L’inaugurazione della Scala, Attila di Verdi.

10325313_794983637180585_2111069469187425224_nIl pensiero di Domenico Donzelli:
Chi conoscesse la cinematografia meglio di me potrebbe essere assai più dettagliato nell’indicare chi e che cosa abbia copiato Davide Livermore nella regia di questo Attila. Non può però sfuggire che, a partire dalla fucilazione della madre di famiglia nella prima scena, con tanto di citazione del Rossellini di “Roma città aperta”, per proseguire con la copiatura dell’Attila di Puggelli, ed approdare nel finale II ad una versione pastasciuttaia di “Salon Kitty”, abbiamo l’idea dello spessore del regista torinese. Il pezzo migliore non è suo, ma di un “certo” Santi Raffaello da Urbino. E per replicare subito alle facezie dell’onnipresente Alberto Mattioli, i motivi di disaccordo per questo spettacolo non sono le moderne tecnologie, che ben vengano, ma sono la carenza di idee sostituite con scopiazzature e pacchianate.
Quanto al reparto musicale davvero pessimo Chailly, sempre pesante, sempre greve, privo di slancio e di quel “Quarantotto” che è caratteristica di quest’opera di Verdi, dove comincia anche sotto il profilo vocale un certo atletismo che distacca Verdi dalla tradizione precedente. Il momento peggiore di Chailly è stato il grande concertato del II atto, dove non c’erano la congiura di palazzo, la sete di potere ed il desiderio di vendetta. Siccome le riprese radiofoniche sfalsano i volumi dei cantanti posso dire che ho soltanto il fondato motivo di ritenere che nessuno abbia quel carisma e quella prosopopea vocale che sono irrinunciabile caratteristica dell’interprete verdiano. Manca di cavata il protagonista, che non riesce neppure, vedi aria del primo atto, ad avere quella varietà dinamica, che era ad esempio in un Ramey, che gli consenta di simulare le carenze di volume. Stonato, ingolato e piatto nell’espressione Fabio Sartori. Incolore ed in difficoltà nella tessitura astrale George Petean, al quale i limiti vocali tarpano le ali per essere l’immagine, sia pure in negativa, del condottiero. Da ultimo Saioa Hernandez, approdata in Scala dopo un paio di prove relativamente positive in Wally e, soprattutto, in Gioconda. Wally e Gioconda, però, a Piacenza per giunta, non sono Odabella nei vasti spazi scaligeri. La cantante, che non è un soprano drammatico, ma che dovrebbe prendere esempio dal repertorio della giovane Maria Chiara, ha un uso piuttosto dilettantesco del primo passaggio e il difetto si sente nella cavatina di sortita, complice la scrittura vocale, e nel finale dell’opera, complice la stanchezza. Le cose non vanno meglio nei passi lirici come il “Fuggente nuvolo”, che richiedono controllo assoluto del fiato e varietà dinamica, per poter affrontare la salita agli acuti, le scale cromatiche e la languida fiorettatura prevista da Verdi per il momento di ripiegamento intimo della virago di Aquileia. Il tutto significa che la signora Hernandez deve riflettere sulle scelte di repertorio e lasciare dove sta, Desdemona esclusa, il repertorio verdiano.

Il pensiero di Gilbert-Louis Duprez:
Reduce dalla diretta TV, le mie impressioni su questo Attila inaugurale sono, almeno parzialmente, opposte a quelle di Domenico. Una premessa è doverosa: l’opera è musica e la musica si fa a teatro con tutte le circostanze del caso. L’opera è anche parte di un’evoluzione storica e deve parlare alla contemporaneità. L’opera (e la musica) non può essere ridotta solo al mito o a reliquie di epoche passate in cui si intuiscono meraviglie e si soprassiede sui difetti (che ci sono). Detto questo com’è stato quest’Attila? Una sorpresa. In parte negativa ed in parte positiva. Sicuramente spettacolare l’impianto scenico: l’idea di ambientare l’opera in un passato distopico in cui tra due eserciti in guerra il popolo resiste non sarà nuovissima, ma rende perfettamente il messaggio verdiano, ben più della paccottiglia pseudo barbarica che avrebbe solo richiamato alla mente l’Attila di Abatantuono. La messinscena è ricca, spettacolare, zeffirelliana, quasi cinematografica. Ma Livermore si ferma qui: regia non pervenuta. Nessun gesto, nessuna recitazione da parte degli interpreti. Per il resto è molto innocua e tradizionale: ed è bene che sia così. Attila è un’opera pienamente ottocentesca: ingenua, retorica, un po’ trombona e va bene renderne l’epopea storica (anche se trasposta d’epoca). All’opposto deludentissima la direzione di Chailly – forse qui nella sua peggior esibizione – tempi letargici, suoni pesanti, chiasso…il tutto ha messo a dura prova i fiati dei cantanti che davvero dovrebbero chiedere un risarcimento danni al direttore. Tra gli interpreti spicca la Odabella della Hernandez: grande voce, possente e salda. La migliore Odabella da me ascoltata negli ultimi 30 anni. Davvero una splendida sorpresa e credo che questo repertorio le sia più che congeniale: varia nell’accento, salda negli acuti e con buona padronanza della coloratura. Anche l’Attila di Abdrazakov è stato decisamente positivo, a parte un artificioso inserimento della voce che talvolta faceva capolino, forse nel bislacco tentativo di imitare l’orrido Christoff, cantante che andrebbe relegato nel dimenticatoio della storia dell’opera. Più problematico Petean che è piuttosto inespressivo (e non si comprende perché berciare un orrido acuto NON SCRITTO che poteva benissimo evitarsi). Inaccettabile Sartori: stonato, impacciato, inespressivo, sguaiato…e vederlo muoversi sul palcoscenico era forse peggio che sentirlo cantare. Mi chiedo come si possa accettare un’esibizione di tal genere. Una nota a margine – e di folklore – sul pessimo, davvero pessimo, livello della presentazione RAI: peggiore del solito e che tra improbabili interviste a guitti della musica pop, tra richiami al made in Italy degni di uno spot di Renzi & Farinetti e riferimenti di ardita imbecillità a Verdi come rapper del Bronx hanno ancora una volta reso incomprensibile il motivo per il quale dobbiamo pagare il canone. Peggio di così solo l’applauso infinito al presidente della repubblica, come in uno staterello sudamericano, tra inno e mani sul petto. Non so se alla fine è stato peggio il provincialismo patriottardo o le sparate catto-talebane del sindaco del sindaco di una cittadina lombarda che ha preteso venisse levata la statua sella madonna per non offendere la sua sensibilità religiosa.

93 pensieri su “L’inaugurazione della Scala, Attila di Verdi.

  1. My 2 cents, mentre i cafonal-vip si stanno strafocando la cena a sbafo. Direzione sicuraa ma bolsa e spenta in certi punti. Regia cretina, volgare e piena di stereotipi. Cantanti nel complesso, coi tempi che corrono, passabili quando riescono a evitare i vibratoni larghi da un tono/un tono e mezzo. Conduceva la trasmissione una Carlucci che tra lifting, botox e rinoplastica deve aver speso all’ incirca l’ equivalente del PIL mensile di un paese dell’ Africa subsahariana. Nell’ intervallo vengono intervistati in qualità di esperti di canto e melodia (!!!) Elio delle Storie Tese e Amedeo Minghi… Se non altro, una perfetta rappresentazione dell’ Italia contemporanea 🤣🤣🤣

  2. Rientro ora a casa e trovo già con immensa soddisfazione il vostro articolo: sottoscrivo al 1000 al cubo quello che scrive Donzelli!! Soprano impresentabile, il protagonista poco udibile in galleria, sul resto meglio sorvolare…..direzione d’orchestra di una noia da tagliare a fette. Sullo spettacolo posso solo chiedere quanto é costato???? sia dall’orchestra sia dal palco MAI un momento di emozione. Uno degli spettacoli più noiosi e inutili degli ultimi anni. Evidentemente Duprez in tv hai visto tutt’altro. Povera Scala, povero Verdi e poveri noi. Più che ad un Attila mi sembra di aver assistito al primo atto del Crepuscolo…che a volte non finisce mai!!!

