo basato sulla medesima partitura (ne parleremo più tardi, nel resoconto tanto affettuosamente sollecitato da Donna Giulia).

    Ma bando alle ciance, ora devo dedicarmi alla messa a punto di quei ricordi e alla cura della mia diletta cana. A presto, cari amici. L.B.

  6. Caro Duprez, che Hanslick non capisse nulla non credo proprio. Aveva i propri principi, oltretutto ovviamente legati al proprio tempo, che gli consentivano di apprezzare alcune cose e di respingerne altre. Anche di compositori infinitamente più grandi di Offenbach, come Bruckner o Tchaikovsky. Ma questo non significa nulla. Quello che conta è l’intelligenza, l’onestà, l’integrità e la coerenza dell’uomo e dello studioso. Intelligenza a tutta prova, dura, inflessibile, che non gli impedì tuttavia di trovare straordinarie bellezze nei “Meistersinger” wagneriani. E che soprattutto non gli impedì nel 1897 di raccomandare il wagneriano Mahler per il posto di direttore della Staatsoper a Vienna. E te lo dice uno che adora Bruckner, stroncato da Hanslick senza pietà. Ma quelle stroncature non erano mai personali, erano invece espressione di una vera opposizione di idee, di una concezione precisa di ciò che doveva essere la musica. In quanto tali, erano ben più interessanti e acute di tante nebbie elogiative di cui Bruckner ha goduto allora e soprattutto dopo.
    Marco Ninci

    • Sono completamente d’accordo! (una buona volta…)
      “Vom Musikalisch-Schoenen” di Hanslick è un libro bellissimo, scritta con intelligenza, competenza e grande attenzione alla specificità della musica. Il che non accadeva spesso, perché negli sistemi estetici che in genere proponevano in quei tempi o tutti gli arti venivano assoggettati ad un principio metafisico o un’arte particolare si subordinava gli altri. Cosi la particolarità materiale della musica quale musica veniva neutralizzata.
      Adoro anche come scrive sull’opera. Ha delle idee chiarissime sulla questione della prevalenza del canto sul lato scenico od anche verbale-narrativo-drammaturgico nell’amalgama che è il teatro lirico.
      Peccato che un uomo di tanta originalità di pensiero venga sempre demonizzato per il “peccato” di non aver capito un certo numero di “genii” che ormai appartengono all’olimpo degli intoccabili.

      Sono convinta che non solo l’escavazione di pezzi musicali, ma anche l’escavazione e rivalorizazzione di varie critiche e opposizioni teoriche alle creazioni contemporanee (come, ad esempio, la lotta culturale fra Hanslick e Wagner o Bruckner) aiuterebbe alla nostra cultura attuale di sopraffare lo stato di totale musealizazzione di certi artisti. Va benissimo che appartengono alla veneranda Tradizione, ma è anche sicuro che l’accettazione cieca e religiosa di un valore assoluto di un Wagner, Bruckner, Mozart, Verdi o altri ha un effetto debilitante sull’attività della recezione e dell’eterna ra-ra-ra-rappresentazione dei Capolavori della Musica occidentale. Bisogna grufolare nell’immondizia, nella materia di questi pezzi. Perché mai accettare un Wagner come Vincitore assoluto verso il suo crtiico Hanslick, perché specolare con una vaghissima “giustizia storica”, perché creare un museo in cui, come dice Adorno, Mozart e Berg, Hegel e Nietzsche coesistono in sterile pace, quando diacronicamente sia Hanslick che Wagner possono ancora essere contemporanei, vividi opponenti? Possiamo ravvivare noi contemporanei questa guerra, se lo vogliamo. Altrimenti, francamente, la Pastina si annoia un po.

      • Hanslick ha scritto che la Boheme era “rumore” …per me questo basta a bollarlo come idiota. Non voglio riaprire la discussione fatta in privato, dato che non porterebbe da nessuna parte, avendo io in orrore una critica formalista (e ottusa) come quella rappresentata da Hanslick. Per me resta un cialtrone.

