La ‘damnation’ de “La damnation de Faust”: candid camera all’Opera di Roma.

Gernhardt_Der-Teufel-liest-Faust-II_1986_Frankfurt_Caricatura-Museum_RGBPer sgomberare il campo da ogni equivoco parto dalla fine e mi schiero: per me il combinato disposto di realizzazione musicale, esecuzione vocale e concezione registica fa de La damnation de Faust che ha inaugurato la stagione romana, il più brutto, stupido e inutile spettacolo mi sia capitato di vedere da diversi anni a questa parte (e di schifezze, ahimè, ne ho viste tante!). Non un singolo elemento della serata, infatti, può essere in qualche modo rivalutato ed isolato dal generale disastro: disastro “premiato” al termine dello spettacolo con una salva di fischi e contestazioni, principalmente indirizzati al regista, ma in parte distribuiti anche alla mediocre bacchetta ed ai pessimi cantanti. Già: alla fine non mi avrebbe stupito la comparsa, in fondo al palco, dello striscione di “Scherzi a parte”… Uno scherzo di cattivo gusto, in ogni caso, perché di pessimo gusto era tutto quello che si è visto e sentito. La damnation de Faust è uno dei più immaginifici capolavori dell’immaginifico Berlioz. Una légende dramatique – così la definì l’autore, lasciandola in bilico, a metà strada tra l’opera, la sinfonia e l’oratorio – che concentra in sé tutti i miti del romanticismo ottocentesco: il fascino del demoniaco e dell’irrazionale contrapposto alla salvifica forza dell’amore, la passione, la morte, la natura, il ricordo, la nostalgia…una ricchezza di temi che solo parzialmente è tratto dal Faust di Goethe (Berlioz ne era da tempo suggestionato, sin dalle Huit scénes de Faust composte 15 anni prima sull’onda della lettura della traduzione francese dell’opera di Goethe) e che racchiude elementi più arcaici e popolari in una drammaturgia rivoluzionaria fatta di tableaux autonomi dai linguaggi e caratteri contrastanti e sostenuti da un complesso intreccio orchestrale, sinfonico e corale in cui gli interventi solistici (in forma di lied, ballate, ariosi, declamati) non sono preponderanti. E’ chiaro che per reggere e rendere tutta questa ricchezza è condicio sine qua non un’ottima orchestra ed un grande direttore. E a Roma, purtroppo, mancavano entrambi. C’è chi sicuramente avrà sentito nella compagine romana i Berliner dei tempi d’oro di Karajan, ma il delirio collettivo non può nascondere un’orchestra che – per storia, tradizione e accidenti vari – ha ancora difficoltà a reggere certe partiture (già il Tristan dell’anno scorso ne fu testimone spietato). Nulla di male per una compagine che ha poca dimestichezza con le acrobazie musicali di Berlioz se ci fosse una bacchetta che sostenesse ed imprimesse una idea interpretativa. Purtroppo nessun input poteva venire da Daniele Gatti che, come spesso accade, impone un passo grigio e impermeabile ad ogni suggestione, incapace di valorizzare i virtuosismi timbrici dell’orchestrazione berlioziana, i dettagli solistici, gli obbligati…dando una sensazione di caterpillar macina note che procede indefesso sino alla fine. Così nulla dei diversi e contrastanti linguaggi dell’opera viene evidenziato: né il tono popolare delle ballate, né i riferimenti alla polifonia religiosa, né le suggestioni liriche, né le esplosioni grottesche. E di ciò non si può imputare l’orchestra soltanto. La damnation de Faust non è certamente un’opera nel senso tradizionale del termine e, rispetto alle coeve esperienze italiane, si pone su un binario differente: i