Giulio Cesare in Scala: pagliacciate e svarioni.

Questo Giulio Cesare era più atteso per assenti e defezioni, che non per titolari e rimpiazzi. Poi negli ultimi giorni, quando il paventato o sperato sciopero è rientrato, è partita una campagna stampa pro Giulio Cesare, con particolare attenzione alla de Niese. Probabilmente il teatro temeva che i fans della Bartoli, defezionaria per torti altrui avrebbero vendicato l’oltraggio alla propria beniamina. Errata valutazione perché i fans della Bartoli sono buoni ed equanimi. E quindi successo è stato. Assolutamente immeritato perché questo spettacolo tradiva completamente Handel e la sua poetica. Sono sicuro che un pubblico che abbia applaudito una simile congerie di cretineria e fraintendimenti sia convinto che Giulio Cesare, allorquando accoglie Cornelia con il titolo “alta Cornelia”, alluda alla statura fisica della matrona e non alla morale. Alta Cornelia sono le sole parole intellegibili pronunciate da Bejun Mehta nel ruolo di protagonista. L’opera,vorrei ricordare, si compone di recitativi secchi, grandiosi recitativi accompagnati (per il personaggio eponimo, Cleopatra e la vedova Cornelia) ed arie di vario genere, secondo lo stile del tempo. Ieri sera nessuno dei cantanti era intellegibile nei recitativi o nei cantabili. Primo errore o svarione. Secondo svarione in questa foia di pseudo castrati (surrogati di castrato o cappone vegano) Sesto, scritto per Margherita Durastanti e, poi, nella versione del 1725 passato a Francesco Borosini è stato affidato ad un falsettista Philippe Jaroussky. Pessimo cantante, attore ridicolo ed affettato che ha svisato il personaggio del giovane romano, un po’ indeciso (impiega tutta l’opera a vendicare il padre Pompeo), ma pur sempre eroe coturnato. La verità è che il travisamento del personaggio di Sesto investe tutta l’opera.
Spiace per i cazzari intellettualoidi, ma questo Handel non ha nulla di comico ed a monte di questo, discendendo il “comico” dal realismo, nulla di realistico. Eppure ho sentito parlare e letto di comico a sproposito e mi domando come si possa cadere in un simile errore per un personaggio come Tolomeo, eroe negativo perché traditore dell’alleato, pervertito, ma mai comico. Quanto al realismo lo hanno a torto praticato tutti i cantanti assemblati dalla Scala ricorrendo al parlato nelle arie e nei recitativi dove,però non si capivano le parole, ma abbondavano effettacci e gorgoglii. Preciso il primato degli effettacci  spetta alla protagonista e quel che è peggio nelle grande aria acrobatica “Da tempeste il legno infranto”, il premio del gorgoglio, invece,  alla afona e sfinita Cornelia di Sara Mingardo. Con riferimento a questa regina del barocco preciso che cantare piano non è l’afono accennare, che ci ha ammorbato ieri sera, rovinando uno dei personaggi più eleganti e nobili dell’intera, vasta, produzione handeliana.
Quanto poi  al canto tralascio la polemica sull’utilizzo degli pseudo castrati, ricordando solo che Handel, come tutti gli autori del bel canto, in difetto di castrati utilizzasse voci femminili. Aggiungo, però, che la voce maschile che canta in falsetto ha limitato volume ed ampiezza e questo si ripercuote su dinamica e legato. Tradotto il cantante può con artifizi emettere quelle note, ma non può cantare in quelle tessiture. Cantare significa non solo emettere suoni, spesso stonati e fissi, ma  dare senso alle frasi, alla scrittura vocale e, quando serve, fare spettacolo della propria voce.
Con questi invalicabili limiti naturali il canto procede sia nell’andante che in tempo veloce a balzi e strappi. Possiamo dire che Mehta appare un po’ più integro dell’esausto Jaroussky, ma nelle due arie con strumento obbligato “Va tacito e nascosto” con uno stonato e gracchiante corno e “Se in fiorito ameno prato” con il violino preceduta da cadenza con lo strumento i limiti sono stati impietosi ed evidenti. Preciso, sempre dolenti noti che le grandi arie patetiche di Cleopatra hanno evidenziato come la formosa de Niese sia vocalmente una dilettante, scalcinata in basso, fissa in alto. Sarà una idea rétro, ma queste arie, fra le più belle di Handel, richiedono il legato ed il controllo del fiato di ben altre professioniste ed artiste.
Taccio anche dell’opportunità di trasferimento di un melodramma coturnato ai giorni nostri fra emiri, poco muscolosi marines perché questa ulteriore dose di realismo è un tradimento della poetica di Handel. Quando però di fanno queste operazioni, ormai la regola, si deve saperlo fare ed allora Cornelia in guisa di Sophia Loren nella Ciociara, se ha subito un tentato stupro non può avere la “scourlera”delle calze fra ginocchio e polpaccio, ma altrove, quando si proiettamo le immagini di grandi attrici nei panni di Cleopatra si dovrebbe sapere che quella di Vivien Leigh era, su testo di Bernard Shaw, la parodia della regina d’Egitto, che l’attrice anglosassone interpretava nel famoso titolo shakespeariano. Forse bisognerebbe avere il coraggio ( o l’ironia) di proporre un’ altra immagine, ben più incombente ed ingombrante, di Cleopatra, ossia dame Joan Sutherland, ma ormai la lirica preferisce, guarda caso, evocare il cinema anziche ricordare se stessa.
Mi sono anche domandato se certo marchiani e pacchiani errore di impostazione interpretativa dovevano e potevano essere limitati ed emendati dal direttore, il maestro Antonini. Mi sono convinto che quelli che ho indicato come limiti ed errori rientrino, invece, in una condivisa ottica interpretativa, priva, però, di supporto e fondamenti, funzionali a mascherare cialtroneria ed inadeguatezza.