    • Vedi Fidelio, il fatto è che io rispetto la tua opinione, e mi piacerebbe che pure tu rispettassi la mia. In TV ho visto la stessa opera che hai visto tu e che hanno visto – dal vivo – anche altre 4 persone che hanno confermato le mie impressioni. Non dico che le mie son giuste e le tue sbagliate, e viceversa. Il fatto che io e Domenico abbiamo espresso due giudizi diversi ci sta perfettamente e dimostra che di uno spettacolo si possono avere idee differenti e trovare spazio (nonostante le accuse che sempre ci fanno). Il “povero Verdi” lo lascerei per tempi migliori…per altre occasioni (nel presente e nel passato).

  3. Confesso di aver trovato la recensione di Donzelli esattamente come me la aspettavo, invocazione a Maria Chiara inclusa. Duprez, opportunamente, ha smosso le acque e mi trova d’accordo su più punti a partire dal giudizio molto positivo sulla Hernandez ( da verificare però nell’ascolto live ). A mio parere l’opera è per 2/3 opaca e convenzionale e la eccellente regia ha lenito il tedio che normalmente mi assale ascoltandola. Pereira l’ha definita “capolavoro”, dunque degna di stare a fianco, per dire, a Orfeo Don Giovanni e Tristano: mah…. Non comprendo perché, nelle regie operistiche, siano ritenuti plausibili i riferimenti pittorici mentre quelli cinematografici no. Per me Raffaello va benissimo, ma anche Rossellini e perfino Brass. Infine: mi sembra che Duprez non abbia colto il significato molto politico del prolungato e inusitato applauso al Presidente. Qualcosa che peserà, credo. Fossi stato in sala mi sarei unito con lo stesso calore.

    • Per essere chiaro ho citato Maria Chiara per comodità e per fare capire a ciascun lettore il concetto. Avrei potuto anche indicare Gabriella Tucci (che anche in gioventù alternava Leonora de Calatrava a Gilda), Rosanna Carteri, la giovane Mirella Freni sono alla Favero, alla Pampanini, alla Vallinfreda od alla Heldy. Tradotto soprani lirici

  4. Uno Chailly pessimo che ha affossato quel poco che il cast poteva dare con tempi letsrgici e pesantezza. Voci tutte senza fraseggio…..nemmeno un tentativo di fraseggiare. ..uno! Soliti Livermore banale ma sostenuto dalla sua valida equipe, Gio Forma in primis che sono fantastici.
    Dissento da Duprez su Mattarella: episodio politico chiaro, emozionante che peserà, come ha detto Gianmario. Quello cui stiamo assistendo per la manovra economica è uno scandalo di cialtrone ria e irresponsabilità e l Italia si aggrappa disperata a Mattarella per non sprofondare..

    • Beh – e qui la chiudo con la politica – l’applauso di un migliaio di ricchi privilegiati che hanno sborsato 3.000 € ciascuno per la poltroncina in platea o palchi non mi sembra proprio un gesto significativo e popolare: o meglio lo è in senso deteriore…è chiaro che certe elite si aggrappano al sistema che ha sempre garantito loro impunità, ricchezza e spregio delle regole comuni. Non è l’Italia quella che ieri applaudiva, ma una piccolissima parte di quel ceto – impermeabile a crisi e difficoltà economica – che nuotando nel privilegio ha contribuito economicamente e politicamente al disastro degli ultimi 30 anni. Mattarella compreso che fu ed è parte di quel sistema politico.

      • In un paese dove le istituzioni sono inesistenti, Mattarella spicca sui cialtroni, i twittatori e le macerie dello Stato. Lo applaudono ormai ovunque vada e la gente lo mette al 1o posto nelle proprie preferenze. La conduzione della manovra economica contro ue per arrivare al bivio dove o si calano le braghe o ci si becca la procedura d infrazione è vergognosa. Cialtrona. Inconsciente. Scandalosa. A Duprez ricordo che intanto gli x miliardi di debito nuovo maturati grazie alla salita dello spread li pagheremo noi tra 2 anni e non i nostri twittatori. E del paese fanno parte non solo i ricchi ma tutti quelli che lavorano qui e vivono qui w che capendo 3 concetti di economia comprendono i guai che la campagna elettorale permanente del governo co sta dando. E le conseguenze non saranno solo per i ricchi della platea ma per tutti NOI ! Il segnale è arrivato composto spontaneo e sentito…alla milanese. Non ci vedo nulla di male

        • peccato che una donna intelligente quale tu sei, competente di musica e di lirica, si perda in uno struscio così bavoso sull applauso al signor presidente della repubblica.
          Dopo averci sciroppato per oltre 10 anni uno che si credeva monarca di italia con le conseguenze che vediamo oggi , si spellano le mani per questo !? per giunta proprio il pubblico della prima !!!
          cosa abbia fatto e detto di così importanto mi sfugge….
          gli ultimi grandi Presidenti sono stati Pertini e Cossiga .
          quanto agli attuali governanti non ricordavo che prima di loro avessimo avuto i vari Enaudi, De Gaulle, Mitterand…

          Ci sono stati quattro primi ?! ministri uno peggio dell altro.
          Quanto all europa, per quel che mi riguarda ,Salvini e Le Pen sono due moderati
          prendere lezioni da un alcolizzato trafficone .che firmava accordi extra fisco con le multinazionali varie …e da un francese pappone ..

          Beh nn è da Te!

          • Spero con ciò di concludere questa discussione, immeritevole per un blog stimato che tratta di musica: ognuno ha diritto ad avere la sua opinione e non deve essere criticato per ciò. Art 25 cost libertà di manifestare il proprio pensioni

          • Scusate scritto di fretta art 15 libertà di manifestare il proprio pensiero

          • Non credo di doverti alcuna spiegazione salvo che le mie opinioni politiche sono assolutamente libere e ahimè non allineate con nessuno schieramento politico. Impara anche tu ad essere indipendente e non shierato ma a guardare le cose nel loro merito

  5. In effetti il pubblico della prima è molto rappresentativo del paese. Già me li vedo appena sborsati mille e passa euro per un palco rivolgersi disperati a Mattarella perché non arrivano a fine mese….meglio continuare a parlare di musica ….

  6. Una breve considerazione su Alberto Mattioli: la sua apparizione mi ha convinto che non avrei potuto perdere l’occasione per spegnere il televisore: occasione colta al volo.
    E’ chiaro che sarebbe opportuno ascoltare dal vivo ma, ad una visione/ascolto televisivo il mio parere si avvicina molto a quello di Duprez: attendevo uno spettacolo osceno, invece non e’ stato cosi’ deprimente, non indimenticabile, ma nemmeno sciagurato: occorrerebbe pero’ forse che ci riflettessi e meditassi piu’ profondamente.
    Mi e’ parso, ma potrei sbagliare, che l’orchestra suonasse male, meglio il coro, soprattutto prima dello sbarco dei profughi di Aquileia.
    Detto che Uldino mi e’ parso buono e meno buono il Papa, eccoci ai protagonisti.
    Sartori l’unico chiaramente insufficiente, forse leggermente migliore dopo la prima scena ma, in complesso e soprattutto in quella prima scena, ha rischiato di strangolarsi.
    Ora, a me pare che Petean sia un cantante abbastanza buono, come ricordo di aver udito in un Simone di alcuni anni fa da Roma e in uno Jago piu’ recente di Madrid, credo. Ora, prima di leggere il commento di Duprez, l’espressione “inespressivo” mi era gia’ balenata in mente, cosi’ come il riferimento a quella nota in chiusura della cabaletta, davvero censurabile, e impresentabile. Ma, nel complesso ….
    Adbradzakov credo sia alla migliore prova che io abbia da lui udito, ad onta di un inizio non felicissimo e di un vibrato a tratti non gradevolissimo; Ramey era un’altra cosa, siamo d’accordo e, ritornando al baritono, anche Zancanaro era un’altra cosa (se solo avesse pronunciato “Italia” e non “Itaglia”, vabbe’).
    Non sono affatto d’accordo con la “impresentabilita’” della Hernandez e, anche qui, sono vicino alla definizione di Duprez: lieta sorpresa. Ora, sara’ lei la Lady fra 3 anni ? Io mi augurerei di si’: Donzelli dice che dovrebbe tenersi alla larga da quei ruoli ma a chi glielo dovrebbero far fare ? Mica alla Netrebko, alla Pirozzi o alla Dyka. Per carita’, magari c’e’ o ci sara’ qualcun’altra: speriamo.

