Maometto II a Pesaro

La terza opera del festival è Maometto II, che ebbe anche una certa circolazione durante la Rossini renaissance, complici i soliti cantanti americani, Ramey, Horne, Merritt e Anderson..Oggi possiamo anche dire che alcuni cantanti rossiniani mancarono l’appuntamento del Maometto II.
Oggi Michele Pertusi è ritornato per la seconda volta a Maometto, in compagnia di Francesco Meli, Erisso, Daniela Barcellona, Calbo e la giovane e sconosciuta, prodotto della Accademia rossiniana, Marina Rebeka quale Anna. A distanza di ventun’anni, forse anche per i rapporti con l’orchestra, il maestro Gustav Kuhn, già fallimentare bacchetta della prima produzione pesarese di Ermione, che ha saputo bissare la scadente prova di allora.
In sintesi circa i cantanti vi diciamo che la serata è stata dominata dagli uomini. In particolare dalla freschezza e dall’idoneità al ruolo di Francesco Meli, capace di accentare con esattezza e di eseguire bene la coloratura; dal mestiere e dalla professionalità sapiente di Pertusi, che, sebbene appesantito, ha cantato con stile e senso rossiniano del canto e del personaggio.
Le donne, invece, sono state, come prevedibile, il punto debole della serata, una per decozione e consunzione dei mezzi, mai sorretti da vera tecnica di canto; l’altra per inadeguatezza di partenza, in voce, tecnica, esperienza professionale del canto. Un vero azzardo collocare su Anna Erisso una cantante così estranea a questo ruolo monumentale, che è stata regolarmente al di sotto di quanto esso richieda. Una giovane poco più che debuttante, sopranino leggero carente nell’esecuzione della coloratura, in difficoltà negli acuti anche a causa del peso della parte, buttata allo sbaraglio su un ruolo della primadonna tragica per definizione, la Colbran. Un vero coerente omaggio del festival alla vocalità tanto decantata della prima moglie e musa di Rossini!


I dettagli
La breve introduzione ha dato subito modo di capire quale bacchetta “pestona” sia G. Kuhn, che scambia il clangore per senso tragico. Il coro successivo, che dovrebbe introdurre al clima della tragedia imminente è diretta, ovviamente !, in modo velocissimo e meccanico.
Francesco Meli attacca bene e con facilità il suo recitativo, voce bella, sonora, dizione chiarissima e accento giusto per il personaggio. E così resta sino alla fine dell’opera, fatto salvo il suo solito modo di cantare con le a apertissime, per nulla utili né gradevoli da udire. Replica un Coldumiero, dalla vocina anche educata, ma che pasticcia la coloratura. Quando poi tocca a Daniela Barcellona si stenta a riconoscere un contralto all’altezza di ricoprire da anni i title role en travestì ad un festival Rossiniano. Il legato è compromesso quasi del tutto, non regge i salti della scrittura, che risolve di puro petto sotto e con voce fissa e dura in alto. Peccato che Meli si strozzi alla puntatura in chiusa.
Il successivo Giuramento è diretto in modo marziale e monotono da Kuhn: Meli regge bene e stupisce perché anche l’esecuzione della coloratura è buona e non sbaglia, stavolta, la puntatura in chiusa.

La cavatina di Anna è più che sufficiente a guardare le carte in mano alla signorina Rebeka. Vocina da soubrettina neoliberty, coloratura tedeschissimamente aspirata e scarse capacità di darle senso, mai eseguendola di forza; scarsa estensione in alto e assenza del giusto peso specifico che la parte, abbastanza centrale, richiederebbe. La cavatina, che meriterebbe qualche intervento ad personam del soprano, è eseguita praticamene letterale, senza inserimenti in seconda strofa. La coloratura, che qui consiste in una serie di tre terzine seguita tre sestine su “ondeggia il cor” è ridotta all’esecuzione pasticciata di quest’ultime.
Al successivo terzetto, che di peso tragico comincia a richiederne chiaramente, la Rebeka pare davvero pigolante nel rispondere all’Erisso di Meli, che domina lei e il Calbo della Barcellona, che canta con un “buco” al centro evidentissimo. Al racconto di Anna che si confessa al padre fa seguito un replica troppo agitata e verista del tenore, che si fa prendere la mano, mentre il soprano procede con un accento tanto aulico da sembrare Nannetta più che un soprano Colbran. Kunh non li aiuta certo, rumoreggiando orrendamente nella buca, mentre la povera Rebeka frana per impossibilità di accentare ed eseguire senza aspirare la coloratura in “Conquisa ho l’alma”. Un po’ tanto al chilo anche la coloratura di Meli, ma nulla a confronto del canto durissimo di Calbo, una vera catastrofe qui, pure nel canto d’agilità, che dovrebbe essere il suo terreno d’elezione. Terribile la sua cadenza in chiusa di scena.