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53 pensieri su “Giulio Cesare in Scala: pagliacciate e svarioni.

  1. Dalla recensione di Donzelli agli scritti di Paolo Isotta degli anni ’80 sono passati circa 40 anni. Ebbene, a parte l’essere invecchiati tutti, non è cambiato nulla nel fraintendimento, nel tradimento e nello scempio del gusto di un intero mondo musicale. Detesto le petulanze per cui non mi dilungo su ciò che immagino la coltissima platea dei Grisini abbia una propria opinione. Però l’esibizione pubblica di certe vociacce sghembe, l’ostensione dei “surrogati di castrato ” (Grande Donzelli) e in soldoni il circo ricco che ruota intorno fa schifo. È politicamente scorretto ? Boh? Non mi importa. Vale

  2. Ma é un moda secondo me visto che chi organizza saprà che gli odierni falsettisti non avevano un seguito o preferenza alcuna in passato. La voce dei castrati era un prodotto artificiale e come tale diversa, chi gioca a fare farinelli sa benissimo che non ha alcuna base interoretativa storica. Non sappiamo realmente come cantassero a parte quelle storiche incisioni di moreschi che si trovano anche sul tubo. Ma non si può fare una ricostruzione sulla base di un solo individuo che ovviamente non rappresenta certamente tutti i colleghi prima di lui e comunque la sua voce non ha niente a che vedere con i falsettisti.

    • Ma poi il bello che a giudicare dagli articoli sembra unesecuzione di levatura storica. Quasi fossero dei cloni di castrati. A giudicare dal camto di glottide la Bartoli non c’era ma la sua scuola era ben presente.