  7. Io posso parlare dal momento che ieri ho visto solo metà della diretta dell’anteprima under30. Regia bella tutto sommato, soprattutto riguardo il finale del I atto, con la ripresa dell’affresco di Raffaello, ma come è già stato notato il tutto si ferma alla superficie, non riesce ad andare oltre il lato esteriore. La conduzione di Chailly secondo me può ottonere una modesta sufficienza proprio perché manca di quello slancio quarantottesco legato a quest’opera. Sarà banale ma a me piace molto sentire durante le riprese delle cabalette l’orchestra che fa “casino”, cosa che è mancata ad esempio. Riguardo i cantanti sono pienamente d’accordo con Duprez: la Hernández mi ha incantato moltissimo, l’avevo ascoltata in norma a Padova anni fa, mamma mia ricordo ancora il suo stipendo acuto del finale del primo atto, voce piena, solida, squillante adatta al ruolo di Odabella, bene ma non benissimo il basso che fa una bella esecuzuzione ma secondo me avrebbe potuto far di più, all’inizio martedì sono rimasto un po’ sorpreso perché è partito piano, non a pieni polmoni come Ramey nel 91. Circa il baritono e il tenore conservo ancora qualche riserva: il baritono è un po’ monocorde anche se le note alte le tiene bene dai, il tenore martedì ha fatto qualche sbatura sul fraseggio, e non riesce pienamente a rendere il ruolo di Foresto, una modesta sufficienza secondo me anche loro se la prendono.
    PS. Circa la questione politica pienamente d’accordo con la grisi. Faccio giurisprudenza a Verona, sono figlio di operai, ed ero presente all’inagurazione fatta da Mattarella il 30 novembre, l’atmosfera che c’era era identica a quella dellla Scala ieri.

  8. Scusate l’intromissione forse poco pertinente, ma spero che la funzione del blog sia anche quella di aiutare a capire chi come me è abbastanza ignorante in materia. Per quel che vale, la mia impressione sulla recita di ieri si riassume in un aggettivo: irritante. Dopo il primo atto ho spento la TV. Non conoscevo Attila, ma grazie agli ascolti proposti da voi nelle scorse settimane mi ero creato la aspettativa di un’opera con molti spunti di interesse. Vabbè, non è di questo che vorrei chiedervi. La mia curiosità, e lo dico senza nessun intento polemico, è questa. Perché nessuno, credo, si sognerebbe di cambiare le parole del libretto o le note della partitura, mentre invece le indicazioni di ambientazione e scenografia, pure parte integrante del libretto, possono essere bellamente ignorate o sovvertite? A cosa si fa risalire, storicamente e teoricamente, questa pratica? Capisco che la regia abbia il pieno diritto di interpretare il detto e dare immagine al non detto, ma perché è lecito infischiarsene di ciò che è chiaramente indicato? Non credo sia plausibile addurre banalmente una volontà di modernizzare o attualizzare la vicenda narrata, perché allora non si capirebbe il costante richiamo a costumi e vicende degli anni 30-40.
    Spero con questo intervento di non scatenare polemiche, ma di ricevere qualche spiegazione pacata e argomentata, nello stile degli approfondimenti tanto spesso presenti in questo bel sito.

  9. Il perché non riproporre eternamente lo stesso allestimento nei secoli dei secoli è stato ben argomentato da Duprez – e in poche righe – nella recensione comparsa qui sopra ( pensavo fossero spiegazioni ormai superflue ma vedo che non è così ). Credo che Livermore abbia colto e reso con grande efficacia gli snodi drammaturgici di Attila, servendo benissimo l’autore. Non ritengo che fillologici fondali dipinti , pellicce di montone , elmi cornuti e pedestre rispetto delle didascalie avrebbero potuto cogliere con maggiore efficacia le intenzioni verdiane. Il punto è questo: non tradire le intenzioni dell’autore rileggendone il testo secondo una sensibilità che non può essere fuori dal tempo e dalla storia.

    • Che snodo drammaturgico sia l alba su Aquileia dove si vede quella gigionata gratuita del padre che costruisce la croce e da un pezzetto di pane al bambino lo sai solo tu. Per non dire del sogno di attila che si avvera e poi attila torna a dormire in chiusa d atto e poi risveglia: cosa vuol dire? O l esagerato film di attila che uccide il padre di una odabella bambina che non è nel libretto ed è gratuito. C erano delle gran banalità o cazzate trite e ritrite, cioè i clichè del teateo di regia, messi la bene con la patina della Scala. Punto. Le cose Buona tipo il ponte del duetto del prologo che si apre mentre i due si separano erano roba d altri già viste, come nell Attila di Puggelli. Non facciamo di Livermore il genio che non è e non sarà mai. Idee sopratutto ne ha poche. Il team però è di prim’ordine e gli da in ottimo ritorno

      • Sono d’accordo sia con Gianmario che con Giulia: è vero, scene pittate, barbari con le corna, mantelli di pelo come l’Attila di Abatantuono non si potevano vedere, ma che si poteva fare? Poi diamo un senso alle cose: non è Sofocle…è un melodramma che parla di un invasore violento e di un popolo che resiste. La messinscena era sontuosa e di impatto. Il prete che costruisce la croce è funzionale all’ambientazione e non disturba affatto, peraltro nel libretto si parla di un altare e d ius campanile… Il “teatro di regia” è cosa ben diversa e purtroppo ne abbiamo visti esempi recenti a Venezia. Qui c’era un semplice spostamento temporale – una cosa che hanno fatto anche Ponnelle, Visconti, Strehler – e nessuna manomissione drammaturgica. Una cosa però la contesto: l’accusa di “copiare”…ma che significa? Cosa ci si deve inventare? Livermore non è un genio ok, ma il suo citazionismo registico è risaputo (lo si è visto nei Vespri, in Tamerlano e pure nel Ciro del ROF, che era piaciuto, ma lì c’era la Pratt e quindi ok?). Concordo in pieno con Giulia però sul fatto che di idee ce ne fossero ben poche: non dal punto di vista scenico, ma proprio registico. Mi sarebbe piaciuta una regia più cinematografica e invece tutti erano lasciati a loro stessi: capisco che far muovere Sartori è impresa più ardua che farlo cantar bene, ma Attila immobile con le mani alzate anche no…o il festino del II atto apparentemente trasgressivo, ma innocuo e impacciato (il vitello d’oro non si poteva guardare…)…o i tricolori. Il team è di prim’ordine: già si era visto nel Tamerlano kolossal.

        • Lo spettacolo del rof era assai meno banale e scontato di questo.le riti he le facemmo anche a quello a suo tempo ma la fantasia di Falaschi nei costumi dominava sulle proiezioni Cine del regista. Qui i nazisti li avevamo messi in conto da prima e sono davvero una banalità. Poi qui c è la monumentale realizzazione della Scala xon il suo coté super iper tecnico che fa la differenza. Ma li spettacolo ha una sola idea, quella del scena della visione e dell apparizione, senza la quale tutto sarebbe finito nel wc travolto dalla banalità del resto. E nessuno chiede i barbari per forza…..

          • Era diverso solo il modello cinematografico, ma era risolto nel medesimo modo. L’ambientazione qui non era una sorpresa, dai… Del resto visivamente com’erano gli ultimi due Attila alla Scala? Decisamente più brutti di questo. Che di idee registiche ne aveva poche, d’accordo, ma a livello scenico era proprio bello.

          • Ma la.banalita dei nazisti di Salon kitty delle.pistole dei partigiani non c erano !

          • Perché il modello cinematografico era un altro…qui francamente i nazisti ben ci stavano (parla di guerra e resistenza: il Ciro parla di…parla di nulla). La messinscena raccontava la storia coerentemente alla drammaturgia. La festa del II atto per me era fin troppo da educande: doveva spingere di più.