temi – come in Wagner – non nascono dalla voce, ma dalle pulsioni orchestrali e si intrecciano al canto in una sorta di complessa sinfonia. Questo non può essere, tuttavia, una giustificazione a quello che abbiamo ascoltato ieri sera: nessun cantante, infatti, è parso all’altezza del ruolo. Sicuramente non il Faust di Pavel Černoch che fin dall’inizio ha mostrato un canto faticosissimo e duro, chiuso nella gola e incertissimo nell’intonazione: il registro acuto – sollecitassimo da Berlioz – era davvero difficoltoso e sempre più sgradevole nel prosieguo della serata. Del medesimo livello la Marguerite di Veronica Simeoni: ingolata e pericolante nell’intonazione sciupa i due momenti solistici per palesi difficoltà in ogni pur blanda salita all’acuto, con l’aggravante del fatto che si tratta di una parte centrale a cui Berlioz risparmia le difficoltà riservate al tenore. Il Méphistophélès di Alex Esposito è vocalmente più sicuro, ma decisamente troppo sopra le righe (verremo poi all’aspetto registico imbarazzante). Senza infamia e senza gloria il Brander di Goran Jurić. E veniamo a Damiano Michieletto che ci propina uno spettacolo volgare, brutto, farsesco (in senso spregiativo) ed infarcito di significati e sotto trame che nulla hanno a che fare con la pur essenziale drammaturgia dell’opera. Faust – ci spiega il regista, ché altrimenti sarebbe ben poco comprensibile – non è un vecchio filosofo che cerca la giovinezza e la dimenticata gioia della vita, ma è un giovane, un adolescente come tanti, in crisi esistenziale. Padre alcolizzato e mamma morta, bullizzato a scuola (e smutandato sul banco dai compagni di classe mentre veniva fotografato – e messo sui social – dai loro smartphone) passa le giornate in camera sua, chiuso al mondo, vittima dei suoi incubi. Tutta l’opera si svolge tra pareti bianche sovrastate da una gradinata su cui immobile è schierato l’onnipresente coro, con alcuni elementi a suggerire luoghi e situazioni: un letto, un tavolo, macchinari ospedalieri, giardini… Si “scopre” così che Mefistofele è solo un parto della sua mente dopo un tentativo di suicidio che lo porta in coma (e poi alla morte). E in questo delirio non si fa mancare nulla: la mamma che impasta la torta, la telecamera perennemente sul palco (l’occhio del diavolo…sic!), bambini che sdoppiano lui e Margherita, e poi tutto il ciarpame da teatro di regia tedesco con stupri, nudi, balletti volgari, maschere bianche da manichino, proiezioni sui muri, un french kiss Faust/Mefistofele sino alla grottesca trasformazione di Mefistofele in costume da lucertola (con coda applicata, parrucca e faccia verde, come negli sketch di Aldo, Giovanni & Giacomo) impegnato in balletti e scenette degne del peggior Bagaglino e un finale in cui tutti si impiastrano di una specie di liquido nero a testimoniare la dannazione (che originalità!!!!) e sul quale rischiano più volte di scivolare. Il tutto si conclude con la morte di Faust accertato dal macchinario stile E.R. e Margherita – via e vegeta – che prega sulla sua bara. Questo è quanto. Naturalmente ci sarà chi griderà al capolavoro – già ho letto peana preventivi – e chi accuserà il sottoscritto di non capire una cippa o di essere una specie di troglodita. Pazienza. Poco mi cale. Come ascolto propongo La damnation de Faust eseguita a Roma qualche tempo fa: correva l’anno 1969 e Georges Prêtre dirigeva l’Orchestra della Rai di Roma, Marilyn Horne, Nicolai Gedda, Roger Soryer e Dimetter Petrov…altri tempi.