  3. Ho assistito alla prima di venerdì. Credo sia il caso di fare alcune precisazioni. Lo spettacolo, musicalmente, non è sicuramente di levatura storica. Ma la regia è molto divertente, curatissima nei giochi scenici, con alcune cadute di gusto forse ma di alto livello professionale, come quasi tutto ciò che fa Carsen, di gran lunga più geniale dei vari Michieletto e simili. I cantanti: premesso che resuscitare i castrati è impossibile, trovo che l’uso dei controtenori (se bravi) sia accettabile . Ascoltare il “Giulio Cesare” eseguito praticamente solo da voci femminili è di una noia mortale come l’edizione di Martina Franca testimonia. In ogni caso anche fra i controtenori si possono trovare voci interessanti. Alla Scala ad esempio è innegabile che Christophe Dumaux (Tolomeo) fosse di gran lunga superiore agli altri tre, cosi come Franco Fagioli due anni fa. Vi è poi (ma è terreno scivoloso…) il discorso della “credibilità” scenica (che non sottovaluterei aprioristicamente) .Io di certe “culone” ( mi si perdoni la volgarità) travestite da uomo ne faccio volentieri a meno.. a meno che non si tratti della Horne o della Dupuy ovviamente. Consiglio di guardare il video che posto senza pregiudizi..io lo trovo entusiasmante.
    https://www.youtube.com/watch?v=rXmF6h3Yd_A

    E’ evidente come la Horne sia presa a modello..

    • Sara che ascolto con le orecchie e non con gli occhi, se sono culone ma cantano a me non importa. Trovo i falsettisti cmque insopportabili. Credo che siccome il castrato pareva una potente voce femmine tu debba accettare che in questo caso Haendel abbia predisposto una bella parata di voci simili (non dico uguali)

      • Capisco la tua idiosincrasia…Ma per quanto riguarda ascoltare con le orecchie e non con gli occhi vorrei ricordarti, ammesso ce ne sia bisogno, che è almeno dal 1955 (con la Traviata Visconti-Callas) che l’aspetto visivo dell’opera ha preso lo spazio che gli compete…

        • Però c’è un però.
          Attenzione per l’aspetto visivo non significa (non dovrebbe significare) né stravolgere la tonalità di un’opera (se è seria, perché trasformarla in comica?) né stravolgere la storia dell’opera (se è scritta per castrati/voci femminili, perché farla cantare da uomini con una voce artefatta?).
          Citi Visconti ma mi sembra una bestemmia in questo caso…

        • Visconti non si sarebbe mai sognato di rendere “divertente” la Traviata. Le sue messinscena erano sempre rispettose della poetica del soggetto, ma tutta quella sfera di artisti pur volendo fare qualcosa di nuovo e bello, non avrebbero mai pensato che la parte musicale potesse essere soppiantata dalla parte visiva, men che meno con pagliacciate che nulla c’entrano. Anzi, quand’anche la parte visiva fosse splendida e quella canora lasciasse a desiderare si andava a casa, o si veniva riprovati. Se il Giulio Cesare risulta “divertente” per il pubblico o il regista o gli artisti hanno sbagliato qualcosa perché non è la corda del divertimento che Händel tocca con la sua musica.

          • Ma voi parlate di uno spettacolo perché lo avete visto o per sentito dire? Le arie patetiche (Piangerò la sorte mia, Aure deh per pietà, Priva son di ogni conforto ) erano ben rese scenicamente senza nulla stravolgere. In ogni caso quanto Carsen ha firmato la regia per Traviata (a Venezia) non ha certo cercato di renderla “divertente”. Anzi il 1 atto era incredibilmente angosciante. Ma forse non l’avete vista…

          • quando durante il Giulio Cesare il pubblico sghignazza il regista ha bucato, quando Cornelia sembra una attrice del neorealismo il regista ha bucato, quando Sesto sembra una frocetta isterica (insomma la caricatura dell’omosessuale secondo uno stereotipo da avantspettacolo) il regista ha bucato, quando il regista non sa che la Leigh recitava una commedia di Shaw, il regista ha bucato, quanto l’urna che contiene le ceneri di Pompeo è di quelle standard di una impresa di onoranze funebri di buon comando, regista e scenografo non hanno neppure scorso i cataloghi di una seria agenzia di onoranze funebri, quando i Tolomeidi litigano come due personaggi da telefilm americano il regista non ha capito un cazzo di Handel. Se vuoi vado aventi siamo solo al primo mistero doloroso….