    • Grazie Gianmario per la risposta, su cui in generale posso concordare, ma che secondo me meriterebbe un approfondimento. Ci sono almeno tre aspetti da considerare: efficacia, fantasia e liceità. Provo di spiegarmi. L’ efficacia di una scelta è quello che consente di veicolare, come dici tu, le idee e le intenzioni degli autori senza tradirle, usando se necessario mezzi e linguaggi moderni e, possibilmente, artistici. Ora sull’ efficacia delle scelte messe in campo nell’ Attila tendo piuttosto a concordare con la Grisi. Non credo che per suggerire violenza sia sufficiente mostrare dei fucili spianati, o clima risorgimentale tirando fuori un tricolore sdrucito, o diperazione puntandosi una luger alla tempia. Sulla fantasia devo purtroppo constatare – non solo nella rappresentazione di ieri- una inquietante tendenza a tirare in ballo nazisti, impermeabili e berretti di pelle, cappottoni da sfollati, scene sadomaso, bordelli e paccottiglia psicoanalitica. Non voglio tornare ai fondali dipinti, ma perché allora non ambientarla nello Yemen, o tra gli alieni, o addirittura in un coevo inizio di ottocento? Ma in realtà il punto che mi interessava discutere riguarda la liceità degli interventi registici. Ovvero, cosa rappresenta l’identità di un’opera lirica? Cosa non è opzionale e non rinunciabile? Cosa è giustificabile dalla evoluzione storica della messa in scena, e cosa è semplicemente un arbitrio? Se il libretto dice: l’imperatore trascorre pensoso per le stanze del suo palazzo, posso mostrarlo seduto sul water mentre legge la gazzetta dello sport? E se posso, potrei anche cambiare le parole che canta, con che limiti? O interpolare la musica con altra musica dello stesso autore o di autori diversi? Nel teatro di prosa è stato ed è fatto (penso a un Carmelo Bene). Sarebbe accettabile farlo anche in un’opera lirica? Grazie in anticipo per le vostre opinoni.

      • Quindi cosa vorresti fare? Fedeltà assoluta alle didascalie (cosa che nemmeno all’origine era fattibile). Ridicole scene dipinte come qualche anno fa a Venezia? Sangue vero sul palco? Io credo che il limite sia solo la drammaturgia e gli equilibri drammatici: garantiti quelli e la piacevolezza estetica non vedo problemi. Ma poi – lo dico con polemica – tutti si scandalizzano quando si cambia ambientazione in modo innocuo (come fece pure Ponnelle e Visconti) e nessuno si lamenta quando si aggiungono acuti alla cacchio o cadenze o si fan tagli e manomissioni…bah mistero della fede.

        Ps: che se poi avesse usato un’ambientazione con paccottiglia romana sarebbe stato criticato perché il capitello non era del III secolo, l’urna era di foggia etrusca, l’elmo era visigoto e non unno, il coturno non era allacciato nel modo coerente al tardo impero…

        • Grazie Duprez, e mi scuso ancora per la stupidità delle domande, che però non nascondevano nessuna nostalgia passatista. Era solo per capire meglio la specificità dello spettacolo opera lirica rispetto ad altre forme di teatro musicale e non.

  10. premesso che del lungo applauso a Mattarella non me ne frega nulla, dall’ascolto televisivo ritengo la serata di ieri sera il sant’Ambrogio più interessante degli ultimi anni, certo non un capolavoro, ma almeno una serata ascoltabile. Condivido l’opinione sulla direzione, pesante e chiassosa, e meno male che si dichiarava una lettura meno barricadiera del solito (a riprova che quando i direttori dicono una cosa di solito fanno l’esatto opposto). Personalmente, tra quelli di Chailly , forse il Sant’Ambrogio che mi è piaciuto meno. Soprano interessante, anche se ha ragione Donzelli, il primo passaggio è ingestito, spinge e fa ballare la voce nei centri e in basso, quando sale invece c’è tutto quel che ci deve essere; fraseggio monocromo. Basso buono ma nulla di più, dopo così tanti anni di palcoscenici italiani, l’accentazione slavoide di Abdrazakov continua a compromettere il fraseggio, Petean arriva stanco alla fine ma comunque anche se il suo non è belcanto è almeno un buon canto baritonale, uno dei migliori degli ultimi anni, (basta andare con la memoria ai baritoni degli ultimi 7 Dicembre…e fare un confronto) anche lui fraseggiatore monocromo. Imperdonabile a lui e a chi gliel’ha fatta fare la berciata finale della cabaletta, (cosa doveva essere ? un SIb?). Sartori…è Sartori, uguale a se stesso da vent’anni. Sorvoliamo. Una regia con delle idee, spesso sconclusionate anche se scenicamente realizzate molto bene, comunque si è fatta guardare. Andrebbe ripulita e resa più coerente da troppe rivoltelle e tricolori che ci stanno come i cavoli a merenda, ma si sa, verdi fa patriottico….bha!

  11. Era il 2011 quando, molto ingenuamente, i romani accolsero il pdR pro tempore, Giorgio Napolitano, con ovazioni ben più lunghe e rumorose di quelle riservate ieri sera a Mattarella. Auditorium parco della musica, concerto di Claudio Abbado. Passano gli anni, cambiano i luoghi, ma la scioccheria di salutare come salvatori della patria quei “vanitosi” che pur del mondo tengono la bossa non cambia. I romani, tranne quelli di viale parioli/via pinciana, se ne sono accorti, i milanesi sono evidentemente ancora troppo ricchi. In ogni caso, trovo molto triste che nel nostro Paese la politica debba rubare la scena persino in un teatro. Siamo l unico paese al mondo in cui la politica si fa a teatro e si fa teatro….
    Quanto allo spettacolo : per me la scena era sovraccarica, uno spettacolo costruito “per via di mettere”, anziché “per via di togliere” come sarebbe stato più opportuno.
    Non condivido le critiche musicali. Abdrazakov sentito on teatro in Attila è magnifico. Per radio mi sono parsi molto buoni anche gli altri. La hernandez non è la deutekom, ma è stata una bellissima sorpresa. Oltretutto solo pochi anni fa era veramente scarsa, ha studiato evidentemente ed oggi è decisamente una voce bella e importante. Sartori mai sentito cantare bene come ieri sera.
    Chailly: direzione lenta, puntature dei cantanti (immagino da lui volute) un po’ eccessive, ma nel complesso a me è piaciuta molto e l orchestra aveva un bellissimo colore.
    Saluti e auguri

      • Si, non fraintendermi. La critica non era rivolta alla opulenza dello spettacolo (ben venga!), ma al fatto che il tutto mi sembrava molto pasticciato, poco di classe. Ad esempio, l Attila sontuoso che pizzi allesti a Roma con muti era di classe. Non ti nascondo che ho visto spettacoli minimalisti, che però erano intelligenti e riuscivano ad avere una patina lussuosa, pur con pochi elementi, senza essere “parrocchiali”. Mi sembra che Livermore e i suoi scenografi abbiano voluto strafare, mettendo troppo di tutto. E poi i costumi erano veramente bruttarelli…

  12. Sono stupito che molti trovino interessante la Hernandez. In basso la voce è sgradevolnente intubata. In alto strilla più che cantare e balla paurosamente. Si può salvare solo se rimarrà nel repertorio che le si adatta. Come drammatico di agilità è ridicola….

  13. Sono piuttosto allineata con l’opinione di Duprez. In sostanza, temevo peggio, ma almeno rispetto allo spettacolo sconfortante dello scorso anno qualcosa salverei, per esempio la coppia Abdrazakov/Hernandez (lui già sentito – e apprezzato – come Silva nell’Ernani, lei a me sino a ora sconosciuta, ma una piacevole sorpresa). Quanto a Petean, all’inizio mi sembrava faticasse pure a stare a tempo. Il povero Sartori è messo davvero maluccio e i microfoni della diretta tv amplificano il suo faticoso ansimare in maniera impietosa, comincerei col perdere un po’ di peso, non serve per la tecnica ma per il fiato sì. Quanto all’applauso a Mattarella, ognuno è libero di pensare ed interpretare come meglio crede, ma mi sarei unita molto volentieri (sottolineo che non ho mai fatto parte di quelli che possono spendere 3000 euro più altrettanti di vestito per una prima di S.Ambrogio, e che non ci andrei nemmeno se mi invitassero).
    Ricordo solo che il Signor Raffaello da Urbino si chiamava Sanzio, non Santi (tastiera tiranna :-) )

    • Mi permetto di correggere la tua correzione: Raffaello era figlio di Giovanni Santi, fu poi detto Sanzio come patronimico. Era denominato, nei documenti ufficiali, Rafael Johannis Santis de Urbino, da lì – italianizzando – Sanzio.