Un’altra brutta scena corale femminile, davvero mal diretta, introduce alla grande scena della preghiera di Anna. L’esecuzione scolastica, imprecisa ( le acciaccature spazzate via, le sestine spiaccicate, le forcelle ignorate, maluccio i mezzi trilli aggiunti in seconda strofa ) non sono state sorrette dall’orchestra, troppo veloce per creare qualsiasi atmosfera, complici anche le puntature bruttine inserite nella ripetizione. Una delusione per una pagina che potrebbe anche essere risolta di puro timbro.
All’allegro successivo Meli canta bene, accenta correttamente, esegue bene anche le quartine di “dover m’invita”, sebbene resti un po’ pesante sulle frasi “la patria non sarà” e si strozza un po’ nell’acuto in chiusa, mentre la Rebeka non riesce a replicargli con giusto accento, dando al pezzo un carattere che è più che altro da….mezzo carattere!
Si arriva al grandioso terzetto Calbo Anna Erisso.L’ingresso di Calbo, “Mira signor quel pianto”, è spettrale, duro l‘attacco, privo di legato, con la voce in sofferenza nel centro, dove la voce non c’è più. Il tempo sostenuto aiuta la Barcellona, che si sente però poco alle sestine di “cor pietà ”.
Successivamente Meli canta con eccesso di irruenza “ Ah corri a piè dell’ara”, mentre la Rebeka, anche lei in affanno, replica pure stonacchiata, “ Dicesti assai l’intendo” ma…l’effetto è quello di Adina, che replica ai tentativi di seduzione di Belcore, e per non parlare del da capo, dove sfocia davvero nell’accento da operetta. Kuhn, da par suo, li segue con una vera bandaccia.

L’ingresso di Maometto introduce una voce, certo senescente, ma…una voce vera, almeno alla radio. Si sentono chiaramente certe oscillazioni e la coloratura è appesantita. L’accento è giusto sebbene l’aria venga cantata tutta forte, con esperti accomodamenti qua e là. E’ chiaro che Pertusi è acciaccato, che soffra di senescenza e gli anni ( di carriera ) si facciano sentire. Ma l’esperienza e il professionismo saldissimo gli consentono di gestire la serata e, soprattutto, di essere Maometto, a cominciare dai recitativi. La cabaletta, “Duce di tanti eroi” è staccata con un tempo abbastanza comodo: la coloratura non è precisissima, mentre la radio restituisce una zona alta della voce facilissima e saldissima. Nel da capo, infatti, punta in alto nelle variazioni e spiana un po’ la scrittura.Nel successivo recitativo sia Meli che Pertusi sono vari ed eloquenti., ed è un vero peccato che Meli non copra a dovere i suoni in zona di passaggio.

Nel terzetto successivo Pertusi è in difficoltà per l’alta scrittura delle quartine. Nulla davanti alla voce dura e vuota al centro della Barcellona , che qui canta da mezzo acuto, quale non è.
Gli uomini “tirano “ il terzetto e questa sarà la caratteristica di tutti gli assieme della serata.

Finale Primo
L’ingresso della Rebeka è al limite del ridicolo per il timbro infantile e bianco e l’assenza di accento; Meli al “ qual colpo è questo” eccede in accessi veristi e la scrittura in zona alta lo costringe a parecchi falsetti, mentre la signora Barcellona è dura e stonata.
L’idea che si tratti di un brano tragico, nel senso classico del termine è affidata alle voci maschil anche perché le sestine che chiudono l’adagio affidate ad Anna Erisso come le esegue la Rebeka sono da pulcin e non da tragedienne.
La stretta del concertato mette in difficoltà per l’ esecuzione della coloratura le voci maschili, nulla confronto ad un soprano senza il peso il colore e l’accento della parte ed a un contralto di fatto afona.
Lo strilletto di Marina Rebeka in chiusa è esemplare della imperizia tecnica di una cantante con colore e peso da soprano di coloratura e senza la principale caratteristica della categorie i sovracuti.