  4. Comunque concordo con Billy bud sul fatto che l’opera anche se avessimo tre soprani formidabili sarebbe manchevole in qualcosa. È vero però che handel come i suoi contemporanei non usassero questo tipo di voci che non sappiamo in realtà in che modo fossero esattamente presenti ma certamente non apprezzate. La verità é che essendo un repertorio particolare é più difficile da allestire rispetto ad altre opere e autori successivi. La parte visiva concordo con Giulia Grisi nel senso che può essere manchevole ma se ha una base discreta é più che sufficiente.

  5. Non ho visto lo spettacolo in questione ma mi fido della cronaca che ne ha fatto il benemerito Donzelli. Perché tiri fuori la Traviata di Venezia? Non mi sembra c’entri molto. Io non ho nessun preconcetto contro Carsen e sarei ben lieto di applaudirlo se una produzione da lui fermata mi piacesse. Ma qui non stiamo facendogli un processo sull’insieme della produzione registica.
    Quando Donzelli dice che il pubblico ha riso, non ho ragione di non credergli, e tu stesso hai confermato questo aspetto. Ebbene, la penso come Donzelli: far ridere con una tragedia, anche se a tratti, è intellettualmente disonesto nei confronti del pubblico. Tanto più che con Händel siamo lontani anni luce da Victor Hugo e dalla prefazione di Cromwell in cui egli preconizza il mélange de sublime et de grotesque…. Modesto mio parere: sono formato all’antica, cette sottigliezze non le capisco… limiti miei…

  6. cercate i miracoli ma non ce ne sono in giro!
    Lo spettacolo mi è piaciuto e credo che in questo caso
    il regista pur concedendosi una grande libertà di
    azione consegni uno spettacolo visivamente bello e godibile… resta politicamente scorretto ma l operazione regge… non serve un politico onesto ma capace..!. Nel caso di specie Carsen pur rivoluzionando
    a 360^ sposta la tragedia in farsa…
    il che ci può stare vista la levatura non eccelsa dei cantanti…
    Dovreste anche tenere ben presente che questo repertorio nasceva per teatri di dimensioni mignon non certo per le attuali sale che costringono i cantanti ad uno sforzo immane…e non vedendo in giro alcuna Sutherland , Horne , Dupuy , Serra ,Blake ..etc etc la dignitosa messa in scena e canto mi è sembrata accettabile.
    Penso proprio che a fronte di ciò invece sarebbe opportuno sforbiciare ampiamente , arie e da capo
    dei bei tagli corposi non guasterebbero renderebbero
    giustizia ai limitati mezzi canori di cui si dispone
    Per fortuna di castrati in giro non ce ne sono più
    (fatta salva la sterminata platea di politici ) pertanto il canto dei controtenori è di per sé ‘falsato’
    ed i difetti evidenziati, sottolineati e richiamati nella vostra recensione sono condivisibili ma limitatamente
    accettabili.
    Nel disastro Skala, mettiamola così, questo è uno degli spettacoli migliori o se preferite non tra i peggiori..

