Aida in Scala, quinta puntata: le Aide "degli anni di piombo" (1972-1985)

Le Aide degli anni di piombo, ad ascolti fatti, sono le meno entusiasmanti. Viste e sentite dal vivo. Gli altri “compilatori” democraticamente hanno deciso di affidarmele. Da una parte il ricordo dal vivo e dall’altra gli ascolti, che pirateria e radiofonia ci hanno, per fortuna, conservato.

La prima: anno 1972, Martina Arroyo, grazie ad un fortunoso recupero dei biglietti all’ultimo, tanto fortunoso che andai in biglietteria a pagarne una parte il giorno successivo. Allestimento di Aida molto criticato. Particolare e bellissimo. La necessità di adattarla al più piccolo palcoscenico di Monaco, in occasione delle Olimpiadi (quelle funeste del 1972), aveva indotto il regista De Lullo e soprattutto Pierluigi Pizzi, nel ruolo che gli era ed è proprio e congeniale (quello di scenografo e costumista), a delineare un Egitto accennato e richiamato. Pur sempre, l’Egitto di Aida, efficace, rispettoso dell’epoca di composizione, solo depurato di ogni paccottiglia.
Il cast era, sulla carta, stellare. Ricordo trionfo per tutti e sopra tutti per la straripante Amneris di Fiorenza Cossotto, che alla scena del giudizio era incontenibile. Il loggione, secondo l’usato costume, rimpiangeva qualcuno la Simionato, altri e molti Ebe Stignani.
In epoca allora principiante di liricizzazione, alleggerimento, che ha condotto all’attuale snaturamento della protagonista la statuaria Martina Arroyo fu l’ultimo soprano drammatico protagonista in Scala.
Nonostante ampiezza e peso la voce era morbida, dolcissima, dominava senza fatica la scrittura impervia di Aida. Vivo il ricordo di una voce, che splendente e facile si espandeva per la sala.
Solo che la opulenta voce e persona della signora Arroyo era ad onta della qualità e quantità vocale piuttosto inerte nei passi più drammatici. Basta sentire come accenta al duetto con Amneris “Amore amore gioja tormento” per capire la concezione del personaggio. Lo stesso limite appare al duetto con Amonasro (il solito Cappuccilli, che evoca immagini truculente e veriste) ed anche all’incipit del duetto con Radames. L’inconveniente era limitato con il mezzo straordinario della Arroyo e per il fatto che bastasse rispettare le doviziose indicazioni del testo musicale per realizzare il personaggio. Certo che tutte le invocazioni ai Numi, sparse per l’opera, sono splendide; la seduzione al terzo atto è un’autentica seduzione vocale; alle “foreste vergini” vediamo e sentiamo quello che musica e parole indicano. E lo stesso dicasi per il finale dove la Arroyo non sembra inciampare sugli staccati, anzi. E non si dimentichi che la dizione era facile e scolpita, senza esagitazioni ed affettazioni.
L’ultima grande Aida? Diciamo l’ultima vera voce di Aida, almeno.

Il doppio di Martina Arroyo, per la cronaca, si chiamava Jessye Norman. Non la ascoltai, dal vivo. Registrazioni coeve (Parigi 1973) ricordano che lo strumento fosse allora di qualità, pur limitato in alto perché la cantante non sapeva eseguire correttamente il primo passaggio, ingolando i suoni in quella zona della voce. Poi la Norman divenne una diva discografica e con patina culturale preferì e per motivi vocali e per motivi fisici darsi alla liederistica, reietto il melodramma, sopratutto se italiano. E quando nel 1987 si presentò in Scala, osannata e proclamata divina in vita, con un programmuccio da concerto la delusione fu cocente rispetto a quello che il disco recapitava a domicilio.

Nel gennaio/febbraio 1976 Aida ritornò in Scala nel tradizionalissimo allestimento di Lila de Nobili e regia (non l’ultima) di Franco Zeffirelli. Anche per questa ripresa grande cast (Caballé, Bumbry, Bergonzi, Cappuccilli, Raimondi) e la splendida bacchetta di Thomas Schippers.
La prima fu una serata “calda” a partire dall’epiteto “stonato” di cui un periclitante Bergonzi fu fatto oggetto alla chiusa della sortita. Finì, però, dopo vari commenti, con un trionfo per la coppia protagonistica, efficaci e raffinati al duetto finale. Nelle riprese il pubblico apprezzò ancora per una sera Carlo Bergonzi e, poi, Pedro Lavirgen, uno dei nomi di mezza classifica della agenzia Carlos Caballé. Inutile sprecare genealogie della señora.
L’Aida della Caballé impone analitiche riflessioni sull’esecuzione e sul fatto. Nell’Ottocento i più famosi tenori (Rubini, Mario, Moriani sino a Tamagno) erano accusati di “cantare in ciabatte”, ossia di concentrarsi solo su alcuni brani, in genere le arie solistiche. Spesso, però, bissate o trissate.
Chi volesse la declinazione femminile del fenomeno ascolti questa Aida.
Dal 1973 in poi e sistematicamente, la Caballé, soprano lirico di voce qualitativamente unica, inerte nell’accento drammatico ed handicappata dal fisico nei ruoli di giovine innamorata e seduttrice come Mimì e Manon per i quali aveva la voce adatta, scelse o accettò la scelta di dedicarsi al repertorio verdiano pesante. Motivi: il successo planetario della carriera, l’assenza di autentiche voci drammatiche e soprattutto la funesta (ogni giorno di più) abitudine delle major del disco di scegliere ed imporre un soprano tuttologo. Quello che altri definisce assoluto, ignorando che fosse realmente il soprano assoluto all’epoca (1830 circa) in cui tale definizione era di uso corrente.