Il secondo atto apre con lo sgraziatissimo coro delle donne turche accompagnato da un’orchestra che potrebbe essere ben confusa con la banda.
Nel recitativo la Rebeka è forzata e sgraziata. All’attacco dell’andante “ Anna tu piangi” che di fatto è l’incipit di un duetto d’amore la voce di Pertusi è poco fluida e la Rebeka assolutamente insignificante nel rifiuto delle profferte d’amore. L’esecuzione della coloratura di “il cor mi scoppia” da parte di Anna è scolastica e l’accento è, come per tutta la serata da opera di mezzo carattere. “Lieta innocente un giorno” va un po’ meglio all’attacco, poi le frasi di scrittura bassa che dovrebbero connotare l’intimo dramma di Anna naufragano. Alla stretta del duetto Anna dovrebbe esibire un canto di maggior vigore e Maometto maggior fluidità. Per giunta la Rebeka nel tentativo di avere volume e vigore drammatico apre i suoni.
Detta fuor di metafora sarebbero ben più adatti al duetto Adina – Dulcamara.

Aria di Maometto.
L’aria non doveva essere considerata da Rossini un capolavoro perché sparì nel passaggio da Maometto ad Assedio. Venne sostituita dal grandioso finale secondo dell’Assedio, che è un capolavoro. Inoltre è molto difficile e, credo, pochi cantanti dopo Filippo Galli sarebbero sati in grado di reggerla. Pertusi è in difficoltà alla quartine di “miei guerrieri” il fa acuto di “viltà “ è appena toccato e fatica nel moto discendente delle “spade al lampo”
Quando nella ripresa interna esegue varianti sono facili e anche gli acuti. Il problema è che la voce suona stimbrata e opaca negli acuti. Pertusi gestisce l’accento rossiniano meglio di tutti i compagni di viaggio, ma in Rossini l’emissione di suoni non morbidi e timbrati lede la resa del personaggio.
In più dalla buca ben poco aiuto con una marcetta per nulla marziale, ma paesana.
La Rebeka, chiamata ai pertichini mostra voce ed accento da autentica, comprimaria.
Emette, poi qui come alla chiusa del duetto con Maometto, un si nat duro e bianchiccio. Ripeto la perplessità proposta con riferimento alla chiusa del concertato atto primo.

Aria di Calbo.
L’introduzione ricorda un’altra grande scena di tomba rossiniana, ossia quella di Arsace che scende nei sotterranei del tempio. Un’introduzione affrettata e sbrigativa, anche se l’oboe solista suona bene, toglie l’aspetto notturno e misterioso .
Meli esibisce i soliti difetti dal do centrale in su; se cerca di cantare piano emetti falsetti, però il timbro per natura è bello e svetta nella frase “tenera sposa” in tempo di andante. Gli replica la voce sgraziata di Daniela Barcellona alle prese con un momento solistico fra i più complessi di Rossini per il continuo chiamare in causa le zone estreme della voce, ossia quelle più disastrate della cantante a soli dieci anni dal debutto, come i premurosi cronisti della radio hanno ricordato.
In fondo si potrebbe anche smettere qua, se non fosse che tutti gli ascoltatori dell’Adriatica Arena, abbiamo gridato al miracolo, applaudito dopo una esecuzione che del canto rossiniano è la negazione. E dell’assunto credo di averne prove oggettive.
Nel dettaglio: attacco con voce dura e fibrosa (la voce di chi non canta in maschera) ai salti di “non fu mai” grida in alto suoni afoni in basso; prese di fiato abusive dopo la volata di “la tua pace”; l’ultima serie di volate “ non comprar con la viltà” è palesemente semplificata come pure la cadenza. Che la cantante non sia idonea alla parte non ci vuole molto a capirlo, che necessiti di aggiusti è lecito o lo sarebbe se almeno la signora mostrasse una tecnica acconcia, ma è assolutamente antirossiniano davanti ad una coloratura che a ciascuna ripetizione si infittisce ridurre e semplificare le ultime ripetizioni.
Arrivate la quartine di “bella fedeltà” o le pasticcia o le semplifica o le arronza. Omessa la cadenza sul punto coronato del sol grave di “fedeltà”. La cabaletta che insiste nelle zone estreme è coronata da note basse stimbrate, talvolta stonate e urlate e bianche a partire dal fa acuto.
Arrivato il da capo la prima sezione “e d’un trono alla speranza” sembra quasi un’omofonia, alla chiusa quando si dovrebbe dar fuoco alle polveri per la progressione drammatica, che la vocalità deve esemplificare compaiono urla in luogo di acuti e, supremo antirossinismo, le code sono eseguite alla lettera. Di cadenza o acuto in chiusa neppure l’ombra tanto esausta è la cantante.

