La Gazza alla Scala vola basso.

Gazza ladra La Gazza ladra di Rossini è tornata alla Scala. Il ritorno del monumentale titolo semiserio rossiniano, che ebbe nel massimo teatro milanese la prima rappresentazione, costituisce l’unico vero motivo di interesse della proposizione. Quando, infatti, si considera la realizzazione musicale e visiva si può trarre una sola conclusione, ossia che era meglio lasciar perdere l’operazione. Questo, come dettaglieremo successivamente, non già per una preconcetta idea, quella che ha ispirato il singolo buatore, che si è fatto riconoscere per quel che è subito dopo la Sinfonia, peraltro di piuttosto modesta esecuzione, ma alla fine dello spettacolo dove è tristemente emerso come non fosse stato realizzato alcuno di quegli elementi, che rendono la Gazza ladra tanto affascinante quanto difficile nell’esecuzione. Nei grandi teatri dell’800, come il Théâtre des Italiens, il Covent Garden, il titolo raccoglieva grandi successi in grazia di esecutori storici, soprattutto nei ruoli di Ninetta e di suo padre; l’opera semiseria, infatti, risponde essenzialmente all’ufficio di consentire ai grandi cantanti di mettere in evidenza effetti ed affetti, ovvero la loro arte. Basta pensare, per dimostrare l’assunto, al primo quadro del secondo atto, dove alla protagonista competono il duetto d’amore, il duetto con il contralto en travesti, lo scontro con il proprio persecutore, per tacere poi della grandiosa scena di processo che di lì a due anni Rossini ripropose nel Bianca e Falliero, altro titolo per Milano, e che rappresentò un topos per Giuditta Pasta, celebrata Ninetta e poi famosa Alaide e soprattutto Anna Bolena e Beatrice di Tenda, che prevedono grandiose scene di processo, dove Giuditta Pasta poteva fare sfoggio della propria arte del dire. Dimenticando il fare mostra di effetti ed affetti come la sigla più autentica del dramma semiserio si cade nell’errore di considerare Gazza ladra, al pari di Torvaldo e Dorliska, opera di scarsa consistenza drammaturgica e conseguentemente di difficile realizzazione ove mai, invece, si abbia ben presente che i personaggi di Gazza ladra sono chiamati ad esprimere luoghi tipici del melodramma si capisce l’opera nella sua peculiare drammaturgia. Tutto questo però richiede cantanti di altissimo livello. Ci permettiamo di ricordare che nell’800 le grandi Ninette si chiamavano Teresa Belloc-Giorgi, Henriette Sontag, Isabella Colbran, Laura Cinti-Damoreau, Giulia e Giuditta Grisi, Maria Malibran, Josephine Fodor-Mainville, Giuseppina Strepponi (che terminava l’opera con l’aggiunta di un rondò), Adelina Patti, cui dovevano aggiungersi almeno quattro prime parti, di cui due bassi, un tenore e un contralto. E siccome trovare due bassi era merce rara Rossini stesso trasportò, per l’esecuzione napoletana, la parte di Fernando a tenore baritonale, nella fattispecie Andrea Nozzari.
La compagnia di canto assemblata dalla Scala era, per usare un eufemismo, modesta e scalcagnata. Nel dettaglio, Rosa Feola avrebbe una gradevole voce di soubrette (quelle che cantano Susanna e Despina, Serpina ed Elisetta), ma la parte di Ninetta, la parente psicologica e vocale più prossima di Cenerentola, richiede un timbro morbido e rotondo nella zona centrale della voce, per esprimere il lacerante dolore e il continuo travaglio della povera ragazza ingiustamente accusata. Qui niente di tutto questo. Se aggiungiamo che i pochi acuti della parte erano toccati a fatica o falsettati e che di agilità abbiamo sentito il minimo sindacale (ossia quello è scritto in spartito), possiamo condividere le riprovazioni di cui fatta oggetto alle singole uscite. Perché piova sul bagnato alla stretta della scena del carcere la cantante è anche rimasta afona. Peraltro era la meno peggio della compagine femminile. E’ lecito domandarsi perché mai faccia la cantante d’opera Serena Malfi, la cui voce è dura, piccola, ingolata, corta, praticamente inesistente. Un po’ più di volume vanta la voce di Teresa Iervolino, che è l’unico aspetto che la differenzia dalla Malfi. Aggiungo che la dizione delle signore nei recitativi, mai scanditi, mai articolati, ed eseguiti a metronomo, fa apparire una fine dicitrice Joan Sutherland. Voce da comprimario, piccola e bianca, Edgardo Rocha, abitué del teatro di Zurigo, ricordiamo che nei giorni scorsi, dopo la “trionfale Bolena”, il signor Pereira ha dichiarato che ogni teatro ha i suoi cantanti. Al signor Pereira sfugge, per ovvi motivi di permanenza trentennale a Zurigo, che i cantanti da Scala non sono quelli di un teatro di florida provincia svizzera-tedesca. Nelle recite di Londra 1883, quando Adelina Patti diede l’addio al ruolo di Ninetta, di cui fu l’ultima specialista per 20 anni, i panni dell’infelice padre vennero vestiti dal più elegante e raffinato baritono che la storia del canto ricordi, Antonio Cotogni, maestro