Gli ascolti:

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18 pensieri su “La ‘damnation’ de “La damnation de Faust”: candid camera all’Opera di Roma.

  1. Visto e ascoltato in tv…perfettamente d’accordo con quello che scrivete, mai visto e sentito niente di più orripilante avrebbero dovuto subissarli di fischi tutti invece di salvare la parte musicale che ho trovato inascoltabile in toto…e anche chi in parte salvate a.esposito l’ho trovato insopportabile nel rendere il personaggio…non riesco a capire cosa fa avvallare certe cose, cosa ci vedono o trovano in così tanta m. ….scusate il termine ma quando ci vuole
    e in questo caso ci vuole!!!!! Gatti vergognoso orchestra inascoltabile almeno in tv….non c’era niente….sono proprio curioso di leggere cosa hanno il coraggio di scrivere i vari Mattioli e co. su sto schifo e vari operaclick sempre omaggianti…vedremo…comunque molti più fischi meritavano,….

  2. avevo ascoltato la diretta radio rai quindi in quel momento era concentrato sull aspetto musicale
    e sinceramente non sembrava’ indigeribile’
    ma passato su rai5 in differita sono rimasto incollato
    alla tv è ed risultato impossibile cambiare canale!
    Di schifezze e fetecchie ne abbiamo viste e sentite
    ma questa si guadagna subito le prime posizioni
    penso sia uno dei più inutili e indigesti spettacoli
    d opera mai visti
    se il fine era questo è stato centrato appieno!
    A questo punto è superfluo qualsiasi commento
    sulla parte vocale e musicale …
    e su Gatti stendiamo un velo pietoso
    un buon direttore d orchestra che è divenuto
    nel corso degli anni un mediocre concertatore
    di spettacoli improponibili…
    Micheletto è quel che egli è! parafrasando un noto
    poeta un ‘cazzaro ‘ che trova improponibili impresari
    disposti a dar seguito alle sue ‘folgaranti’ allucinazioni
    Non deve mai aver visto uno spettacole di Pizzi nè
    Ronconi né De ana…
    come già scritto su questo blog talvolta a teatro
    bisognerebbe andare muniti di schioppetto e/o
    scacciacane
    qui ci sarebbe stata bene una piccola ‘molotov’
    carica di m…..a perchè caprofagia imponeva tale
    scelta.
    se non ricordo male il teatro dell opera di <roma
    ha anche ricevuto 5mlm dal fondo spettacolo ?!

  3. Non conoscevo la partitura e Berlioz mi e’ in generale sempre rimasto ostico. Speravo di ricredermi, ma e’ stato impossibile. Ho cominciato la diretta radio e sono rimasto colpito da quanto l’orchestra suonasse male. So quanto Berlioz sia difficile da suonare, cantare ed cogliere interpretativamente, ma questo era proprio penoso. Proprio male. Tristano era su un altro pianeta in confronto. Fuori stile, fuori numero (probabilmente archi non sufficienti e decisamente non sufficienti nello studio), fuori intonazione.

    Poi ho visto parte della differita Rai5 e ho davvero capito che tutto faceva davvero pena. Michieletto, che pure sa il suo mestiere di regista, dovrebbe scrivere i suoi spettacoli, commissionare musica e presentarci qualche bel pezzo di teatro contemporaneo invece di lordare l’opera.
    Che peccato per Roma. Gatti e’ un grande direttore, ma molto discontinuo. Ho sperato che portasse luce e smalto ad un teatro che merita una guida capace. Meriterebbe qualcuno capace di portarlo fuori dall’anonimato e l’occasione c’e’ perche’ in questo momento La Scala latita ed e’ particolarmente debole.

    Ma chi gestisce sceglie a capocchia e distrugge.
    L’opera non sta morendo. La stanno uccidendo.

    • Gatti mi è proprio parso distante e perduto in Berlioz, …non sa da che parte si prende. È stata la vera delusione, perché dal resto non c’era aspettativa…..
      Lordare l opera…..bella espressione, te la rubero’.
      Cmque oggi al Tg Rai mi dicono che si è parlato di grandioso spettacolo visionario……!!!!!!!!!

      • Non solo al Gr, purtroppo…pure alla trasmissione di Radio Tre dell’ora di pranzo, lodi sperticate alla Simeoni (hanno fatto sentire intera la sublime aria del Re di Thule vitriolizzata dalla su citata) ed all’orchestra…boh…il Pandemonium finale mi pare tenesse fede al suo nome, ma non in senso positivo…vado ad ascoltarmi Markevitch, va…

  4. Per improrogabili problemi familiari mi sono persa la Damnation su Rai 5 . .Ho scritto intenzionalmente ” ascoltare ” perché le riprese televisive sul sopracitato canale in genere mi buttano nella depressione più nera.
    E poi dinanzi alle michielettate sono da tempo immemorabile costretta a guardare in terra: quanto avviene infatti.sulla scena nulla ha a che vedere con quanto narrato dal libretto e dalla musica .: o faccio così o entro in stato confusionale.
    Vedi indimenticabili e recenti e pregresse esperienze : Idomeneo , Flauto magico. e qualche altra boiata via TV.
    Sono proprio contenta : mi sono risparmiata il pagamento del biglietto con annessa arrabbiatura. Ogni tanto me ne va bene una.
    Quanto ai “cananti ” in questione o in genere , vengo spesso severamemte redarguita perché non è vero che stonano a tutto spiano come sembra ad una incontentabile come me o mi sembra di aver sentito .Pure mezza sorda,
    Poi il parere di qualche vero esperto che era con me in sala , mi rassicura.. allora , niente apparecchio acustico.
    Alleluia!
    Su Michieltto non mi pronuncio : non voglio dire parolacce.