      • Duprez mi fai paura quando fai così davvero. Comunque nulla di male penso sulla citazione registica non sarebbe il primo. Anche i grandi facevano così vedi mozart che nel così fan tutte (appena sentito quello di Muti) fa delle melodie di salieri. Bella vita militar e anche loverture iniziale che non ricordo il tema dei fiati da dove lo abbia preso ma la citazione c’è.

  14. Non mi addentro nella questione politica. Questo è un blog di lirica e tale deve restare. Dico solo che il nostro presidente è comunque rimasto uno dei pochi che la politica l’ha studiata e ne conosce i dettagli. Detto questo, passo allo spettacolo. Francamente, sono d’accordo in parte con Donzelli e in parte con Duprez.
    Il migliore senza dubbio è stato Abdrazakov che avevo già avuto modo di sentire ma mi sembra che ieri sera abbia cantato anche meglio del solito. Bravo. La Hernandez ho avuto modo di sentirla dal vivo nella Wally a Piacenza e mi ha positivamente colpito. Temevo per questa Odabella e, in effetti, devo dire che il risultato è stato buono, non buonissimo. Non credo possa migliorare o andare oltre. Forse una parte come questa non le è proprio congeniale ma la risentirei volentieri in un’altra veste perchè ha comunque una bella voce e un buon acuto. Petean non è un baritono verdiano e lo si è sentito. Sartori veramente deludente. Mi aspettavo qualcosa di meglio anche se ne conosco i limiti avendolo anche lui già sentito un paio di volte dal vivo e una volta proprio a Busseto dove, essendo il teatro piccolo, ogni minima sfasatura si percepisce perfettamente. Peraltro, mi sembra anche ingrassato e, a mio parere, il fiato ne risente. Ogni volta che “spingeva” un po’ la voce, si sentivano chiaramente in diretta le “riprese” di fiato per le quali era costretto anche un po’ a piegarsi. Incredibile!. Una nota di merito ai comprimari che mi sembra abbiano svolto correttamente la loro parte. Chailly a fasi alterne ma chiaramente è emersa la lentezza, soporifero addirittura nel finale dove anche i movimenti scenici eccessivi (appunto, quasi da film) non hanno certo facilitato né la parte musicale né i cantanti. Se ben ricordo, il maestro non è nuovo a questi momenti di “flessione” (la memoria non mi aiuta a ricordare quando e l’opera, ma ho ben in mente le critiche giunte dopo un’esibizione non molto piacevole come quella di ieri sera). Resta, e su questo credo i melomani devono assolutamente concordare, un grande (anzi, oserei dire grandissimo) direttore d’orchestra che, purtroppo, ho avuto modo solo una volta di sentire dal vivo ma era in forma smagliante e, come si dice in tal caso, “ha tirato giù il teatro”. La messa in scena era praticamente insignificante. Doveva suscitare chissà che cosa nel bene e nel male e, invece, a me non ha suscitato proprio un bel niente. Monotona, ripetitiva, noiosa, stancante, rumoreggiante (via le spade, messe le pistole ma almeno coprite gli spari!!!). E poi, c’era proprio bisogno di tutte quelle serie di proiezioni già usate e riusate ma che solitamente non hanno mai un effetto “ad hoc”? E la stessa regia, che in Verdi è ancora più importante che in altri, continuamente sfilacciata, disconnessa, talora anche con movimenti scenici inconsueti, senza senso e non consoni al libretto (vedi Ezio che ferisce Attila). Conclusione: l’ennesima prova che la Scala dimostra di non essere più un teatro in grado di primeggiare in fatto di opera lirica.

    • I melomani forse concorderanno pure (“devono” magari lo eviterei, visto che ciascuno avrà ben il diritto di concordare su ciò che ritiene e non ciò che vuoi tu), ma chi ama la musica qualche legittimo dubbio lo può avere o no? Comunque criticate tutti la messinscena, ma non dite cosa avreste gradito: i mantelli di pelo, gli elmi con le corna, le scene pittate, i concerti in costume tutti fermi con mano sul cuore? Francamente quando vado a teatro non amo spaccarmi i coglioni ed assistere ad un oratorio con scene ridicole.

  15. Buonasera a tutti e buon 8 dicembre!!! Ho visto lo spettacolo di Duprez e devo dire che le scene erano molto suggestive e ben realizzate (belle le luci in alcuni momenti) e ho apprezzato molto lo stile “Zeffirelliano” dopo Aide coi cubi, Traviare ciofeche e giù di lì. Ho trovato però l’esecuzione molto noiosa davvero!! Chailly non l’ho colto, nel senso che non c’era proprio! La Hernandez ha un bel timbro e ha avuto molta fortuna dalla natura, spero che studi meglio come unire i vari registri poiché la voce è un po’ divisa in tre tronconi. Il basso era davvero sgraziato e l’accento slavo poco aiutava. Il baritono sinceramente era già stanco dopo la sua aria e la caballetta l’ha eseguita in apnea con un acuto finale davvero brutto. Foresto era inguardabile e inascoltabile. La voce era sistematicamente indietro ogni volta che cercava di fraseggiare. Tutto molto incolore. Appena dicevo “oh che bella scena” Livermore faceva abbassare qualche cosa che la rendeva piatta (la vetrata nell’ultimo atto) e i solisti a parte entrare e uscire che facevano? A parte qualche mossa anche i “figuranti – mimi” erano fissi. Rispetto ad altre prime comunque un po’ – non troppo- meglio!!