  7. Mah, io non ho partecipato a nessuna discussione in privato; quindi credo di poter dire la mia senza annoiare. Per Hanslick la “Bohème” era rumore. Benissimo. E’ facile per noi, uomini del 2012, affermare che l’opera di Puccini è un capolavoro; qualsiasi fesso può farlo. Ma non era così ovvio al tempo di Hanslick; per il grande critico e storico praghese poi la sua concezione di cosa doveva essere la musica gli impediva di farlo. Del resto, l’idea di “rumore” coglie qualcosa della novità che alle orecchie di Hanslick la creazione pucciniana offriva. Se noi dovessimo apprezzare solo le critiche che condividiamo, staremmo freschi. Molte volte infatti una critica feroce coglie caratteristiche morfologiche che agli elogi sfuggono. E poi. Hanslick, in nome del classicismo brahmsiano, rifiutava Wagner e Bruckner. Eppure, non molto dopo, Schoenberg, in “Brahms the progressive” da “Style and Idea”, cambierà la prospettiva classicista in cui considerare il linguaggio brahmsiano per rivendicarne invece la modernità. E Schoenberg era ovviamente un grande ammiratore di Wagner. Negli anni in cui Hanslick scriveva Nietzsche poi, in “Der Fall Wagner”, demistificava le pose eroiche wagneriane e ne scopriva l’intima parentela con la malinconia brahmsiana. Hanslick si è trovato in questo straordinario crocevia storico e ha difeso da par suo la “propria” immagine dell’evoluzione musicale e dei fini cui essa doveva portare. Ma questa immagine non è stata un muro di cemento. Innumerevoli sono gli spiragli che vi si aprono; e i riconoscimenti a Wagner e a Bruckner, sul piano dell’esperienza artistica concreta (in questo mi riallaccio a ciò che giustamente scrive Giuditta), non sono rari e, per questo, tanto più significativi. Come non sono rari i riconoscimenti reciproci, pur nella polemica, fra Bruckner e Brahms. Come del resto ci si deve aspettare quando ci si muove fra intelletti e sensibilità di una tale altezza.
    Marco Ninci

  8. La critica accademica sarà anche la categoria meno affidabile dell’universo, magari anche meno affidabile degli speculatori finanziari, magari è anche stata un ricetto dfi mascalzoni, certo è però che conta fra i suoi ranghi personaggi non proprio trascurabili: Philipp Spitta, Hermann Abert, Alfred Einstein, Paul Bekker, Fedele D’Amico. Non precisamente delle scartine. Chi sa…Magari, se fossero vivi, parteciperebbero con gusto alla chat della Grisi e in questo modo acquisterebbero qualche credenziale in più.
    Ciao a tutti
    Marco Ninci

    • Carissimo Marco…premesso che mai ho definito “scartine” quelli che tu citi (e che, comunque, svolgono/svolgevano attività differenti da quella di Hanslick), ritengo che il formalismo, la rigidità accademica, la correttezza ufficiale, l’attaccamento morboso alle “regoline” da corso al conservatorio, l’ortodossia a cui sacrificare qualsiasi ragionamento libero, siano forme interessanti – a volte affascinanti – di sapienza teorica, ma restano insufficienti per comprendere il fenomeno musica. Ora, cercare il rispetto di regole e teorie, e sulla base di questo stilare una lista di compositori buoni e cattivi, individuare gli “errori” di Beethoven, Musorgskij o Wagner…potrà essere pure un esercizio di alta speculazione intellettuale e uno sfoggio di (inutile) preparazione teorica, ma resta una grigia e mortificante burocratizzazione dell’arte. Mi intristiscono – davvero – le persone che devono ridurre tutto ad un preteso rispetto del dettato normativo, poiché vivono la musica come fosse un regolamento amministrativo: e questo impoverisce l’esistenza.

      Postilla: ogni volta che il portato ideologico si sovrappone alla serenità di giudizio, si assiste – a mio parere – ad una vera e propria mistificazione strumentale ad interessi diversi ed intellettualmente disonesta. Ciò vale per l’ossequio ad una data ortodossia regolamentare, così come il rispetto di una “linea di condotta” eterodiretta. Ti ricordo, ad esempio, le bestialità scritte da Adorno (di cui non sminuirei mai la relativa importanza storica nel pensiero del XX secolo, ma che può aver detto e scritto autentiche castronerie) in merito a Stravinskij, definito fascista classicista per la sola colpa di non aver cantato, in patria, le “meraviglie” del socialismo reale e del marxismo leninismo… Ecco, di questi pareri faccio volentieri a meno…

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