Terzetto “ in questi estremi istanti”
Siccome lo attacca Calbo, i vizi e difetti della signora Barcellona sono in vetrina a solo titolo di esempio quando sulla parola “affanno” compare un fa è duro e opaco, quanto alla ripetizione si tocca il sol un grido. E siamo davanti a tre persone, consce della morte imminente e che rivolgono l’ultima preghiera che impone nell’estetica classica suoni dolci, morbidi, raccolti. Scusate, basta sentire l’orchestra!

Grande scena di Anna Erisso e finale
Siccome sino a questo momento donna Isabella aveva cantato due ariette ed assiemi, il finale doveva essere suo e Rossini predispose una scena di ampiezza tale da avere pochi confronti nella proprio catalogo. Forse Ermione, per certo Armida e, parte non Colbran Falliero incatenato.
A questo momento la Rebeka arriva sprovvista delle doti naturali e tecniche per eseguirla e stanca dalla serata. Sin dal recitativo si percepisce il fuori ruolo vistoso della protagonista, che tuba artificiosamente la voce nell’illusione di dare una sostanza che non c’è. Anche il coretto di dame che l’accompagna non l’aiuta, privato come è dalla bacchetta di ogni vigore drammatico. La coloratura ha un significato tragico come raramente Rossini ha scritto per un soprano. Le riescono le terzine discendenti di “Ai codardi serba”, ma subito dopo alle frasi “ dell’unica mia speme”…”non mi resta” et consimilia si mangia tutti i trilli scritti ( salvi forse quelli su “l’iniquo affetto” ). Il terribile “Si ferite il chieggo il merto”, che la storia del canto, ironia della sorte, ci ha consegnato in una impareggiabile esecuzione proprio da parte di una voce che soprano Cobran non era per nulla, ossia Beverly Sills, ( a provare che si può barare e simulare accento e vigore drammatico solo se si è dei mostri di tecnica e di intelligenza ), è uno scoglio davvero troppo grande per la giovane russa. Le urla arrivano puntali, sin dalle prime battute, e la coloratura, sebbene eseguita con una certa precisione, c’entra poco o nulla con l’isteria tragica ed estrema del momento: le agilità aspirate, un po’ gogogogogo, non consentono di rendere quello che Rossini esige. Maestro e soprano scelgono poi un tempo veloce che sorregge le poche energie rimaste alla ragazza nel “Madre a te che nell’empireo”, introdotto da un flauto celerissimo in un clima che nemmeno qui è quello che ci si aspetta. L’aria, tra il bucolico e l’agreste ,esce come una bella….canzone, cantata da una vocina querula, stanca, con le sestine scritte da Rossini eseguite alla comeposso. E così, tra lo sfinito suicidio di Anna e le brutte ultime battute del Maometto di Pertusi, la tragedia vocale di questo serata si chiude.

Gli ascolti

Rossini – Maometto II

Atto I

Ohimé! qual fulmine!…Conquisa l’animaJune Anderson, Chris Merritt & Marilyn Horne

Atto II

Non temer, d’un basso affettoMarilyn Horne
Quella morte che s’avanza…Sì, ferite : il chieggo, il merto…Madre, a te che sull’Empireo June Anderson

10 pensieri su “Maometto II a Pesaro

  1. Buongiorno.
    ho letto le vostre recensioni pesaresi. ho assistito alla tre recite e debbo dire che, per una volta, siete un pelo troppo severi. con roberto abbado per l’ermione che, secondo me, ha diretto molto bene un’opera fra le più complesse di rossini. e con la signorina rebeka del maometto che, in verità, era piuttosto bravina, se si considera (i) la difficoltà della parte e (ii) la sua inesperienza. è vero, le agilità sono un po’ pasticciate (ma non poi così tanto), i gravi suonano poveri (ma chi li ha oggi ?) ed il volume non è rilevante (lo si notava in sala); tuttavia, canta piuttosto bene, sale con facilità e correttezza e la voce è ben emessa. abbastanza per sperare in qualche cosa di buono per il futuro. per il resto, avete ragione. la barcellona non era al livello del bianca e falliero di tre anno fa, ma ormai è del tutto sfiatata, mentre pertusi, con l’aiuto della scena, figura molto meno senescente di quanto possa – penso – apparire in radio. La tragedia però era kuhn: pesante e slentato oltre l’accettabile.
    e, per tornare all’ermione, un’altra cosa va segnalata: la Ganassi, oltre ai limiti vocali segnalati, malgrado si impegni a fondo con la recitazione, manca di un’altra componente, fondamentale per una cantante che vorrebbe essere diva e che affronta una simile parte: il carisma scenico, assolutamente nullo.
    cordiali saluti a tutti.
    emanuele