  16. Rifacendomi a Donzelli, dopo la visione televisiva, a mio parere nello spettacolo scaligero ci sono evidenti reminiscenze, soprattutto nella scenografia, anche a Il nemico alle porte di J. J. Annaud. Poi evidente ovviamente il richiamo a Rossellini, al Portiere di notte della Cavani (lei sì grande regista anche teatrale!), al Salon Kitty di Brass, alla Caduta degli dei di Visconti e a tutto il genere nazi. Ma già si è visto che Livermore non riesce quasi a lavorare senza rifarsi a qualche film (altre regie erano sfacciatamente di ispirazione felliniana) e per quanto la sua messinscena priva di vera regia non mi sia piaciuta, devo dire che era quello che mi aspettavo e che poteva darsi ben di peggio. Ad esempio anni fa a Torino aveva messo in scena un Idomeneo che era qualcosa di raccapricciante (forse uno dei 2 o 3 spettacoli più brutti che abbia visto in oltre 30 anni di frequentazione del Regio) ed al cui confronto quest’Attila è una bellezza. Oltre al richiamo alla regia di Puggelli, non c’era un richiamo a quella della Giovanna d’Arco di Herzog bolognese diretta da Chailly (con bel altro cast) in illo tempore, in tutti quei morti in mezzo ai quali il soprano cammina?
    Mi pare poi che papa Leone arrivi in scena un poco tropo presto rispetto a quanto previsto da libretto e musica: a che serve che Attila dica “Aprite” quando è già aperto ed in scena ci sono già tutti? Fra l’altro per fare le cose per bene nel citare Raffaello, anche i 2 cardinali sarebbero dovuti essere a cavallo… Risulta poi un poco contrastante vedere in scena gente con abiti novecenteschi ed altri con abiti tardo antichi reinventati nel primo ‘500, ma tant’è! Peraltro non si capisce se, nella visione livermoriana, è un sogno di Attila o un fatto reale (con tutti gli altri in scena).
    Complimenti, in ogni caso, agli autori dei video (peraltro spesso inutili, ma tecnicamente ben realizzati) ai tecnici ed ai macchinisti della Scala perché il gestire simili scenografie non deve essere stato facile.
    La parte musicale non merita grandi commenti.
    Il migliore del quartetto protagonista mi è parso il basso, l’unico che cercava di cantare con un certo stile, di variare le dinamiche e di non trasformare la parte in un babau.
    Discutibile il baritono, ben poco verdiano e con evidenti difficoltà nel reggere la parte.
    Discutibile il soprano, non abbastanza robusta vocalmente e/o non abbastanza ferrata tecnicamente per affrontare quella virago di Odabella.
    Pessimo il tenore, in uno stato penoso (ma c’era un sostituto e se c’era perché non è stato fatto cantare?).
    Mi è parso migliore di lui il secondo tenore che cantava Uldino.
    Davvero deludente la direzione di Chailly, slentata e slavata. Peccato perchè, dati i suoi precedenti degli ultimi 40 anni, dal maestro milanese ci si poteva aspettare di più. Che i tempi troppo lenti servissero per aiutare i cantanti? Ma come poteva darsi ciò?
    Per quanto concerne la diretta TV, mi sono attenuto al mio rigido uso di spegnere il televisore durante gli intervalli o, al massimo, per evitare di perdere l’inizio di un atto, di tenere l’audio a zero.
    Se, come ho letto sopra, quest’anno i bravi conduttori hanno intervistato Elio (senza Le storie tese) mi dispiace di essermelo perso perché devo reputare che Stefano Belisari (alias Elio) potrebbe anche aver detto sull’opera e sulla musica di Verdi delle cose più intelligenti della media dei soliti intervistati (critici musicali “veri” compresi), dato che ha alle spalle dei seri studio musicali classici, è notoriamente e dichiaratamente un appassionato di musica classica, in particolare (se non erro) di Bach, Beethoven e soprattutto Rossini, e nelle sue canzoni ha giocato spesso con citazioni musicali classiche o imitando i modi, ad esempio, dell’opera buffa (invito a sentire “Farmacista”, con l’intervento, in disco, di tre veri cantanti lirici, o “Shpalman), ha cantato al ROF di Pesaro ed alla stagione dell’Accademia di S. Cecilia (ovviamente in parti per voce non impostata), inoltre ha in repertorio anche brani scritti da compositori classici contemporanei. Quindi un curriculum sicuramente più serio di molti altri. Non so chi fosse poi, invece, quel tizio (ho subito spento) che affermava più o meno che questa messinscena ha insegnato al pubblico a non avere paura delle innovazioni tecnologiche. Sai che novità! Innovazioni tecnologiche sul palcoscenico scaligero le usava già Nicola Benois negli anni ’30!
    Nel complesso proprio l’inaugurazione scaligera che ci si aspettava, con la delusione per Chailly che io ho sempre reputato un buon direttore.
    Molto più divertente ed anche culturalmente più stimolante ed intelligente (qui i giornalisti di solito capiscono qualcosa di quello di cui parlano…) la successiva trasmissione radiofonica di tutto il calcio con la cronaca di Juventus – Inter.

    P.S. Ma per fare una regia diversa dal solito perché non ispirarsi una buona volta a quella che dovrebbe essere la fonte cinematografica di ispirazione per eccellenza di chi volesse mettere in scena Attila? Ovviamente questo grande assoluto capolavoro: https://www.youtube.com/watch?v=tCNYs0jAvq0

  17. Gentili ideatrici e ideatori del blog,
    credo che il buon numero di commenti finora suscitato dai due punti di vista di apertura (Donzelli e Duprez) riapra la solita questione che non credo possa essere risolta in termini che potranno rappresentare una risposta soddisfacente per il volgo (‘non è bello ciò che è bello, ecc.’), ma certo (almeno spero) non per chi (anche come dilettante, cioè privo innanzitutto di studi musicali – senza i quali sempre più credo non si sia titolati per parlare ex cathedra; ma a parte la cattedra c’è il seminario, benissimo riferibile anche a questo blog, anzi appunto apprezzabile quale, diciamo così, seminario permanente, dove ciascuno che sia seriamente intenzionato ad apprendere ha sempre almeno qualcosa su cui soddisfarsi) desideri prima effettivamente capire per poter poi ben giudicare.
    Ora, non credo sia giustificabile quella così radicale diversità di opinione che rimontano agli interventi di apertura e che poi è stata ripresa, svolta, ecc. dagli interventi successivi. Voglio dire che la critica (e il lavoro critico, che è un lavoro intellettuale, anche se a qualcuno il termine potrà spiacere) non può essere fondata su basi così fragili come appunto il dire: a me è piaciuto, a te no, e quindi il discorso è chiuso.
    L’essere l’individuo la misura di tutte le cose non vuol dire che qualunque opinione (che certo deve essere protetta nel momento in cui viene espressa) sia rispettabile. Ci sono moltissime opinioni non rispettabili ma che devono essere tollerate. Ma per poter distinguere tra le opinioni e soprattutto per qualificare un’opinione ci servono dei criteri intorno ai quali le varie comunità di specialisti (fino ad arrivare alla comunità intesa come società) arrivino a un qualche punto fermo (fermo pro tempore, ma fermo). La libertà di pensiero e di parola non significa che io posso affermare (come qui è stato fatto) che il legato di Ed. de Retzke è meraviglioso come se stessi dicendo una cosa ovvia e soprattutto come se non dovessi sobbarcarmi una serie di obiezioni contrarie. Allo stesso modo, quando l’ottimo Duprez scrive che Christoff è orrido cantante e dovrebbe in sostanza essere condannato alla damnatio memoriæ, non sta scrivendo semplicemente un’opinione, sta dando un giudizio che a me pare francamente incredibile, ma che comunque dovrebbe almeno spiegare le ragioni. C’è fortunatamente in tutti gli ambiti un certo livello standard (oggi senza dubbio assai basso) di accordo preventivo e che come tale non suscita discussioni (ad esempio, tutti saremo d’accordo che Caruso è stato per i tenori il più grande cantante – in chiave storica – del ‘900: ora, di fronte a questa affermazione tuttora pacifica, le eventuali opinioni revisioniste – detto senza volontà di denigrazione -, che magari, quando si affermassero, potrebbero effettivamente portare a una riconsiderazione del valore storico di Caruso, certo non potranno venire mai prese sul serio, tranne appunto che dal volgo, se fondate sull’assunto del tipo: ‘A me Caruso sembra un pessimo cantante quindi affermo che è pessimo e nell’affermarlo do vita a un giudizio estetico critico storico filologico ecc. che vuole essere preso sul serio e pure fonte di ispirazione e quindi di giudizio per altri’. Chi facesse questo andando andrebbe contro le ragioni della critica, dell’arte, e oso dire anche della democrazia (intesa come deliberativa). Non mi rispondete che ognuno è libero di esprimere quello che pensa, perchè l’obiezione non ha alcun peso rispetto al discorso che sto facendo. E non mi rispondete che questo blog si prefigge appunto di fissare quei criteri di giudizio necessari per ben giudicare il canto. Questo blog, mi pare (pur non leggendolo con continuità – ma già i post e i commenti sull’Attilla sono certamente significativi), si muove (ed è un problema che va risolto e che andrebbe preso sul serio, sempreché il blog voglia avere, come credo abbia, scopi non solo di generica informazione – soprattutto fondata sul ‘ma che bello, ma che brutto’ -, ma di formazione – sopratutto fondata sul ‘perché è bello, perché è brutto) tra un assolutismo estetico (la Patti magnifica, la Bartoli pessima – pr dire) e un relativismo estetico (quindi il magnifico e il pessimo sono la stessa cosa, ognuno la pensi un po’ come vuole). Con l’esito nefasto per cui assolutismo e relativismo sono alla fine la stessa cosa.
    Per essere ancora più netto: di fronte ai due interventi di Donzelli e Duprez, non è accettabile il criterio: hanno giudicato secondo il loro gusto. Se è così, cioè se hanno scritto sulla base di generiche impressioni avrebbero fatto meglio a non scrivere. Ma ovviamente non è così, e infatti ciascuno di loro ha indicato argomenti a sostegno della propria opinione. Dunque non è ammissibile che si tratti di opinioni tutte di medesimo rilievo (quello che è stato scritto sul soprano, ad esempio, impressiona perchè non è accettabile che di fronte alla stessa voce possano ritenersi egualmente fondati determinati e specifici giudizi tecnici – al di là ad esempio del volume, che dipenderà certo dal fatto che l’ascolto fosse dal vivo o no).
    Insomma io sono rimasto impressionato (e il colpo di grazia me lo ha dato Duprez con quel giudizio liquidatorio su Christoff, che non rifiuto per principio, ma rifiuto per com’è stato formulato, e quindi riifiuto l’idea che di una cosa che vedono e ascoltano dieci persone sia legittimo considerare che a dieci persone possano corrispondere dieci opinioni: ribadisco: un conto è limitarsi a dire ‘non mi è piaciuto’ (qui il giudizio estetico resta confinato in un ambito che non intaccata la discussione pubblica); tutt’altra cosa è affermare che si intende di dimostrare la qualità pessima dello spettacolo con ragioni tecniche e destinate in qualche modo a ‘fare opinione’. Se ci si mette su questa strada (che poi è l’unica che alla fin fine conta, perchè è quella che produce effetti sociali), l’idea che i contendenti individueranno ciascuno tot argomenti e poi in sostanza ciascuno rimarrà della propria opinione, mi pare conduca a esiti catastrofici (nulla a che vedere con l’anything goes – perché bn venga qualunque metodo, qualunque approccio, qualunque punto di osservazione, ma le ragioni pro et contra si pesano e non si contano). E sono problemi, questi, che riguardano tutti gli ambiti, mica solo quello della vociologia, che forse dovrebbe prendersi però più sul serio.
    Scusate la lunghezza, ma, come diceva quella, ho avuto troppo poco tempo per poter essere sintetico.
    Ciao