    Come al solito gallerie e palchi con bei ‘forni’
    Marco

    • Dimensioni “mignon” il King’s Theatre (Her Majesty’s Theatre) per cui l’opera fu scritta?…The theatre proved too large for actors’ voices to carry across the auditorium e ancora…from 1719, began to extend the stage through arches into the houses to the south of the theatre…
      E poi sforbiciamo, stravolgiamo con baracconate registiche…e di Handel cosa rimane? Meglio allora non proporle neppure, opere date così

  7. mi permetto, gentile marco una sola osservazione o chiosa. Il giorno ( mi auguro mai) che in Scala qualcuno avesse la sciagurata idea di proporre Ugonotti siccome di cantanti da Ugonotti ne conosco due o tre a star largo dovremmo trasformare una delle più politiche e cupe tragedie che il melodramma conosca in una farsetta con ammiccamenti a luci rosse sulla castità di Raul, sulla “allegria” di Margherita e sul fanatismo religioso di St. Bris e dei congiurati ? Per altro sempre in un allestimento carente sotto il profilo musicale e vocale come la recente Semiramide di Pesaro, sulla Stampa salutata come la sola vera esecuzione del capolavoro di Rossini, abbiamo visto ginocchiate nei coglioni e bambolotti da pubblicità di un noto ammorbidente.

  8. Non ho visto lo spettacolo, ma conosco molte altre regie di Carsen e tutto si può dire tranne che fossero sciatte o sbagliate (penso, per restare a quello che è passato alla Scala, ad Alcina, ai Contes, a Kat’a Kabanova, ai Dialoghi delle Carmelitane, alla Fanciulla del West, a Candide…). C’è da dire che un Giulio Cesare con toghe e centurioni non si vide neppure nel 1724 al King’s Theatre, atteso che il teatro dell’epoca non si rifaceva certo ad una presunta verosimiglianza storica. Come tutta l’opera handeliane (e settecentesca in generale) i generi si intrecciavano con ambiguità e spesso nascondevano riferimenti alla realtà politica e sociale dell’epoca. Non ha senso parlare per Alcina, Giulio Cesare o Agrippina di opere serie come fossero melodrammi. Nel Giulio Cesare, in particolare, è tale l’intreccio di gelosie, amori, intrighi e politica che ridurlo ad un solo genere è impossibile. Ben venga dunque una lettura che – esattamente come accadeva nel ‘700 – prenda solo spunto dalla storia narrata e si adatti a messaggi diversi. Grazie a dio l’opera di Handel non è monotona come un Alceste, ad esempio, e la varietà di toni che contiene consente le letture più diverse. Senza contare il fatto che l’aspetto teatrale è importante e deve coinvolgere il pubblico altrimenti sembrerebbe un concerto interminabile di arie tripartite. Ripeto, non ho visto lo spettacolo (purtroppo), ma tutte le volte che sono stato a teatro a vedere titoli handeliani le diverse regie non hanno mai, giustamente, proposto drammi seri e seriosi che poco o nulla sarebbero c’entrati con lo spirito dell’autore. Poi francamente dove sarebbe la “tragedia” in Giulio Cesare? Non nei tentativi di seduzione di Cleopatra, non negli intrighi cortigiani di Achilla e Tolomeo o nella loro rivalità amorosa nel cercare di sedurre Cornelia, neppure la goffaggine dello stesso Tolomeo e la sua cattiveria sopra le righe…l’unico personaggio che non ha ambiguità è Sesto, ma il resto si presta a letture differenti. E molto più interessanti di vedere finti romani e finti egiziani in pose da peplum anni ’70. Sulle risate del pubblico…ride spesso anche in spettacoli di prosa in cui non vi è nulla da ridere. Però confesso che ho sorriso anche io in certi momenti di Alcina, Agrippina, Serse, Deidamia o Giulio Cesare (come nell’Incoronazione di Poppea o nel Ritorno di Ulisse).