  2. Ciao Emanuele.
    Circa Marina Rebeka, di cui riparleremo prestissimo in un altro post ( la recensione di fatto non è una recensione bensì un elenco di mende, ma poi chiariremo il perchè di questa formula..) semplicemente è inadatta per sua natura vocale al ruolo.
    Questo è un genere di soprano, per timbro e peso specifico, che è impossbilitato a dar vita ad Anna Erisso come a tutti i personaggi Colbran, o di grande tragica del belcanto. L’esecuzione cempennata delle agilità peggiora le cose nella prestazione, ma anche una perfetta esecuzione delle stesse non avrebbe fatto dimenticare il suo completo fuor d’opera.
    Ci spiace per la ragazza, giovane e, credo, anche incoscente nell’accettare tale ruolo, soprattutto all’inizio della carriera.
    Se è possibile giustificarla per l’inesperienza, non ci fanno bella figura gli agenti che la consigliano ed i direttori artistici che la scritturano per un impegno che più che un’occasione pare uno dei tanti casi di moderno…usa e getta!
    a presto
    a presto

  3. caro emanuele,
    allora debbo aggiungere ai difetti della Ganassi quello di mancare di presenza scenica!!!
    Credo che le difficoltà vocali, donde i raggiusti evidenti, siano tali da non consentirle di pensare ad una recitazione confacente al personaggio tragico, al di lè dei limiti temperamentali.
    Non ho visto lo spettacolo, ma credo anche che lavori come Ermione, ma vale anche per Bolena o Borgia, richiedano, più che la recitazione, la presenza scenica e adeguati costumi. Cantanti statiche come la Sutherland, anche nella fase finale della carriera, riuscivano ad essere una presenza scenica ed un personaggio, anche con pochi gesti, ma adeguati costumi.
    Con riferimento alla direzione di Abbado sto riascoltando la registrazione. Credo che in generale l’idea degli odierni direttori, alla prese con il genere tragico pre verdiano, sia quella di fragori e clangori e di poco rispetto del canto e delle esigenze del canto.

  4. Cara Giulia Grisi,
    sono d’accordo sul fatto che la vocalità della rebecca non si addice a ermione. ma d’altro canto, chi negli anni passati ha saputo rendere appieno le scritture vocali cucite sulle vocalità di una colbran o di una pasta ? non faccio parte della folta schiera degli orfani della callas, ma è pur vero che è stata l’unica ad offrire un quadro completo della questione. poi altre hanno saputo raffigurare vocalmente in modo credibile questi personaggi, ma sono stati pochi. ciò che mi premeva sottolineare è che la rebecca è, tutto sommato, una buona cantante: con una tecnica sana, un canto gradevole e ben lungi dalle forzature che si debbono udire nei migliori teatri. cosa che, secondo me, merita comunque di essere sottolineata.
    e per la ganassi, ebbene sì. un difetto in più, reso ancor più grave che ce la mette davvero tutta per recitare in modo convincente…. mi fa pensare (come recitazione) un po’ alla gasdia. senza entrare sui meriti (o demeriti) vocali di quest’ultima, ricordo però che, in scena, qualche cosa riuscita a suscitare….
    cari saluti a tutti.
    emanuele

  5. Beh emanuele, ci sono tanti “pesi” sopranili intermedi tra una Callas ed una Rebeka, no?
    Come qualità meramente vocale una Anderson aveva una voce di ben altra caratura specifica, ma anche una voce meno dotata come la Cuberli, bravissima a cantare sul centro, aveva ben altro peso ed accento.
    La Rebeka è una voce che può avvicinare il Rossini delle farse per sua natura, oppure le parti assolute.
    Quello che vorrei capire, per dire se questa ragazza sia davvero un buon soprano, è la sua capacità di cantare in alto, là dove per sua natura dovrebbe stare. La zona acuta della voce l’altra sera mica era bella per radio, urlacchiava spesso. Allora, possiamo ammettere che la parte bassa l’abbia messa in difficoltà ( quelle diffcolà in cui i leggeri di gran tecnica come la Devia non incappano anche quando sono costretti a cantare in basso tutta la sera ), ma…i dubbi mi restano. E penso a quel video della Folleville di Accademia dell’anno scorso,dove proprio in alto gli strilli si sentivano benissimo nella cabaletta.

