Un Turiddu al giorno…/ 9 Enrico Caruso

Immagine anteprima YouTube

Fra i cultori dei 78 giri molti ( e mi ci metto anche io) ritengono che i guai del tenorismo affondino le loro radici in Enrico Caruso, che da tenore di grazia o di mezzo carattere pure non estesissimo in alto, ma assistito da una qualità timbrica eccezionale si trasformò in un baritenore scuro dalla voce vigorosa, ma priva di sfumature, rovinando le future generazioni di tenori. Certo se ascolto i rantoli di Jonas Kaufmann nell’addio alla madre potrei anche  concordare, aggiungendo, però, che il non sentire la incolmabile differenza dimostra le tasche piene delle critica, che non è più tale, e le orecchie del pubblico abbrutite ed intasate da liquami e materiali fecali. Perché Caruso o non Caruso, il tenore napoletano è un cantante d’opera e si può anche comprendere la fama planetaria che lo accompagnò, mentre Jonas è altro. Lascio ai lettori la qualificazione dell’altro.

Immagine anteprima YouTube

Non mi interessa e qui devo mettere in rilievo come Caruso quarantenne, all’apice della fama e della carriera -americana- sia esemplare. In primo luogo la voce non è né bitumata né ostentamente baritonale, come sarebbe diventata di lì a poco, ma bellissima, morbida, tonda, squillante come nell’immaginario deve essere quella del baldanzoso giovanotto giunto per il suo gallismo al redde rationem, capace di distinguere le due sezioni la prima in cui Turiddu simula lo stato d’ebbrezza e quindi il fraseggio è fatto di frasi spezzate, accennate, magari, ma sempre sul fiato (esemplare per la combinazione di fraseggio e tecnica la frase “ah nulla è il vino che m’ha suggerito”) e la seconda in cui Turiddu canta il proprio profondo sentire, il proprio timore davanti all’ineluttabile con un legato ed un controllo del suono sul quale, ad onta del dopo Caruso dovremmo riflettere.

 

Lascia un commento