    • Francamente sei tu che fai confusione. Dramma è definito il Cesare e di comico non v’e traccia ne in generale ne nel particolare ( attendiamo qui che ti specifichi ciò che non conosciamo del libretto o che ci è sfuggito). Quanto ai centurioni sei tu che ne parli. Abbiamo visto molta opera barocca IN TEATRO assai ben fatta senza oleografia alcuna. Virginio Puecher ad esempio… In quegli anni non credo che tu andassi già a teatro ergo non comprendi a cosa allude donzelli

        • Lo dovresti sapere che il costume filologico è invenzione moderna del dopoguerra. Loro si vestivano con le fogge del loro tempo corredate da.qlche elemento antiquario. Quello era il costume. Al teempo di Haendel nessuno si sarebbe curato di sapere in termini filologici come Cleopatra vestisse. Ergo ciò che tu scrivi offende noi nella ns intelligenza e te nel tuo grande sapere. Il baricco senza la meraviglua scwnica poi ci dovete spiegare xosa significhi essendone l elemwnto fondante. Quanto a Sellars è stato una.meteora che uscito dallo scherzo universitario della trilogia dapontiana si è cercato di spacciare per serio. Ma li fini tutto il suo genio.

          • Ma aldilà di tutto quel Giulio Cesare non mi dispiace (dal punto di vista visivo). Su Sellars la penso come te…ma alcune (poche) cose gli sono venute bene, secondo me

  9. Ritengo che non sia argomento particolarmente rilevante dire che all’epoca di Händel non si usassero costumi antichi perché, se non sbaglio, questa era la prassi, non vi era in questa scelta alcuna volontà di provocare o schioccare il pubblico. Si tratta a mio avviso più di una maniera differente di concepire la storia e rapportarsi ad essa.

  10. La De Niese aveva cantanto Anna Trulove al Regio di Torino alcune stagioni fa. Quando cantavano gli altri cantanti, dalla platea li si sentiva, quando cantava lei si faceva fatica a sentire cosa cantava. Vocina piccina piccina piccina con scarsa proiezione. E se ciò accadava con Anna, che è parte non così esigente come Cleopatra, chissà cosa è potuto accadere con tale parte!
    L’idea registica di proiettare spezzoni di film su Cesare e Claopatra mi pare sia solo la copiatura di un’idea originale di Luca Ronconi per un Giulio Cesare di 16 anni fa. E lo provo documentariamente:
    cfr. http://www.ateatro.org/mostraronconi_scheda.asp?num=222
    http://drammaturgia.fupress.net/recensioni/recensione1.php?id=218
    Ormai i registi sanno solo copiarsi.
    Anche a Torino alcuni anni fa diedero un Giulio Cesare nel complesso noiosetto, con una regia di Pelly che voleva essere divertente, con tante trovatine, ma che dopo poco faceva solo annoiare (era roba made in Opèra de Paris). Là la Mingardo era stata tutto sommato brava.

  11. Io credo che la musica di Handel vada messa in primo piano, le regie alla fine se si limitano al minimo vanno benissimo così. Certo è che ridurre l’opera a un semplice drammone mi pare riduttivo, in quanto è la musica stessa di Handel ad essere molto articolata in molti passi per prima, che dimostra la assoluta genialità e libertà espressiva del caro sassone. Io non arriverei a trasformarla in una farsa, ma se penso a una produzione con soprani e scene pittate mi viene la polvere alle orecchie. Questo è il mio pensiero su Handel. D’altra parte, è questo lo sottolineo di nuovo, un mio pensiero su Handel, come tutti sanno aveva come i suoi colleghi problemi di censura, spesso era costretto a usare certi soggetti ma come tutti i grandi trovava sempre il modo di dire la sua e la sua musica lo fa. Addirittura utilizzava l’oratorio se non riusciva con l’opera, quindi questa sua dote è palese.

    • Se hai inteso che sogno tavole pittate e drammone non sono stato in grado di farmi comprendere. A parte che se la tavola pittata è la cornice per certi grandi e grandissimi ben vengano le tavole pittate. Allora Giulio Cesare non sarà un drammone, se con tale termine si designa SOLO un titolo come Gioconda o Ballo in maschera. Giulio Cesare, però è e resta un dramma serio e quindi estraneo a farse, intermezzi e consimili e di questo si deve tenere conto sempre e comunque.