    Vedremo se la fanciulla troverà modo di sistemarsi o di presentarsi in ruoli giusti con il regitro acuto in ordine.
    a presto

  6. Scusate. Sono Marco. Leggo ora i commenti.
    Ho ascoltato le opere alla radio e viste nelle terze repliche. Molto d’accordo sulla Rebeka e su Siragusa. La prima era fuori peso, nella davvero brutta scena iniziale al secondo atto (sembrava una recita polverosa di magazzino di una antica Italiana in Algeri) non era udibile tanto pigolava. Unico segno di vita alla fine della grande scena: la coloratura era per una volta significativa. Stupisce che sia giunta alla fine della recita. Siragusa non è un tenore da opera seria, o meglio deve avere parti che attraverso lo sfoggio della sezione acuta ne facciano emergere lo spessore. Lo avevo udito a Pesaro come Norfolk e lo trovai molto a posto, superiore per tenuta e sicurezza. Incredibile dictu l’aria del secondo atto dell’Elisabetta è la cosa migliore che gli abbia sentito, perché il suo Elvino (Padova, dicembre 2006) non aveva sale (Prendi l’anel ti dono era buttato via…) e il don Ramiro di Genova m’era sembrato una brutta battuta d’arresto nel percorso rossiniano. Taccio della Petite Messe Solennelle. Era evidente nella scena del secondo atto dove narra l’assasinio di Pirro che la voce non ha peso al centro. Era quasi imbarazzante udire parole di morte e un timbro così bianco e anodino. La regia m’è parsa illuminante, raggelante perfino. Un macchina espressionista. Convengo sui limiti della Ganassi. Ricordava nell’aspetto certe foto della Bork come Medea a Berlino o la Modl come Ortrud. Ma sinceramente era conseguente. Espressionista più che verista, quindi in accordo tra voce e messa in scena. Secondo me era più coerente la Ganassi con tutti i suoi tanti limiti (mai una coloratura a posto, tutto forte, tutto spinto) dalal Caballè: ho visto un paio di volte il video della generale di Pesaro 1987 e davvero non vi capii nulla, e sinceramente pure la Horne era fuori parte. La Pizzolato ha la voce spaccata a mezzo e la coloratura non sa articolarla (già nel Tancredi non l’emetteva…2004!!!), ma certo meglio qui che nel’Italiana (lì era afona, la cavatina dela primo atto era tutta spianata e senza timbro). E mi ha detto il personaggio meglio e con più coerenza della Horne.
    Qui però sta la riflessione: Maometto non cade per la Barcellona (inutile dirlo che non appoggia i suoni, è dalla Ifigenia alla Scala che sembra aver perso l’uso dl diaframma, l’Orfeo di napoli era un disastro con riprese di fiato irregolari e conseguente intonazione precaria e ingolata), ma per la pessima e incoerente regia. Mi ripeto ma il baratro era l’inizio del secondo atto. Il coretto muliebre era uno scempio visivo. Il povero Pertusi viaggiava oppresso da abiti inguardabili e non sapeva come muoversi. Ma le prove di scena sono state fatte? Nessuno si è accorto della pochezza del tutto? Ermione – bisogna essere sinceri- è di altra qualità. Vede a Max Reihnard a rischio e pericolo della comprensibilità del manufatto, ma c’è una logica e soprattutto la macchina scenica semplifica e asciuga. La Ganassi non è soprano Colbran – e non ci sono dubbi, come non si dubita che anche Rossini le sia largo, essendo anche Angelina ormai fuori portata tanto l’usura si fa ampia- ma nella lettura espressionistica della parte è coerente e in questo lo spettacolo secondo me è davvero formidabile. Con tutti i rischi del caso. Ma qui i reggitori del Rof per una volta hanno avuto coraggio e secondo me tra tante ombre un aspetto molto positivo c’è. Ermione ha avuto senso a teatro. Che poi la vocalità sia perduta, questo è un problema che Pesaro condivide credo con molte altre piazze.
    Scusate la lunghezza di intervento

  7. Grazie mille per l’articolato intervento, Marco.

    Ho solo una domanda: che cosa, nel testo e soprattutto nella musica di Ermione, giustifica e legittima un approccio “espressionistica” (temperie culturale sorta ben dopo la morte di Rossini), quale tu definisci quello della signora Ganassi? Inoltre – sarà un mio limite – non mi risultano memorabili cimenti rossiniani né da parte della Borkh, né da parte della Mödl.

