Il baritono donizettiano

È negli anni Venti dell’Ottocento che inizia a delinearsi una nuova tipologia vocale, quella del baritono, a metà strada il basso cantante e il baritenore. E sono le opere di Gaetano Donizetti a proporre gli esempi più autorevoli e anzi gli autentici pilastri della voce emergente. Certo l’immensa popolarità, in vita e post mortem, dell’autore bergamasco favorì l’incontro con i più grandi cantanti della sua epoca, ma si può sostenere anche il contrario, cioè che furono i grandi, grandissimi baritoni (che erano poi quasi sempre, almeno all’inizio, bassi-baritoni) a rendere vieppiù celebri le opere donizettiane.

In primo luogo Antonio Tamburini (scusate… l’immodestia!), incontrastato nella sua corda al Théâtre des Italiens dai primi anni Trenta e per quasi un decennio. Donizetti lo volle in ben otto prime assolute, ultima – ma non ultima – quella del Don Pasquale, che Tamburini affrontò in condizioni vocali forse non freschissime (del resto aveva alle spalle 25 anni di carriera) ma ancora in pieno possesso delle doti di omogeneità, morbidezza, perfetta proiezione, precisione della coloratura e sovrano controllo dell’espressione che avevano caratterizzato la sua carriera. L’assolo del dottor Malatesta cantato da Giuseppe De Luca rende giustizia alla brillantezza della scrittura e alla fama dell’interprete cui era destinata.

A Tamburini succedette, aux Italiens, Giorgio Ronconi, per il quale Donizetti aveva già composto sette opere, dal Furioso all’isola di San Domingo alla Maria di Rohan. Privo della malia sottile di Tamburini (ma rispetto a lui maggiormente esteso in acuto), Ronconi sfoggiava fraseggio imperioso e grande temperamento scenico, che sfruttava al meglio in parti come quella di Nabucco (creata a Milano e ripresa a Parigi proprio al Teatro degli Italiani con immenso successo). Abbiamo scelto di proporre brani da due opere sensibilmente diverse fra loro, il semiserio Furioso e la tragica Rohan, accomunate dal tipo assegnato al baritono, quello del marito esasperato o addirittura reso pazzo dall’infedeltà coniugale (vera o presunta). Alla rabbia impotente dello sposo deluso si affianca, nei casi di Cardenio e del Duca di Chevreuse, il ricordo della felicità passata, e quindi gli accenti veementi e gli acuti svettanti convivono con una linea di canto nobile, sorvegliata, castigatissima.

Ed è nella cabaletta del Duca, registrata a 65 anni, che emerge la classe unica del Re dei baritoni, Mattia Battistini, che di questo repertorio appare come il dominatore assoluto e incontrastato, se non in termini di pura bellezza e potenza della dote naturale (i “rivali” che gli abbiamo scelto sono, in alcuni casi, temibili da questo punto di vista), di certo in grazia di omogeneità della gamma, controllo delle dinamiche e potenza dei fiati, precisione delle agilità, eleganza e pertinenza di fraseggio. Pochi, nella storia del disco, lo eguagliano come Alfonso XI di Castiglia, e nessuno nei panni del poeta soldato Camoëns. Ruoli che, come il Nottingham del Devereux, furono creati da Paul Barroilhet, il quale, a giudicare dagli spartiti donizettiani, doveva essere un virtuoso di prima grandezza.

La parte di Alfonso, lunga e acuta, richiede, oltre a un accento scultoreo e regale, una preparazione tecnica che permetta di eseguire trilli, smorzature e scale cromatiche non solo in modo impeccabile, ma con noncuranza, così da esprimere dapprima l’ebbrezza dell’amante, quindi i sospetti della gelosia e da ultimo l’ironia sprezzante del potente che medita la vendetta sotto la maschera della clemenza. A parte Battistini, segnaliamo l’abbandono struggente di Maurice Renaud, re della sprezzatura, Mariano Stabile, irresistibile per spavalderia in acuto e controllo della linea di canto, e l’eleganza misurata di Arthur Endrèze (sebbene viziato da qualche presa di fiato “abusiva”) e Mario Ancona (che meglio di tutti risolve la non agevole sincope alle parole “non vivrà che in te”).
Quanto all’aria del Don Sebastiano, quello che rende miracolosa l’esecuzione di Battistini è, ancora una volta, il perfetto controllo del fiato e le mille sfumature della linea di canto, capace di esprimere l’ardore e la commozione del personaggio. Accanto a Battistini, un gigante come Apollo Granforte appare monumentale ma anche vagamente monolitico, malgrado la bellezza di una voce rotonda quanto potente.