assoluto di dizione e canto a fior di labbro. Aggiungo che non era il primo baritono che cantava Fernando, perché anche Antonio Tamburini, Giorgio Ronconi e Felice Varesi cantarono frequentemente la parte del padre di Ninetta. Il che ci dice che l’idea di questo personaggio era quello di un uomo vinto e offeso dalla vita, cui si addiceva il canto sfumato e dolce. Ieri sera niente di tutto questo dalla voce di Alex Esposito, il quale non è un basso e non è un baritono, non sa cantar piano e a seconda della energia di cui dispone canta ora con discreto volume, ora senza. La voce di Fernando l’avrebbe avuta forse venti anni fa Michele Pertusi, oggi incapace di legare due suoni, sordo e legnoso, in palese difficoltà nei passi di coloratura, non semplici, dell’aria del secondo atto, allorché viene ripetuto uno dei temi della sinfonia. E’ chiaro che, con cantanti di questo genere, non si può pretendere e presumere di affrontare Gazza ladra. Questo cast, esattamente come quello proposto 15 giorni fa in Bolena, ci dicono che l’opera ante verdiana e rossiniana in particolare, quello che grossolanamente viene chiamato Belcanto, mentre il Belcanto è tutt’altra cosa, non può essere affidata a cantanti improvvisati, impreparati, in accentuato declino. A questo aggiungiamo poi il carico da 11 che ci ha messo il Maestro Chailly. In primo luogo dedicare ad Alberto Zedda la serata è quantomeno di cattivo gusto, perché non abbiamo mai sentito, in tutta la performance chiudere gli andanti con cadenze, inserire cospicue varianti nei da capo di arie e duetti e provvedere di trasporti e puntature per quei cantanti le cui caratteristiche non coincidano pienamente con le esigenze dello spartito. Sono questi i compiti cui un direttore d’orchestra non può e non deve venire meno nel momento in cui decida di affrontare Rossini, soprattutto un Rossini come quello di Gazza ladra, dall’inesistente trama e dalla peculiare drammaturgia. Se a questo aggiungiamo monotonia nello stacco dei tempi, clangori orchestrali, frequenti sonorità esagerate, e per il titolo, e per i cantanti (l’orchestra poteva suonare tranquillamente una sinfonia di Bruckner), possiamo dire che anche questo Rossini di Chailly non è sicuramente positivo. Siccome il titolo prevede un Ouverture, che è un “passo acrobatico” per i direttori d’orchestra, Chailly è stato senza tocco e senza magia, monotono e pesante. L’unico pregio del Maestro milanese è quello di tenere orchestra e palcoscenico. Di cifra dello spettacolo e di idee interpretative non è certo il caso di parlare. Evidentemente un autore come Rossini poco o nulla ispira al Maestro Chailly. Ritengo doveroso precisare che le riprovazioni a direttore in quanto concertatore, e quindi anche autore della scelta dei cantanti, sono doverose (come lo sono verso i cantanti), non già perché ci si debba illudere che altro maestro milanese possa stare al posto di Chailly (visti gli esiti trionfali del proprio professionismo in Don Carlo e Traviata), ma perché oggettivamente l’esecuzione proposta non ha fatto centro. Il non far centro partiva dall’idea della gazza che ci è stata presentata come una specie di arpia o uccellaccio del malaugurio, svolazzante per la scena, che poteva forse andar bene in opere di consolidato realismo e non già nella fabula rossiniana. Gabriele Salvatores, salutato da una buona serie di fischi e di buh, ha confezionato una pochade dove il gioco più divertente poteva essere andare a cercare le copiature, dalla gazza che ricordava Ariel ne La tempesta di Strehler, anno 1979 circa, sino agli inseguimenti in scena che ricordavano il celeberrimo Giornalino di Giamburrasca di Lina Wertmuller del 1964, più un paio di elementi naturali copiati dalla scenografia del povero Alessandro Sanquirico, il cappotto di Gottardo, a mezza strada tra quello del nonno della Famiglia Addams o il Pinguino di Batman e il Duca d’Ordow pesarese.
I giornali si sono immediatamente prodigati nel parlare di bagarre tra loggionisti ecc. Quello che desta stupore di questa bagarre, atteso che il pubblico della Scala ha sempre avuto scarsa dimestichezza e inclinazione al Belcanto e prodotti affini, poco ha a che vedere, a nostro avviso, con l’apprezzamento o la riprovazione per lo spettacolo, anche perché stupisce l’incoerenza di chi ha difeso vociando per il teatro lo spettacolo insultando i contestatori, dopo aver detto peste e corna dell’Anna Bolena, che era sempre un oltraggio al Belcanto, per giunta di cifra assai più provinciale. Il meglio della serata le marionette dei fratelli Colla, ai quali si sarebbe potuto forse chiedere di realizzare il personaggio della gazza. Vogliamo sperare che la dirigenza scaligera non voglia riproporre, come omaggio a Rossini, i titoli che questi compose per Milano, soprattutto in considerazione del fatto che nel 2019 cadrebbe il bicentenario di Bianca e Falliero.

