Herbert von Karajan: 30 anni dopo.

a10010295_s800b1b5Trent’anni fa ci lasciava Herbert von Karajan. Nato nell’Impero Austro-Ungarico quando sul trono absburgico regnava ancora Francesco Giuseppe e morto appena prima del crollo del muro di Berlino, la sua parabola artistica si intreccia alla Storia e alle storie del “secolo breve”. Karajan attraversò guerra e pace, dittature e rivoluzioni dando alla storia musicale del secolo XX – ed al suo immaginario – un’impronta indelebile: fu IL direttore d’orchestra per antonomasia (più di Toscanini e più di Furtwängler), il più famoso e celebrato nel mondo e capace, intuendo le opportunità della nascente industria discografica, di diffondere e rendere “popolare” una musica considerata elitaria, attraverso quello strumento straordinario che furono i Berliner sotto la sua guida. Impossibile (e inopportuno) fare un bilancio completo di una vita spesa per l’arte a livello assoluto: mi limito al racconto della mia esperienza personale (purtroppo mai dal vivo) e penso alla figura di Karajan come ad un porto da cui partire e al quale tornare. Per molti appassionati di musica della mia generazione – o giù di lì – Karajan fu il punto di partenza, il disco da ascoltare, l’interpretazione di riferimento…per poi scoprire altro, esplorare e magari preferire, ma poi inevitabilmente si ritorna lì. Si ritorna a quel suono sempre magnifico, a quella cura maniacale dei dettagli (sino al rischio del manierismo, come negli ultimi anni in cui la passione per la bellezza sonora divenne quasi un’ossessione e l’apparato tecnologico – nel disco, almeno – divenne più invasivo e falsante), a quella luminosità e chiarezza espositiva, a quella malinconia leggera. E si torna anche alle immagini del direttore austriaco: sguardo, espressione del viso, gestualità. Un’attenzione all’estetica pari a quella per la bellezza del suono perchè Karajan fu intrinsecamente un direttore d’orchestra e un musicista: non una semplice professione. E tornando, appunto, alle immagini non posso non ricordare quella del suo Concerto di Capodanno (era il 1987): la figura fragile e severa allo stesso tempo, la chioma bianca e lo sguardo affaticato, ma lucido e vivido come sempre. In quell’immagine – malinconica e gioiosa allo stesso tempo – ho sempre visto, o voluto vedere, la profonda umanità di Karajan e il suo amore sconfinato per la musica. Un amore bulimico e pervasivo che non faceva schizzinose distinzione tra il Kaiser-Walzer di Strauss e la Notte Trasfigurata di Schönberg, tra il valzer di Musetta nella Bohéme e le gigantesche cadenze plagali della Götterdämmerung, ma dedicando ad ogni brano eseguito quella ricerca di bellezza assoluta e pura che solo la musica può dare. Quella musica la cui inesistenza – come disse Karajan stesso – renderebbe la vita incomprensibile. Morirà due anni dopo: proprio il 16 luglio del 1989. Il suo ultimo concerto – nell’amata Vienna – risale a pochi mesi prima: il 23 di aprile con la Settima di Bruckner, forse non un caso, ma l’ennesimo gioco del destino che ha fatto coincidere il suo commiato dal suo pubblico con il compositore che più di ogni altro ha guardato, con la sua musica, al cielo.

Bruckner: Sinfonia n. 7 (Vienna 1989):

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Bach: Messa in Si Minore (Vienna 1952):

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Puccini: La Bohéme “Valzer di Musetta” (1972):

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Strauss: Sphärenklage (Vienna 1987)

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8 pensieri su “Herbert von Karajan: 30 anni dopo.

  1. Sicuramente unico. Anche io non ho mai avuto modo di ascoltarlo e vederlo dal vivo, ma certamente ancora oggi quando penso a beethoven e alle sinfonie o alla missa solemnis penso a lui. Personalmente credo che proprio beethoven era il compositore che più si avvicinava alla sua estetica, e poi non dimentichiamoci che per sorpassare illustri colleghi come Furtwängler ce ne vuole e per quanto mi riguarda per questo repertorio viene subito dopo di lui. Certamente essere musicisti in quel secolo non doveva essere facile e quindi ancora più forte sia la nostra stima verso il Maestro.

  2. Io pure, come Mozart2006, ho avuto la fortuna e il rpivilegio di ascoltare von Karajan dal vivo a Berlino nel 1987, Ein deutsches Requiem di Brahms, con Lella Cuberli e Franz Grundheber. Il link che posto ( mi scuso per la pessima qualità della registrazione davvero più che amatoriale, ma all’epoca non possedevo che un misero ed economicissimo walkman per registrare) è l’intervento del soprano, la prima sera dei due concerti. Sono uscito dalle due serate sconvolto e per la musica che mai avevo ascoltato, e dall’atmosfera che Karajan sapeva creare. La seconda sera poi ero seduto diciamo “di fronte” al direttore, chi conosce la Philharmonie di Berlino sa cosa intendo. Vederlo muoveri a malapena, le mani intorpidite, ma sempre autorevoli benchè il gesto fosse ridotto al minmo, la richiesta con mani e sguardo all’orchestra, coro e solisti delle dinamiche e il suono che ne scaturiva mi han commosso come mai prima e soprattutto dopo mi è capitato. Davvero un gigante della Musica, checchè ne dicano i vari soloni, filologi e menate varie che ammorbano il nostro ormai decadente mondo musicale.

  3. Karajan è il direttore che, di gran lunga, amo di più. Eccelso nel repertorio romantico, inarrivabile in quello tardo-romantico. Numerosi i titoli operistici che grazie al suo magistero interpretativo hanno rivelato prospettive inaudite, da Wagner a Strauss e Puccini. Amo anche molte sue interpretazioni discusse per la scelta delle voci. Solo per fare un esempio: ascoltai la sua Tosca con Carreras e la Ricciarelli più per dovere “completista” che per reale vocazione: le perplessità sugli interpreti in quella fase della loro carriera rimasero, ma non furono sufficienti a cancellare un’impressione di reale sconvolgimento, di profonda ammirazione per una direzione di una genialità e un’originalità senza pari. Sono tra coloro che ammirano incondizionatamente il “suono” di Karajan ma so che c’è chi non sempre ha approvato: pazienza. Ma non si trattava solo di “suono”: Karajan era un meraviglioso narratore, creatore d’atmosfere, sceneggiatore sonoro. Nell’immaginario collettivo è stato senza dubbio “il” direttore per antonomasia della seconda metà del ‘900. Non senza ragione.

  4. Tra le cose grandissime che ci si dimentica di ricordare: l’Ariadne di Strauss.
    Aggiungo poi i rimasugli del Ring del 1951 a Bayreuth: un Rheingold e un Siegfried integrali, in cui già si vede tutto il lavoro che farà su Wagner nei 15 anni successivi. Il Karajan anni Cinquanta, più che sui colori orchestrali come quello successivo, imperniava il suo virtuosismo soprattutto sulla componente ritmica.

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