    Il parallelo Pizzolato-Horne mi lascia molto perplesso, anche perché la prima è (dovrebbe essere?) una stella nascente del canto, l’altro era una grande cantante a fine carriera. E spartito alla mano la più varia, la più incisiva, la più spericolata in aggiunte e variazioni, insomma la più… rossiniana è l’americana.

  8. Non avrei mai immaginato risposta più celere!!
    Rispondo ai due punti posti:
    – quando ragiono sulla lettura espressionistica noto una lettura teatrale alla quale la Ganassi più degli altri compagni di …sventura?…s’è adeguata. Ermione non è opera espressionistica e l’estetica che la informa è crogiolo ben diverso dallo stile Jugend. Ma nella mente del regista quella lettura è l’unica che possa dare fiato alla forza teatrale di Ermione. Il regista ha visualizzato nella cifra di Max Reinhard il campo di azione della tragedia, costruendovi scena e costume. Ora gli interpreti in quel seno agiscono e si sono cimentati in un testo la cui scrittura è loro ostile per tutti i motivi ricordati. A Siragusa è ostile perché mette sotto udito l’impianto anodino della costruzione vocale di cui si è (???) dotato. La Pizzolato è impari al ruolo Pisaroni. Kunde non è a casa sua con ruoli Nozzari (se è per quello solo Merrit e nella prima fase Ford uscirono vincitori, pagando dazio il primo con lo svuotamento della natura contraltina della voce e con una devastante crisi vocale, il secondo con lo svuotamento tout court della voce, ora legnosissima e priva del colore che riempì ad esempio il Teatro Rossini in Otello dieci anni fa) e fa quel che può con professionalità e coraggio. Il ruolo sta largo. Della Ganassi si è detto. Ma appunto pur compromessa da tanti limiti, che anche solo nel 1998 avrebbero fatto tremare di ululato e di improperi gli spalti del Rof, non si è trovato uno solo alla terza recita che non abbia invocato il bis alla fine della Grande scena. Perché? Perché la Ganassi si è adeguata. Come gli altri compagni di scena ha creduto con il regista e con lo stesso direttore in una lettura di Ermione che infedele è e che mette in mostra le magagne musicali di ciascuno. Ma tale lettura è teatralmente coerente. Dice cosa e quale sia il dramma di Ermione, esacerba lo strazio di Andromaca (Finale primo: Astianatte è sollevato dalla buca ed esposto nudo al pugnale di Ermione … un fremito anche di paura ha percorso la sala e il gesto di Pirro era vera liberazione…). Amplifica la follia di Oreste, adolescente turbato che veste (ahinoi!!) la divisa. Ecco allora credibile (oh gioia) l’arrivo dei compagni a togliere dallo spazio pubblico un pericoloso folle che solo per lignaggio evita sorte barbara. Quella di Pirro è una morte degna di tiranno, esposto cadavere alla folle Ermione. Ecco perchè lo spettacolo è davvero un’epifania di Ermione. La tragedia di Ermione ha senso, vive. Nel 1987 visse nello spettacolo di Job?
    – Ripeto che conosco solo le immagini, non lo vidi in sala. E per ciò che ho visto e udito attraverso lo schermo devo dire di no. L’acrobatismo vocale del mio eroe di adolescente Blake non mi disse tante cose quante l’insopportabile Siragusa. La realizzazione di Merrit, solida e quella si nozzariana, non mi diceva nell’ aria la fatua incostanza di Pirro. Diceva – e in tanti se lo ricordano, pensiamoci – la grassezza della Señora di Barcellona. Voci più adeguate nel 1987, messa in scena in stile. Ma disse la tragedia? Per me no. La Ganassi taglia le cadenze elaborate, abbaia perfino. Ma “avanzo di Troia” non era quella cosa che il televisore mi restituì detto dalla Señora di Barcellona.
    – Capitolo Pizzolato: prosegue il discorso di prima. La Horne era in fine carriera, ma era forbitissima. Appunto varia nei colori etc. Ci disse qualcosa di Andromaca? No. Disse come deve cantare una cantante rossiniana, ma allora non disse chi fosse la rivale di Ermione. Credo che il problema della ricezione di Ermione sia un paradigma Horne. Ha senso filare gli attacchi delle strofe intermedie di “Per lui che adoro”? Assolutamente si, attraverso quel filato vive l’identità erotica di Isabella. Ha senso il colore rosso bruno e il canto di sbalzo nel grave della Valentini in “Pensa alla patria” e l’indefesso lavoro di pronuncia? Si, perché altrimenti non emerge il coturno di Isabella. Ma in Ermione credo non basti e quando si fa così non si sia che a metà del cimento. Credo che qui sia il problema. A far vivere la musica di Ermione credo serva il teatro, e qui perché vivesse si è sorvolato sulla bellezza e giustezza canoviana. E’ un errore, ma credo che ai conduttori dell’impresa interessasse più far vivere il teatro. E’ una scelta che qui si è vista e volenti o nolenti ha sortito l’esito di dirci Ermione. Maometto II ha in compenso meno problemi (in quanto a precisione calligrafica la Rebeca è più pertinente della Ganassi per esempio), ma non ha uno straccio di lettura! E come si pretende che il diafano centro di Pertusi (altro mio eroe di adolescenza e prima gioventù…e ha solo 8 anni più di me…tempo corre) possa dire l’aria dopo il duetto con Anna del Secondo atto se la regia è quella cosa presa in prestito da una Italiana in Algeri da carro di Tespi e in buca c’è un antico e smontato emulo di Karajan senza idee? Una cosa: il giorno prima della recita con mio padre siamo scesi nella cantina di Casa Rossini. Si dava il video del Maometto stagione 1993 (Pertusi, Vargas, Gasdia, Scalchi). Lascio stare Pertusi (più giovane e più in fiato). La Gasdia mi interessa: la voce è più brutta di quella della Rebeca, ha più problemi, eppure è Anna Erisso. Crede in quel che canta (e allora era vietato nella nuova Collina Sacra uscire dalle regole dell’estetica della Belcanto – renaissance ed ecco scale, cadenzine etc.) e ne esce un Personaggio. L’intera scena finale è una immolazione secondo le regole della tragedia e del belcanto perché qui la cantante ha creduto che quella fosse la linea per far arrivare quella declinazione dell’atmosfera morale del Maometto.
    – Spero di aver chiarito.
    – Gianmarco