    • Se non accetti che possano esistere opinioni differenti beh, è un problema tutto tuo. Se non gradisci discussioni e scambi di ragionamenti o se cerchi verità assolute e divieti di esprimerne di diverse, hai sbagliato posto dove pubblicare le tue che, come tali, sono discutibili integralmente. Così come le tue pseudo verità su Caruso o Christoff o su tutto. E sono sicuro che tutti i colleghi del sito saranno d’accordo

      • Ma che desolante risposta! E se davvero siete tutti d’accordo, è un gran peccato, e il vostro blog sarà l’ennesimo esempio di eterogenesi dei fini. Non vi ho mai considerato cattedra universitaria, ma seminario sì (e spesso il secondo è più efficace della prima), ma la tua risposta degrada il blog a piazza o peggio (e in piazza sempre assai poco s’impara).

    • Infatti l errore di fondo che, per quel che mi riguarda, mi ha infastidito è stato il non voler procedere ad una vera analitica recensione della prima scaligera da parte di Donzelli, necessaria per ogni spettacolo importante e che suscita interesse e dibattito. Meritava osservazioni più profonde e meditate a mio avviso. Ma così è andata e lan polemica fine a se stessa cui Duprez è solito a cominciare dagli attacchi gratuiti a chi ha applaudito Mattarwllanper finire con la ciliegia di Christoff ( che non co divido affatto) ha portato il dibattito ad un livello tale per cui è giusto chiudere qui e ritenere la partita Attila persa.

        • Ma io vorrei che i professori di filologia parlassero di canto ben più di quanto non facciano! Del resto tutti, consapevolmente o inconsapevolmente, pratichiamo la filologia! Ascoltare un disco è esercizio filologico, come leggere un libro, come guardare un quadro (se non siamo nemmeno d’accordo su questo…). Certo, non è che a me sia piaciuta l’opera per ragioni intellettuali, ma quando scopri che l’opera ti piace le ragioni intellettuali è sperabile prendano il sopravvento. Poi, d’accordo, ci sarà pure il noto principio di Montale che a voi sarà caro (come caro era a Celletti; e infatti egli diede assai cafonamente a Gedda del tenore per intellettuali: ben venga! del resto, il fatto che lo studio di Gedda fosse tappezzato di libri e spartiti [si vede su youtube durante una lezione di canto] mi rassicura assai; ma il ‘principio-Montale’ non mi sembra da seguire (e si può aggiungere che, viceversa, l’apparentemente intellettualissimo Lauri Volpi mi pare lo fosse in realtà ben poco, come la pessima intervista rilasciata a Celletti direi dimostra; per non parlare dei suoi modesti libri – dal punto di vista intellettuale -, al di là delle informazioni spesso preziose). E io mi considero lauri-volpiano, ma amare e giudicare non solo la stessa cosa. Diciamo che la filologia serve come remedium amoris (mica poco).

          • Dai, il canto lo fanno cantanti con la regia di direttori e preparatori….o almeno così era un tempo. L unico filologo che se voleva sentiva ad orecchie aperte era zedda. …che voleva assai di rado. Le cose più assurde le ho sentite dire da supposto filologia. Preferisco a certa filologia la più nostrana prassi tradizionale…

      • Certo, ma opinioni che hanno poca (o dovrebbero avere) poca forza persuasiva, se si vuole dare un apporto alla conoscenza. Naturalmente poi dipende dalla sede: ma questa ha un motto che non farebbe pensare al ribasso, no?

      • Ecco, hai perfettamente ragione: torniamo alle opinione e non prendiamoci così sul serio da dover disquisire di massimi sistemi. Nessuno qui è un docente di filologia musicale e pertanto esprimiamo pareri per quel che possiamo comprendere e apprendere. Lasciamo le pretese di individuare sistemi e cosmogonie a che è più competente di noi (perché ha studiato), senza – al contempo – lanciarci in crociate assurde contro filologia e musicologia (che sono scienze serie e che presuppongono, per un confronto, conoscenze e studi specifici e difficili). Siamo un sito di persone che amano musica e opera, pretendere di dipanare presunti grovigli filosofici mi pare un esercizio di sofisma ed un esibizionismo nozionistico. Anche perché alla fine anche quelle di Grondona sono solo opinioni: non esistono metri assoluti. Il formalismo critico è stato sepolto più o meno con Hanslick.

    • Ecco, appunto:”la brevità, gran pregio!”. Ma tutta sta menata sulla metafisica dell esente, per affermare che cosa? Se vuoi fare il filosofo dell’arte, rileggiti Benjamin, che parla proprio di come una opera d arte possa essere considerata viva, poiché desta opinioni discordanti.
      Senza entrare nel vivo di una discettazione francamente inutile, potremmo riassumere il tuo in intervento con un sonoro: che palle!

  18. Seguo con molto interesse ,la dialettica non è poi un male,le discussioni sulla lingua nel rinascimento potevano finire a legnate! In breve e da spettatore tv(importante questo limite) credo che l’abbinamento cinema-opera sia in parte riuscito,nell’ambito delle consuete attualizzazioni forzose.le citazioni etc sono state ben individuate e proprio questo aspetto cinematografico spiega il successo coi giovani. Ma il cinema è rimasto un mondo separato rispetto al palcoscenico,dove i cantanti non avevano avuto i necessari insegnamenti gestuali e pensavano solo a tirar fuori la voce come canori elefanti.Taccio della direzione e di Foresto….la Odabella mi sembrava bravina e coraggiosa.Il basso nell’insieme positivo,bene il coro..Dopo questo Verdi da galera,una terapia,trascrivere qualcosa di Bach.