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19 pensieri su “La Gazza alla Scala vola basso.

  1. Ero in teatro. Secondo me non è assolutamente necessario citare i grandi mostri vocali dell’epoca di Rossini per affermare che l’esecuzione dell’altra sera era di una noia esiziale. Basterebbe l’ascolto di un Valletti, di una Sciutti, di un Bruscantini per chiudere il discorso… La verità che il problema della Gazza appena ascoltata è la direzione d’orchestra di Chailly, assolutamente incapace di concertare e “raccontare” alcunché”. Vorrei poi sapere , una volta per tutte, dai vari recensori della stampa nazionale , dove mai questo direttore ha detto qualcosa di interessante, personale, in qualche modo definitivo, su qualunque compositore abbia mai diretto. Il suo Verdi sembra la brutta copia di quello di Muti, il suo Puccini è calligrafico ma inoperante (volete mettere l’ultimo Gavazzeni ascoltato in Scala proprio in Butterfly!!! sto facendo paragoni di esecuzioni da me ascoltate dal vivo) il su Rossini, rispetto a quello di Abbado, ha il culo di piombo! Ditemi per carità in cosa è mai possibile considerarlo un grande direttore!!!???

    • È un grande direttore nel mondo dei Wellber, Benini, Armiliato, Frizzante, Mariotti, Dudamel etc etc Rispetto a Gatti ti esonera dagli sfracelli. Ti esonera dal troppo male ma.anche dall avere una marcia in più . Perciò ti condivido in toro e lo obsoleto il male minore. Se fa audizioni per beccarsi la siri o la fola , è chiaro che un cantante non lo troverà mai come.i suoi predecessori. Il punto è che la carta stagnola della filologia non basta. Se annuncia pirata e puritani con la leggerezza con cui lo ha fatto, cosa dobbiamo dire? Mai…ma iiiii mi sarei aspettata che venisse a.milano con l idea di lanciarsi o assecondare i deliri di pereira on fatto di repertorio. In occasione di Travita avevo colto l insofferenza verso di lui da parte di molti ma…non pensavo tanta prevenzione.
      Quanto al dire qualcosa di assoluto, beh…possiamo applicare questa categoria di valutazione anche agli altri degli ultimi 20 anni e ci accorgiamo che sono tutto fenomeni amplificati dal disco e non assoluti. Anche Abbado di fronte a Mitropoulos scompare…..

  2. segnalo che su “La Repubblica” di oggi 14/04 a pagina 43 nell’articolo “Scala, i fischi a Chailly?”Tutta colpa dei pregiudizi”, si legge: “Tra i contestatori storici alla Scala ci sono quelli del Corriere della Grisi, blog dedicato all’opera dall’impostazione molto conservatrice, ma sulla loro pagina finora non c’è traccia di recensioni”.

    • Ti ringrazio per la segnalazione. Invece il suo prodigio di ouverture è stato buato da Marco Vizzardelli, ex giornalista ippico, prodigo ed onesto informatore del sovrintendente. Conoscono il loro pubblico come le opere che dirigono, mi verrebbe da dire. Ed aggiungo, mai colpa del loro operato se vengono buati, e di cantanti e registi da poco ? sempre colpa del pubblico? …Cmque Chailly non ha colpa delle dichiarazioni che fa perché lui sta nella buca. È il sottobosco che circonda chi sta sul palco il problema, che parla a vanvera, dice di sapere e conoscere….