      • Secondo me si è arrivati a discorsi troppo filosofici nel senso che si sta discutendo di ipotetiche produzioni di come si dovrebbe e si potrebbe fare e i risultati si sa differiscono sempre da quelli messi su carta. Comunque io non ho visto questa produzione, la mia è una riflessione sul fatto che l’opera barocca si sa è più difficile da allestire sia perché più lontana da noi e anche perché mancano i castrati che piaccia o no erano i veri protagonisti dell’epoca. Le scene pittate vanno bene solo se usate con garbo e soprattutto vi sia un’idea registica di tutto rispetto perché se no si finisce al museo e il risultato li si che mi fa sorridere.

    • Peccato che in certi lidi non comprendano e si scandalizzino per lesa maestà ogni volta che si discute. Qui si parla e si polemizza e si discute (perché si può discutere solo con idee contrastanti, altrimenti si fanno monologhi o marchette). Intanto accapigliarsi per Handel è comunque un piacere.

  12. Se mai ci fossero bisogno di altre prove circa l’inconsistenza storica e filologica dell’uso del controtenore nelle opere di Händel vorrei ricordare le circostanze della prima di Radamisto nell’Aprile del 1724, quando nell’impossibilità di avere il Senesino la parte del protagonista fu affrontata da Margherita Durastanti. Già nel Dicembre 1724 ne viene offerta una seconda versione con Senesino e in questa occasione la Durastanti ricopre la parte di Zenobia, mentre i cantanti inglesi della prima vengono sostituiti da cantanti italiani.

  13. Sono tornato ieri. Tutti hanno cantato meglio che alla prima e la Denise non ha strillato. Migliorata di gran lunga anche la direzione d orchestra. Metha ha cantato incredibilmente bene “se in fiorito ameno prato”. Teatro pieno e non solo di turisti il che per una opera di Handel mi sembra eccezionale. Grande successo a fine serata. Mi piacerebbe che chi spara a zero sull esecuzione di alcuni (bravi) controtenorri mi postasse una incisione in cui una donna riesce a cantare benissimo e a essere credibile nel ruolo di Giulio Cesare. La Horne non mi risulta abbia inciso il ruolo. Purtroppo

    • Vogliamo parlare dell’esecuzione dell’aria: Quel torrente che cade dal monte- da parte di uno di quei bravi “controtenorri”?Come già Celletti ebbe a definire l’esecuzione di Fischer-Dieskau: la parodia di una pentola di fagioli in ebollizione…

  14. Anche questa, come il Tell di Cremona recensito da Duprez, l’ho evitata “alla grande” dopo aver letto cast e informato dell’allestimento che si andava a fare. Handel può piacere o non piacere ma tale deve rimanere. Se ci si annoia, vuol dire che non piace. E allora si passa ad altro. Scenicamente, non avendolo comunque visto, non commento. Ma siamo alle “solite”. Detto tutto. Già gli spostamenti temporali mi infastidiscono quasi sempre, figuriamoci le “trovate” di certi registi che si defniscono geniali nell’inventare scene e scenette fuori libretto e fuori luogo.

  15. Sono appena rientrato dall’ultima recita…non saprei da dove iniziare..salvato Dumeaux e in parte Mehta, vocalmente il livello é infimo! Le donne inqualificabili e ascoltando Jaroussky, ho creduto di assistere ad un concerto di Florence Forster Jenkins!!! Resa orchestrale da minimo sindacale, direzione….idem. Sinceramente mi aspettavo molto da Carsen che invece mi ha abbastanza deluso: mimetiche viste e riviste, simpatiche le proiezioni (che non c’entravano nulla ma smuovevano il torpore generale), della vicenda nulla si capiva. Certo una regia che non disturbava….non ha disturbato nemmeno Haendel…che con questo spettacolo non c’entrava nulla. Se questo é il progetto Haendeliano del nostro maggior teatro…ne possiamo farne a meno.

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