    • Sono d’accordo: il riferimento allo sfarzo cinematografico è riuscito per ciò che attiene alla messinscena (ricca di citazioni filmiche), ma per nulla nella regia dei singoli, lasciati a loro stessi. Il problema è che si percepisce un forte iato tra l’apparato scenico, dinamico e spettacolare (stile kolossal per certi versi) e l’impaccio e poca credibilità dei movimenti dei cantanti. Nessuno studio sui gesti, nessuna attenzione a dare credibilità visiva. E non è solo nella scarsa attitudine dei singoli, ché un bravo regista saprebbe valorizzare comunque, ma un certo qual disinteresse rispetto all’apparato. Anche Ronconi privilegiava la macchina scenica, ma accompagnava ad essa (certamente debordante) un coerente studio sul singolo, lasciato volutamente al ruolo di ingranaggio. Non basta una bela messinscena…certo meglio così che certi orrori di teatro di regia (con trame reinventate e simbolismo spinto), ma comunque è percepibile la mancanza di cura: ma era proprio necessario estrarre quei tricolori a mo’ di fazzoletto? O insistere meccanicamente su pistole alla tempia impugnate come fossero spazzole per i capelli? Non c’era dramma nei gesti. Neppure nei cori: all’inizio la “ferocia” sembrava un minuetto talmente i gesti erano artefatti e lenti, la festa del II atto (che ben poteva essere resa con omaggio alla Caduta degli Dei) era una roba ridicola… Tante piccole cose che però fanno la differenza tra un grande regista ed un buon professionista. Ovviamente la terapia a base di trascrizioni di Bach è salutare e la condivido in pieno…temo per tutta o quasi la stagione.

  19. La recensione di spettacoli operistici è cosa ben diversa dall’esercizio epistemologico. Consiglierei vivamente la lettura ( a chi già non li conosca ) dei maestri di tale genere: Casella, Montale, Mila, D’Amico e – in particolare – l’inarrivabile Giorgio Vigolo. Cronache musicali imprescindibili e non impossibili da rintracciare. A nessuno di loro sarebbe mai balzata in capo l’idea di dover esporre verità oggettive, tutti evidentemente consapevoli della differenza tra analisi musicologica e critica militante. Eppure quante suggestioni, stimoli intellettuali, aperture di orizzonti!… ( Era loro chiaro anche il fatto che l’opera è qualcosa di più della semplicistica e vociomaniaca occasione per limitarsi a disquisire di questioni riguardanti il valore di questo o di quel cantante ).

    • Però loro non scrivevano di cantanti senza impostazione, stonati, urlanti, che non si sentono etcetc. Nessuno di loro sopratutto nelle produzioni importanti veniva portato al cospetto delle vergpgne di oggi. Il livello di preparazione e di canto medio era infinitamente superiore. Ormai devi di ettari 30 righe per dimostrare che uno e stonato duro o strilla. Vediamo dunque di essere sterilemnte provocatori perché si liquidato in due parole monnezze indecorose che una volta non sarebbero mai state mandate in scena perché tutto funzionava con maggior professionalità e serietà

      • Difficilmente chi non ha mai ascoltato dal vivo e nel loro momento più fulgido cantanti come Kraus la Horne la Norman Ramey …… potrà mai capire cosa intendiamo per canto professionalmente inteso. La discografia comparata può aiutare, ma nessuna incisone renderà mai compiutamente lo squillo argentino e la forza di penetrazione di un acuto di Kraus…..

        • Lo so. Ma un bercio resta un bercio. E l altra sera la Hernandez qlche bercio l ha fatto sentire. Poi che sia la migliore degli ultimi 30 anni essendo che ormai è ben più di 30 anni che di buone Odabella non se ne sentono va detto.
          Tornando a Grondona : tu critichi che fa critica qui sopra ma….le leggi le porcate delle riviste? Chi fa critica oggi e come ? Giusto per puntualizzare a chi fa le pulci a noi…

          • Beh certamente qualche nota non a posto l’avrà fatta sentire: certo ci sono molte circostanze di cui tener conto, a cominciare dalla direzione e la ripresa audio al solito oscena, coi microfoni in bocca che sfalsa volumi ed espone i difetti. Ovvio che non sia la Deutekom, ma come hai scritto è la migliore Odabella che ho sentito in 30 anni (dalla discutibilissima Studer in poi).
            Io non sono certo un musicologo o un professionista in campo musicale, ma la cosa che più mi stupisce e mi pare incredibile è che a pochi, pochissimi, importino i problemi di intonazione. Non si tratta di piccoli traballamenti, ma di svincolate piene che passano sotto silenzio: possibile che ce ne accorgiamo solo in così pochi??? Qui non è questione di competenze o studi specialistici (né di elucubrazioni filosofiche), ma di corretto uso dell’udito. Ma non si rendono conto? Uno dei problemi della critica è, secondo me, la mancanza di spirito critico e soprattutto di standard minimi: per me l’intonazione è il minimo per poter cantare.

          • Nell aida di genova tutti hanno applaudito un.marco.berti vergognoso stonato cpme una campana. Si ce ne accorgiamo in pochi. La Hernandez l ho sentita dal vivo e trovo sia una voce male impostata, nulla sotto e cortina sopra col centro gonfio. Non è una nota traballante in Verdi che ti chiede 3 registri saldissimi. Quello che nel verismo si nasconde , in verdi sta on primo piano. O sei solido o non vai da nessuna parte. Nei gravi si canta un bel pezzo dell entrata ad esempio o del finale. …cpn gli acuti fai la seconda aria ad esempio…..non sono peccati veniale.

          • Ho sentito dei brani di quell’Aida: inimmaginabile!!! E io ho pure letto elogi a Sartori…anche da parte di chi si picca di essere esperto d’opera (dando la colpa ai microfoni che penalizzano le voci migliori e quelle che sono impostate meglio). Era oggettivamente stonato. Ma come si fa a non sentire? Siamo alla fantascienza.

        • …ricordo un concerto alla Scala con una Jessy Norman superlativa ed un teatro ‘orgasmatico’;
          stai parlando di fuori classe
          ahinoi oggi nn si intravede nulla all orizzonte.
          Quelli sono doni di natura
          … ma sono soprattutto artisti … oggi tuttalpiù trovi dei bravi professionisti…

      • Questo è vero: direi che il problema non può essere ricondotto a crociate pro o contro la musicologia, ma ad una più concreta onestà d’ascolto. Peraltro filologia, musicologia e cantare (o suonare) in modo almeno corretto, sono questioni ben diverse tra di loro. E tali devono rimanere perché stabilire partiture e prassi corrette o indagare attraverso ricerche le strutture musicali di un’opera, non hanno riflessi sulla stonatura o sul bercio. La critica oggi si concentra sull’idea che si ha intorno ad uno spettacolo e in base a pregiudizi (positivi o negativi) esprime non recensioni sull’esecuzione, ma pseudo saggi relativi all’impressione che tale evento musicale ha suscitato. Una specie di critica di costume declinata ed applicata alla musica eseguita. Mila, D’Amico, Montale non erano cronisti di spettacoli, ma raccontavano e davano spunti di riflessione, avendo un problema in meno – come dice Giulia – ossia il fatto che raramente si imbattevano in cantanti completamente stonati. Io credo che se ad un concerto per violino il solista non azzeccasse manco una nota ad un certo punto la gente se ne andrebbe e la critica onestamente lo direbbe (è successo con Accordo recentemente a Pisa). Con l’opera è impossibile!! Perché???

  20. recita dell 11 dicembre
    Finalmente! Dopo una stagione passata che ci ha propinato’ spettacoli da avanspettacolo’ fatto salvo Chenier… forse unico titolo degno di nota
    Apre la stagione questo’ sontuoso’ Attila
    spettacolo di grande effetto; coreografie molto belle
    costumi e richiami ai classici del cinema , drammaturgicamente coerente e funzionante.
    Un cast omogeneo , Abdr azakov sugli scudi (già nell
    edizione con Muti a Roma aveva convinto)
    Finalmente un soprano lirico ! bella voce potente e penetrante ;
    fraseggio impeccabile e tecnica
    Sartori ha cantanto meglio della prima non è un fulmine ma è sembrato in piena forma…
    anche Petean mi ha convinto
    In sostanza tutto assolutamente godibile , vocalmente
    un perfetto equilibrio che fa uno spettacolo corale nella
    migliore eccezzione del termine.
    L unica critica o meglio differenza, la fa la direzione di Chailly che da una lettura molto ‘romantica’ dei questo
    Attila… dimenticare completamente Muti ho ascoltato
    tutt altra opera… forse manca un pò il piglio l’ impuntatura verdiana , ma resta un esecuzione assai
    interessante.
    Grande successo per tutti con quasi tutte uscite corali
    10 minuti di applausi (veri)
    Marco

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