    • Il Maestro Chailly non sa purtroppo che sta allevando la proverbiale serpe in seno, perchè i plauditores in genere, e del teatro milanese nello specifico, a caccia di ingressi o, banalmente, a caccia dell’upgrade dal loggione alla platea, che permetta di ammirare più da vicino velluti e stucchi della Scala, ricordano molto le turbe adoratrici dell’infelice Bolena e sono, come in quello stesso caso, pronte a plaudire a nuovo futuro Divo o Divetto molto prima che questo si insedi effettivamente.

    • Buongiorno, sono l’autrice del pezzo di Repubblica citato. Non credo che il cronista debba stabilire chi ha ragione o torto, ma cercare di spiegare i motivi delle contestazioni. Se la vostra recensione fosse apparsa il 13 ne avrei sicuramente dato conto: sono una lettrice attenta del blog. Grazie buona Pasqua

  3. INGURGITATA LA DIRETTA RAI DI IERI 18/4
    Senza parole: noia , incolore , direzione slegata
    cantanti da profonda provincia e spettacolo oltremodo
    sopra le righe con michelettonate trite e ritrite con uno ‘struzzo’ più che una gazza che si dimenava sul palco
    scenico. Orrenda scenografia

    Un vero e prorpio flop salutato da pochi e nulli applausi
    (forse l aspetto visivo e uditivo più imbarazzante della serata!)
    Guardarsi su youtube l edizione del rof 1989 con uno splendente Ramey e una seppur imperfetta Katia
    R.
    Gelmetti a confronto sembrava un monstre rossiniano.
    Chally deludente

        • No, lo è. Solo che è il genere più lontano da noi e facciamo fatica a centrare la cifra. La musica è stupenda ma non l abbiamo mai rappresentata con cantanti giusti e giusti direttori. La storia esecutiva dell ottocento è impressionante. ….nessuna opera desunto o poco rappresentata oggi compete con la rara Gazza Ladra, per loro di repertorio per i fenomeni.
          Gelmetti di rossini non capisce un…, tanto che a Roma voleva tagliare di Semiramide ….il giuramento!!!!….

  4. “I ragazzi della Grisi in teatro non ci vanno quasi più”. Da La Barcaccia del 17/04. Lo riporto a onor del vero.
    Da un vostro carissimo sostenitore da anni un saluto con affetto e stima.
    Filippo, 21 anni

    • Piacere di conoscerti. Quasi più o …un po meno….non sottilizziamo. Si intendeva ripristinare un tantino di verità nel mare magnum delle calunnie che arrivano dai giornaloni ed certi vecchi fan del teatro. Va bene lo stesso. Ciao!

  5. Sengalo, anche se credo no vi sia sfuggito, questo artcolo su corriere.it

    http://milano.corriere.it/notizie/cronaca/17_aprile_14/bagarre-scala-gazza-ladra-fischiata-ex-loggionisti-35d1791c-20d2-11e7-80c8-c640cceeac84.shtml

    Semplicemente disgustoso! Poi si lamentano quando si dice che i giornalisti sono il peggio di questo paese. Ma si può scrivere dimostrando tale ignoranza? La citazione di Nietzsche è da brividi quanto a stupidità. E vogliamo mettere l’apprezzamento della “giovane critica”? Che sventurato paese….

  6. critiche scritte da gente che non distingue Rossini da Ligeti
    e che pensa Ponnelle sia la marca di un detersivo
    Appiattiti a ‘plaudire’ qualunche cosa ‘partorisca’ il sommo teatro milanese nessun senso critico.
    Il poveretto o la poveretta che ha scritto l articolo in questione frequenta (?) poco ed ha poco frequentato in passato la Scala ed altri teari immagino!
    Ricordo fischi e disapprovazioni anche a Muti e
    una pomeridiana incandescente in cui Ronconi fu
    subissato dai fischi (Fetonte) peraltro spettacolo meraviglioso
    Il prestigio e la fortuna di questo teatro è stato quello
    di scatenare clamorosi successi ed insuccessi e se i
    giornalai in questione passassero qualche ora a sentire su youtube certe registrazioni forse dopo capirebbero qualcosina in più di musica…
    D altronde un certo sovrintendente di questo teatro,
    pagato oltre 500.000 mila euro all anno.
    (intervistato da una giornalista ) non riconobbe un famossissimo compositore
    Quindi c’è poco da meravigliarsi di come vanno le cose in questo sgangheratissimo paese!
    E’ questa edizione della gazza resta una schifezza!
    Requiem

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