La Didone di Cavalli alla Scala

La prova del palcoscenico, ieri sera alla Scala di Milano, della Didone di Francesco Cavalli, ha dato conferma a tutti i dubbi precedentemente evidenziati (e riguardanti la fruizione e la percezione di tale genere di musica) e ha fornito nuove certezze (circa le modalità d’esecuzione). A costo di sembrare un volgare terricolo incolto, insensibile, ignorante e provinciale, voglio fare una premessa: l’ascolto ha evidenziato la lontananza di lavori come la Didone sia dalla nostra moderna sensibilità di spettatori, che dal teatro d’opera come lo si intende correntemente (almeno a partire da Haendel).
Una considerazione preliminare va dedicata alle condizioni in cui all’epoca erano rappresentati questi lavori: il pubblico non stava “zitto e buono” al suo posto in religioso silenzio, ma faceva tutt’altro. Si giustifica quindi così la monotona lunghezza (quasi 3 ore) e l’inserimento di episodi leggeri. Oggi appare evidente come non possa funzionare una macchina teatrale siffatta che altro non è che una lunga, lunghissima sequela di recitativo, talvolta inframezzata da pochi minuti di cantabili e qualche ripetitivo inserto strumentale. A ciò si aggiunga il fatto che mentre all’epoca la grandiosità e l’ingegnosità della macchina scenica (apparizioni di divinità, tempeste, sbarchi di navi, cortei, battaglie, incendi etc..) catturava l’immaginazione e l’attenzione del distratto spettatore, oggi le scene sono ridotte ad ambienti completamente vuoti (come lo spettacolo di ieri alla Scala), con nessuna suppellettile che rimandi al fasto e al lusso di una corte regale e con costumi che variano da uno stilizzatissimo “antico” al moderno abito da sera, senza quindi dare alcuna connotazione temporale alla vicenda. La musica poi evidenzia chiarissimamente i motivi per cui Cavalli è giustamente considerato un autore minore: la linea vocale è ripetitiva e monotona e salvo alcuni momenti (come il lamento di Cassandra o certi episodi dell’atto II) rivela una certa mancanza di ispirazione. Il confronto con il suo maestro Monteverdi è impietoso: tanto questi è più moderno e ricco, così Cavalli risulta stancamente legato ai rigidi dettami del recitar cantando. L’invenzione musicale di Orfeo o dell’Incoronazione di Poppea è introvabile nella Didone (e pare difficile credere che Cavalli abbia davvero collaborato con Monteverdi per la sua ultima opera) e così pure la ricchezza e la costruzione degli episodi. Date le premesse unico motivo di interesse in una riscoperta dell’autore – oltre alla mera funzione culturale – avrebbe dovuto trovarsi nell’esecuzione. Purtroppo ieri sera a Milano proprio l’esecuzione è stata la pietra tombale che, per quanto ci riguarda, ha riconsegnato Didone e Cavalli all’oblio. Innanzitutto l’orchestra, L’Europa Galante di Fabio Biondi: 15 elementi (direttore compreso, che svolgeva anche il ruolo di violino primo) in lotta con gli spazi della sala del Piermarini. Ovviamente su strumenti originali (o copie), con prevalenza dei fiati (fiati naturali certo, senza pistoni e con evidenti problemi di intonazione) e del continuo. L’esecuzione ricorre alla prassi del modo antiquo (suoni fissi, assenza di vibrato e di sfumature, intonazione traballante), e fin qui nulla da dire: mi aspettavo però una maggiore ricchezza nella realizzazione musicale non dico alla Jacobs, ma almeno alla Gardiner, così da dare un pò di linfa a quella musica così poco ispirata (probabilmente Biondi ha preferito un approccio “minimalista”). Ma se l’accompagnamento era deludente, l’esecuzione vocale era addirittura pessima: suoni fissi, urla strozzate, agilità pasticciate e – cosa gravissima per il recitar cantando – la poca dimestichezza con la prosodia italiana e l’incapacità di fraseggiare e accentare nella nostra lingua, con il risultato di rendere quasi incomprensibile il testo, poco scandito e con pronuncia spesso ostrogota. Taccio sulla “particolarissima” interpretazione del declamato post monteverdiano, qui risolto in un autentico parlato che improvvisamente (e assai sgradevolmente) faceva capolino tra le frasi cantate: l’effetto era quello di certe Santuzze in pieno eccesso veristico. Non vale la pena, poi, distinguere tra i cantanti che con la sola eccezione della Venere/Iride/Damigella di Francesca Lanza (l’unica che sembrava una cantante d’opera) eran tutti tra il mediocre e il pessimo. Menzione particolare va fatta però della protagonista: Claron McFadden, per distacco la peggiore della serata. Una vera summa di tutti i difetti che una voce può avere: dalla pronuncia improbabile all’incapacità di legare due note, dagli acuti strangolati alla difficoltà nelle parche agilità, dall’assoluta mancanza di tecnica alla piattezza interpretativa. Si stenta a credere che una cantante del genere pratichi il canto professionale. Davvero una tortura l’ascolto. Che altro aggiungere? Il solito controtenore dalla voce stimbrata, improbabile e impercettibile? L’esibizione censurabile della Custer? Le frequenti stonature del violino di Biondi? L’allestimento insignificante ed esteticamente “brutto”? La regia del tutto assente e incapace di rendere alla vicenda quel minimo di interesse drammatico che ne giustifichi la messa in scena? No, davvero non val la pena soffermarsi oltre. Ovviamente lo scarso pubblico (platea semivuota, evidenti buchi nei palchi e gallerie decimate) ha tributato applausi manco avesse assistito al Tristano e Isotta diretto da Furtwangler con la Flagstad… Proprio vero: chi s’accontenta gode!