Di Aida al pari di tutti i titoli del Verdi pesante, di cui Giacomo Lauri Volpi lucido e spietato enuncia le difficoltà, la Montserrat aveva fatto la propria versione: i passi più ispirati erano le arie elegiaco-patetiche (tipo “Cieli Azzurri”, “Morrò, ma prima in grazia”), banditi, invece, l’accento aulico e scandito, che l’eroina verdiana impone, e perché la voce era priva di quelle caratteristiche e perché l’interprete, considerati carattere e “catena di montaggio” della carriera, “tirava via” nello studio senza trovare le soluzioni di Claudia Muzio o Leyla Gencer, quando costrette al passo più lungo della gamba. Perché sia chiaro, soprani lirici o al più lirico spinti come la Patti, la Krusceniscki, la Muzio e la giovane Gencer (Forza 1957) hanno vestito con successo i panni delle eroine del tardo Verdi per virtù di accento. Esattamente come altre ben dotate in quanto a volume, ma con riconosciuti limiti temperamentali (Rosetta Pampanini) hanno limitato i rapporti con la schiava etipoe. Regola questa a cui si è attenuta anche Mirella Freni.
Cose sentiamo dal live del gennaio 1976? Una Aida dal timbro splendido, ma con ampiezza e colore da schietto soprano lirico, una dizione spesso confusa ed un rapporto carente e conflittuale con il testo, un accento dolente, che potrebbe stare tanto alle trenodie di Bolena che alla morte di Mimì, acuti dopo il si bem o falsettati o “grossi” e un poco fibrosi anzichè squillanti e penetranti (anche qui ritornano la Gencer giovane e la Muzio). Il do dei cieli azzurri è fortunoso e la linea musicale per raggiungerlo manomessa, oltretutto la Caballé non tenta neppure il canonico filato del disco e, credo, se la memoria non falla, delle recite successive alla prima. Quanto al registro grave e medio grave la registrazione lascia presagire che nel giro di poco tempo, con la collaborazione della serie infinita di Balli, Forze, Tosche e Turandot, sarebbero arrivate le note sgangherate di Gioconda o Semiramide. Gli esempi si sprecano: dallo scontro con Amneris, alla frase “fuggiam gli ardori inospiti” sino all’incipit del duetto di morte e la sezione conclusiva “l’estasi di un immortale amore”.

Aggiungo un omaggio al doppio della Caballé, Liliana Molnar-Talajic. Invito chi non la conoscesse ad ascoltarla con cura per la facilità con cui affronta ogni difficoltà del ruolo senza esserne soverchiata. Anzi. E’ interessante perché i panni di Aida, tradizionale e senza uscite particolari, li veste con maggior proprietà della señora.

Aida tornò quale titolo inaugurale della stagione 1985-’86 dopo un decennio di assenza. Un lungo periodo rispetto alla precedente frequenza del titolo. Sintomo indicatore di una difficoltà a reperire i cantanti da Verdi che gli “addetti ai lavori” mascherarono per venti anni e di cui lo agangherato cast dell’inaugurazione 2006-’07 piuttosto che le registrazioni discografiche sono il sintomo indiscutibile.
Il fatto è che Maria Chiara, la protagonista del 7 dicembre 1985, senza essere un soprano drammatico, senza essere una fraseggiatrice sublime e per giunta non più al top della forma (non fosse altro perchè era dal 1978 che macinava Aide dopo tre lustri circa di Traviate e Butterfly) fu anche lei per molti versi una Aida assai più credibile della Caballé.
Tralasciamo l’aspetto scenico perché senza essere una grande attrice la Chiara era elegante ed aggraziata, ma la voce era bella e dolcissima sino al si bem (più sopra c’erano oscillazioni non troppo gradevoli), scendeva con facilità e senza manomettere la qualità del suono e ad ogni frase, fosse d’amore, piuttosto che di insurrezione, corrispondeva sempre l’accento appropriato. Scusate se è poco! anche se il soprano lirico o al più lirico spinto, nonostante il personaggio remissivo e sconfitto, in Aida aggiunge un’altra non prevista e richiesta sconfitta, quella del rapporto con la scrittura vocale.