Un caso a parte, nel panorama dei baritoni donizettiani, è quello di Henri-Bernard Dabadie, grande interprete rossiniano (e primo Tell) che creò la parte del sergente nell’Elisir d’amore. E in effetti l’entrata di Belcore non può non richiamare quella di Dandini, non solo per il ritmo puntato della melodia ma per la quantità di virtuosismi che la voce deve sgranare onde restituire il fascino fatuo dell’azzimato militare, essendo la voce il principale, se non l’unico, strumento per ammaliare e conquistare il pubblico, almeno nel teatro d’opera che tale voglia davvero essere. A dispetto della registrazione che eufemisticamente potremmo definire non ben molto conservata, Giuseppe Taddei risponde appieno alle esigenze del personaggio, per la freschezza del timbro non meno che per la spavalda eleganza del fraseggio.

Abbiamo lasciato per ultimi i personaggi a più alta temperatura drammatica, vale a dire Belisario e Severo del Poliuto/Les Martyrs. La prima, parte scritta per Celestino Salvatori, è una delle più complesse del repertorio baritonale, non solo per l’insistenza sul registro centrale (ma con frequenti incursioni all’acuto) ma per la drammaticità della scrittura, che alterna, nel giro di poche battute, accenti accorati ed esplosioni di collera, sempre ovviamente da risolvere nell’ambito del canto (la precisazione dovrebbe essere superflua, ma così non è). Il che vale, ovviamente, anche per le altre grandi parti di questo poderoso dramma, che non per caso è nuovamente sparito dal repertorio dopo un periodo di rinnovata frequentazione. Quanto a Severo, la parte che a Napoli sarebbe stata cantata da Filippo Colini (dopo la morte dell’autore) all’Opéra di Parigi fu creata da Eugène Massol, che aveva iniziato la carriera come tenore. La saldezza in acuto non è però l’unica caratteristica necessaria alla definizione del personaggio del Proconsole, essendo altrettanto importante (se non di più), il controllo scrupoloso della linea di canto, la morbidezza del suono e la capacità di piegarlo senza sforzo (quantomeno… udibile!) all’imperiosità del recitativo come alle mille sfumature della tenerezza e del geloso furore.

Gli ascolti – Gaetano Donizetti

BelisarioQuando di sangue tintoGiuseppe Taddei & Umberto Grilli (1969)
Belisario Da chi son io traditoGiuseppe Taddei (con Leyla Gencer, Mirna Pecile, Umberto Grilli, Giovanni Antonini & Nicola Zaccaria) (1969)

Don PasqualeBella siccome un angelo Giuseppe De Luca (1905)

Dom Sébastien, Roi de PortugalO Lisbonne, o ma patrie Mattia Battistini (1906), Apollo Granforte (1925)

L’elisir d’amoreCome Paride vezzoso…Più tempo invan non perdere Giuseppe Taddei (con Rina Gigli, Anna Maria Borrelli & Beniamino Gigli) (1953)

La FavoriteLéonor! Viens, j’abandonne Mattia Battistini (1913), Riccardo Stracciari (1925), Titta Ruffo (1904), Maurice Renaud (1901)
La FavoriteDans ce palais règnent pour te séduire Sesto Bruscantini & Fiorenza Cossotto (1967)
La Favorite Pour tant d’amour ne soyez pas ingrate Arthur Endrèze (1932), Mario Ancona (1907), Mariano Stabile (1926), Umberto Urbano (1925), Piero Cappuccilli (1974), Renato Bruson (1973)

Il furioso all’isola di San DomingoRaggio d’amor parea Renato Bruson (1998)

Maria di RohanVoce fatal di morte Mattia Battistini (1921)

PoliutoDi tua beltade immagine Ettore Bastianini (1960)
Les MartyrsAmour de mon jeune age Renato Bruson (1975)

La presente puntata è dedicata al Signor A.

2 pensieri su “Il baritono donizettiano

  1. Complimenti vivissimi per l´analisi penetrante.Volevo solo aggiungere che in “Pour tant d´amour” Battistini,la cui esecuzione qui é assente,é l´unico che mette in evidenzia l´ipocrisia del personaggio in questa situazione,laddove tutti gli altri baritoni tendono al sentimentale,non comprendendo affatto il momento scenico.
    Poi un piccolo appunto:manca tra i nomi citati quello di Domenico Cosselli,creatore di due ruoli “oppressivi” come Azzo in “Parisina” ed Enrico in “Lucia di Lammermoor”
    Ciao da Stoccarda

  2. Caro Mozart, grazie! Siamo felici che il pezzo ti sia piaciuto. L’assenza di Battistini nel terzetto è dovuta al timore di… risultare monomaniaci!!! Ma credo non ci siano dubbi su chi sia l’autentico protagonista di questo rapido reportage sul baritono donizettiano. Cosselli non è certo l’unico degli illustri assenti (manca all’appello anche Felice Varesi, presente alla prima di Linda di Chamounix), ma ci pare che gli esempi scelti siano comunque indicativi di differenti tipi, vocali e scenici, nella stessa corda nascente.

    Saluti,
    AT

Lascia un commento