 

5 pensieri su “La Didone di Cavalli alla Scala

  1. Cambiano i tempi ma non certe cose…questo articolo mi ha fatto pensare a quello che provavo ascoltando il Monteverdi di Harnoncourt in disco (dove peraltro almeno qualche buon cantante c´era),l´Händel di Malgoire e soprattutto quella che rimane la piú ridicola incisione operistica della storia:il Flauto Magico diretto da Koopman.
    Su Fabio Biondi,poi,io ho messo una pietra tombale da quando ho visto il video della Norma di Parma.
    Saluti da Stoccarda

  2. Verissimo caro Mozart2006, quella Norma fu…incommentabile! E tante purtroppo, sono le incisioni che concorrono ad essere le più ridicole della storia: e molte pare abbiano i requisiti necessari. Citi giustamente Malgoire (ma ancora peggiore del suo Haendel, è il suo Mozart), io aggiungo Ostman, Norrington, Jacobs… Su Biondi ho già detto abbastanza nella recensione: alla Scala non si contavano le stonature (e non mi si venga a dire che la stonatura è filologica…). Ma qui oltre alla pessima esecuzione vi era anche una musica assolutamente dimenticabile, stanca, stereotipata, priva di ispirazione (Monteverdi, pur essendo precedente, è 1000 volte più moderno)… Insomma, checché scrivano dell’assoluta grandezza di Cavalli, per mio conto sarebbe come ritenere la “Clotilde” di Coccia quale summa del melodramma italiano del primo ‘800!

  3. E’ proprio questo il discorso… la grandezza di Cavalli non è “assoluta” ma in relazione al contesto in cui lavorava… e in quel contesto non è affatto da considerarsi “stanco e stereotipato”. Ma concordo sulla sensazione che provoca uno spettacolo seicentesco su un pubblico abituato a ben altro repertorio e ad altro tipo di atteggiamento nei confronti dell’opera.
    Io non ero presente per cui mi fido di quello che scrivete; certo è strano che la McFadden, abituata alle colorature più impervie, si sia trovata in difficoltà con le “parche agilità”.

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