Gli ascolti

Verdi – Aida

Atto I

Ritorna vincitorMartina Arroyo (1972), Jessye Norman (1973), Montserrat Caballè (1976), Maria Chiara (1984)

Atto II

Fu la sorte dell’armiMartina Arroyo & Fiorenza Cossotto (1972), Liliana Molnar-Talajic & Irina Arkhipova (1974), Montserrat Caballè & Grace Bumbry (1976), Maria Chiara & Elena Obraztsova (1985), Susan Dunn & Dolora Zajick (1988)

Atto III

Qui Radames verrà…O cieli azzurriMartina Arroyo (1972), Liliana Molnar-Talajic (1974), Gilda Cruz-Romo (1976), Montserrat Caballé (1976)

Ciel! Mio padre!Martina Arroyo & Piero Cappuccilli (1972), Liliana Molnar-Talajic & Ernest Blanc (1974)

Pur ti riveggo, mia dolce AidaCarlo Bergonzi & Gilda Cruz-Romo (1973), Luciano Pavarotti & Maria Chiara (1984), Giuseppe Giacomini & Susan Dunn (1988)

Atto IV

La fatal pietra…O terra addioCarlo Bergonzi & Gilda Cruz-Romo (1973), Carlo Bergonzi & Montserrat Caballé (1976)

6 pensieri su “Aida in Scala, quinta puntata: le Aide "degli anni di piombo" (1972-1985)

  1. sono pienamente d'accordo! ed ho potuto riascoltare la talajic e la Cruz-Romo-… ero un pargoletto all'epoca…e mi ricordavo solo i nomi delle due signore riproposte qui… grazie grazie grazie!! Maometto II
    P.S.:
    a quando i post sui Radames Scaligeri? grazie:-)

  2. caro maometto,
    forse i radames non saranno scaligeri, ma ci saranno!!!!!
    quanto alle due signore che ho sentito entrambe in Aida e la Cruz Romo pure in Ballo e Trovatore dovremmo fare a distanza di 25-30 anni un po' di riflessioni.
    e le faccio io per primo, dandomi come attenuante l'età. Anche allora, come oggi, eravamo tempestati dalla pubblicità e dalla critica, che definisco "collaborazionista". E quindi la Katia era dopo la Sutherland e la Caballè il meglio.
    Come sempre si levò solo Celletti (che per altro sulla Caballè aveva detto anche troppo vedi tavola rotonda sulla Callas) quando nel 1979 difese al Norma di Rita Orlandi Malaspina.
    Intendiamoci Arroyo , Cruz Romo, mOlnar Talajac, Deutekom non erano indenni da difetti, ma se penso che le mayor del disco di propinavano la Ricciarelli scusate ……

  3. esattamente. io ricordo in occasione di una Aida areniana nel 1985 mi pare, di aver conosciuto una signora di Milano che mi fu presentata come una loggionista.. la quale mi disse: al giorno d'oggi le voci come la Orlandi-Malaspina sarebbero regine del teatro lirico.. ma anoi nell'Attila non andava bene perchè non aveva agilità. MA CHE CENTRI!! e sull'Aida della Caballè mi disse: mah.. non aveva i colori di Aida… di quella serata mi disse: abbiamo fischiato bergonzi e dopo mezzora alla scena della consacrazione eravamo in ginocchio per come cantava.. oggi senti qui chi ci tocca ascoltare…( parole sue, io mi limito a riferirle).. il cast di Aida quella sera in Arena era il seguente: Natalia Troitzkaya, Nicola Martinucci, Elena Obratszova, Piero cappuccilli,Paata Burchuladze… che all'epoca non mi piacquero molto, nel complesso… ma oggi.. credo farebbero furori. Burchuladza compreso, che almeno all'epoca era giovane e non muggiva come di lì a nemmeno un anno…e la finisco qui perchè poi a soli 41 anni appena compiuti rischio di farmi etichettare come Vocalmente gerontofilo hahahah grazie della risposta e buon lavoro agli autori del blog..

  4. Gli ascolti dei duetti Aida-Radames del III e IV atto non funzionano… Notevolissime le Arroyo e la Cruz-Romo… Sempre inarrivabili, però, la Arangi Lombardi e la Price nella romanza del III atto…

  5. Maometto II,
    a quell´Aida areniana c´ero anch´io…forse l´ultima da me ascoltata con cantanti di consistenza vocale adatta ai vari ruoli.Fraccaro o Licitra in un Aida come quella avrebbero forse,e dico FORSE potuto fare il Messaggero!

  6. caro Mozart, fu una recita "straordinaria" di Aida, doveva cantare MAria Chiara che poi diede forfait. io ricordo che la Obratszova si sentiva a malapena. la protagonista non mi piacque molto, ma se la confronto con ciò che ascoltiamo oggi… che vuoi farci, sono passati 24 anni.. ma sembra ne siano passati 240!!!! speriamo nel futuro!!

Lascia un commento