  9. No, solo scelta da teatro di prosa. Forse non siete frequentatori del teatro, e capisco le vostre remore. Io trovo invece conferme alle tendenze che vedo nella prosa. Faccio un esempio: nel 1995 lo Stabile dell’Umbria mise in scena una edizione fantastica della Trilogia della villeggiatura di Goldoni. Ebbene nessuno di quegli attori si poteva definire goldoniano e la stessa grammatica tradizionale se ne usciva davvero disarcionata, passi fondamentali del Ritorno dalla villeggiatura erano tagliati (tra cui il dialogo tra zio nipote che in storia del teatro passa per la mutazione in negativo del vecchio Pantalone della Commedia dell’arte). Eppure è una edizione che dice il teatro di Goldoni meglio di tante altre grammaticalmente più severe e consone. Solo quella di Vacis del Teatro di Settimo Torinese (anch’essa grammaticalmente non ortodossa, ma non come quella di Perugia) è superiore, ma di pochissimo.
    Tornando a Pesaro credo che sia una scelta. Consapevole. Passati i fasti delle voci e delle bacchette supreme (parafraso Mariotti nel dvd in memoriam della Valentini) si è arrivati alle messe in scena che devono tener in piedi i titoli. La Pietra del Paragone gira i teatri grazie alle voci? No: gira per la messa in scena di Pizzi e quella antitetica di Barberio Corsetti. In fondo è la stessa cosa alla Sacra Collina e a Salisburgo. Maometto che ha voci migliori (giusto un’oncia) cade a causa di una messa in scena insulsa che andrà in Giappone dove è meglio essere calligrafici e dove si porta il carro di Tespi, mentre nei Teatri Europei (abbondanza di maiuscole prego!!! Tanto per fare i provinciali italioti come tutti i reggitori dei teatri nostrani) girerà Ermione con tutte le contraddizioni del caso. E’ una scelta. e come tutte le scelte è peregrina finché non si riveli palesemente e insostenibilmente falsa. E per essere falsificata ci vogliono le voci che credano allo spartito e a una estetica. Un esempio di naufragio totale? Turco in Italia del ROF 2007: un disastro, senza se e senza ma. Se non ci sono cantanti e le voci non sanno eseguire concertati e sono palesemente fuori parte per colpa loro e del regista e del direttore che per primi non credono in ciò che stanno facendo, possono farmi vedere anche straordinarie macchine sceniche, ma del Turco mi resta polvere.
    Una preghiera: dedicate spazio per cortesia all’analisi delle arie da concerto? Mi piacerebbe un confronto fra le letture di pezzi come “Ah! Perfido!”, “Che io mi scordi di te?” “In questa tomba oscura” o “Berenice, che fai?”. Palestre di musica vocale e di interpretazione. Grazie.

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