Orfeo a Bologna: facciamo una retata!


Un paio di riflessioni sull’Orfeo andato in scena ieri sera a Bologna. Sapevamo che si sarebbe trattato di una nuova versione, presentata in conferenza stampa e indicata dalla locandina come “adattamento di David Alagna dalla versione di Parigi del 1774”.
È lecito e opportuno, come abbiamo già scritto, che un interprete “prenda possesso” di un ruolo operando quei raggiusti e – dove inevitabile – quei tagli che meglio si adattino alla vocalità dell’interprete in questione e lo aiutino a tratteggiare al meglio il ruolo stesso. Per nulla lecito e sommamente inopportuno, di contro, che un cantante (presunto) divo, vocalmente al lumicino e il cui concetto di interpretazione scenica si potrebbe ridurre al motto “bùttati a terra e ròtolati”, si impadronisca del nome di un grande compositore per allestire uno spettacolo che non solo non aggiunge nulla alla storia interpretativa del ruolo, ma va pesantemente contro il testo musicale di partenza.
Sappiamo, per averlo letto nelle gazzette e udito alla radio, che il sovrintendente bolognese Marco Tutino, onde evitare un “conflitto d’interesse”, ha cancellato la programmazione della propria opera “La lupa”, in vista della quale era stato scritturato Roberto Alagna, dirottato quindi su questo “nuovo” Orfeo. Il conflitto d’interesse non è però scomparso, dato che il signor Alagna ha pensato bene di portarsi dietro i fratelli David (regista e scenografo, nonché musicologo, a quanto pare, avendo egli senza troppi scrupoli messo mano alla partitura) e Frédérico (scenografo nonché – forse – musicologo: alla radio è stato indicato quale curatore musicale dello spettacolo) e il sovrintendente ha ben pensato di accettarli in blocco, approvando senza condizioni la loro opera di riscrittura e passando il tutto al giovane direttore Giampaolo Bisanti, che sempre alla radio, interrogato circa le sue idee sull’”inedito” Orfeo, ha dichiarato: “questa è la partitura che mi hanno dato e questa io dirigo, seguendo le istruzioni del regista”. Singolare questa concezione della filologia, concezione che abbiamo recentemente riscontrata anche nel caso Sonnambula-Meli.
Il direttore quindi non ha posto (e non si è posto) domande imbarazzanti e inopportune, ha preso una partitura scorciata e sconciata, con l’ouverture ridotta a mozzicone, le danze soppresse, mutilate e/o spostate, pesanti tagli alle arie (Chiamo il mio ben così ridotta a una sola strofa, dalle tre di partenza, e Addio o miei sospiri totalmente soppressa) ma anche ai recitativi, radicale abbassamento della tessitura del ruolo tenorile (da haute-contre a baritenore: il che non avrebbe dovuto sorprenderci, visto che, nel corso dell’incontro del regista, il moderatore Giovanni Gavazzeni aveva provveduto a spiegare che il tenore dell’opera seria francese nel ‘700 era un baritono che faceva gli acuti in falsetto!), la parte di Amore riscritta per baritono, quella di Euridice ridotta a poca cosa (l’aria del secondo atto passa al “virile” Amore), il terzetto Divo Amore riscritto per coro (con i soprani condannati a impiccarsi su tessiture degne di un coro di voci bianche), il finale lieto semplicemente eliminato (Orfeo, dopo aver perso di nuovo Euridice, si fa inumare insieme con la moglie). E siccome a dirigere tutto questo non c’era una grande bacchetta o anche solo una bacchetta con una certa esperienza di tragédie lyrique, ma un giovane fresco di studi forse troppo repentinamente abbandonati (e questo dettaglio non può non richiamare, per analogia, il Boccanegra che ha aperto la corrente stagione), il risultato è stato un amalgama orchestrale privo di colori e ricco di sbavature, con solisti e coro (già di per sé non prodigiosi nell’arte di tenere il tempo) in tenace sfasamento rispetto alla buca.
In scena abbiamo udito un tenore che canta tutto di gola, strozzandosi ai primissimi acuti ed esibendo centri e gravi poco consistenti: la voce non è piccola ma non “corre”, non squilla, mancando dello spessore che rende interessante una parte principalmente basata (soprattutto dopo la sistematica soppressione dei passi virtuosistici) sui lapidari accenti del declamato gluckiano. Accanto a lui un baritono corto in basso e affannoso in acuto, oltre che a corto di fiato e paurosamente tremulo, e un soprano dalla vocina agra, dall’ottava bassa inesistente e che trova un po’ di suono solo sugli acuti, urlacchiati nella peggiore trazione dei sopranini d’antan.
La parte musicale ha un perfetto complemento nello spettacolo, il cui problema principale non è l’ambientazione contemporanea del mito (quante volte abbiamo visto Orfeo cantante rock che affronta in overdose un viaggio agli Inferi tutto mentale?) ma il totale fraintendimento del mito e dell’opera seria in genere. Gluck cercava un’opera meno serva delle convenzioni, ma in nessun momento mise in discussione il carattere stilizzato, astratto e sovrumano dei personaggi. Qui invece Orfeo, declassato da semidio a guappo in sovrappeso vestito a lutto, che al massimo potrebbe cantare ai matrimoni di paese, prima si dispera al cimitero prendendo a calci la ghiaia come un Nemorino scornato, quindi insegue la sua Euridice in un Averno che è la cella frigorifera di un obitorio: il “puro ciel” è costellato da cadaveri appesi con cui Orfeo si balocca prima di sottrarre la moglie a un coro di mummie che evoca gli interni di un “Paradiso della sposa, tutto a metà prezzo”. La dolce consorte di Orfeo è poi descritta come l’ultima delle squinzie da discoteca, che prima stuzzica il marito strusciandosi addosso a lui e poi, onde farlo ingelosire, finge di “farlo strano” con Amore. Insomma, una farsetta macabro-grottesca assai più prossima a Offenbach (che pure aveva tutt’altro gusto e tutt’altra verve nel parodiare il mito) che a Gluck.
E in tutto questo il pubblico, eccetto un piccolo gruppo di dissenzienti brutti cattivi e prevenuti che non vogliono bene ad Alagna, approva vigorosamente, dimentico di ogni cosa che non sia “il nome” al cospetto del cui canto sono stati benignamente ammessi. Si parla tanto di aprire l’opera ai giovani. Forse sarebbe meglio che tutti, giovani e meno giovani, iniziassero ad aprire le orecchie, riservando a cialtronate come quella degli Alagnas i fischi che meritano.

Un pensiero su “Orfeo a Bologna: facciamo una retata!

  1. ciao, io ero alla prima l’altra sera, e nemmeno a me è piaciuto… tra l’altro non conoscevo l’opera di gluck, quindi mi consoli dicendomi che è stata tanto stuprata, infatti mi sembrava così strano che fosse così…

    dissento solo su due cose:
    1) per me la scena coi morti appesi era bella. l’unica cosa bella della serata!!
    2) a me il pubblico non è sembrato così vigoroso nell’applaudire, anzi ho notato una certa freddezza;
    io però sono andata via subito alla fine, quindi non so se poi gli altri hanno indugiato in applausi, ma mentre uscivo sentivo però fischi e buuh

    beh, spero di vedere l’orfeo di gluck vero, prima o poi…

    maddalena roversi

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