  5. Scrivo solo ora, mentre mi inizio a riprendermi dallo stato continuo di vomito protratto e diarrea profusa in me prodotti dalla visione e dall’ascolto televisivi della Dannazione di Faust romana. Dannazione! Che schifo di vomitevole Dannazione!
    Mi pare ovvio che sono d’accordo con Duprez al 99,9% (spiegherò dopo il perché non al 100%), dato che un siffatto osceno spettacolo, faceva veramente schifo sotto tutti i suoi aspetti, faceva vomitare, provocava al povero spettatore l’effetto di una bevuta abbondante di una Mathusalem di olio di ricino (che si sarebbe dovuto piuttosto bere il regista, che, magari, con le viscere pulite – dovendosi presumere dalle sue trovate che queste siano di origine più viscerale che mentale – avrebbe potuto evitare certe “raffinatezze” di cui ha deliziato tutti).
    In buca Gatti, sul palcoscenico cani.
    Gatti noioso come non mai. Il Tristano dello scorso anni mi sembrava un poco migliore.
    Cantanti pietosi, in particolare il tenore. Ma dove cavolo sono andati a prenderlo? Forse è sbagliato paragonarlo ad un cane perché più che latrare miagolava in modo stridulo. Ho fatto una piccola ricerca su internet ed ho visto che questo signore ha recentemente cantato, o canterà, Cavaradossi, Don Carlos e Don José. Rabbrividisco all’idea. La Simeoni non era certo in grande spolvero, anzi, ma un filino meglio mi pareva, ma proprio poco poco, sì che il suo canto sembrava quasi bello dopo quello di tenore e basso. Il basso sembrava, come timbro, un tenore che cantava (vabbè, “cantare” in questo caso è una parola grossa….) da basso. Sappiamo che illustrissimi bassi dediti al repertorio francese non avevano affatto una voce scura alla Giulio Neri o Gottlob Frick, ad esempio Vanni Marcoux. Sappiamo che la parte di Mefistofele nella Dannazione è non di vero basso, ma di basso-baritono, ed è affrontata da baritoni anche di timbro chiaro. Tutto giusto. Ma nel nostro caso proprio non ci stava nulla. Faust e Mefistofele dovrebbero avere una differenziazione di timbro, slinguazzate in bocca a parte.
    Alla fine il migliore era il Brander, il che è tutto dire.
    La messa in scena del grande genio italico del Regietheather Michieletto è stata la c….ta pazzesca (Ugo Fantozzi docet) che mi aspettavo da lui dopo aver visto a Torino quelle due c….te pazzesche di regie di Butterfly e Lucia che ho avuto la disgrazia di dovermi sorbire.
    Mi fa rabbrividire il fatto di aver letto che questo schifosissimo, osceno, coprologico, emetico, lassativo spettacolo è coprodotto con Valencia e Torino e, quindi, ci può essere il rischio di dovercelo vedere sul palco del Regio.
    Poi lo stesso è, in realtà, costruito solo con gli avanzi, i rimasugli, i rifiuti, gli scarti di altre regie, come se il Michieletto se ne sia andato a frugare fra i rifiuti altrui, nella spazzatura, nei pozzi neri e nei nelle compostiere.
    Infatti, scene siffatte (fatte male) se ne sono già viste a iosa (e dimostrano la scarsa fantasie di registi e scenografi); pareti che si aprono: Don Carlos di Vienna (quello con il balletto trasformato in scena di cottura di arrosto nel forno); mi pare poi che una regia con proiezioni e coro onnipresente in scena della Dannazione fosse stata già fatta a Palais Garnier negli anni ’30…. L’altro ieri!
    La telecamera in scena con tanto di proiezioni in diretta era un’idea di Luca Ronconi per Il viaggio a Reims, a Pesaro, primi anni ’80. Letti da Ospedale, Peter Sellars (ad es. recente Tito di Salisburgo) et alii. Pareti bianche su cui disegnare: Mitridate re di Ponto dato a Salisburgo per il bicentenario mozartiano. Altalena; Ljubiamov nel famigerato Rigoletto fiorentino. Albero con mele, Carsen in Mefistofele. I pannelli colorati con uno pseudo paradiso terreste, Py in un’orrenda Carmen a Lione. La protagonista femminile che si fa una doccetta con l’acqua, Bieito in Cavalleria (in Germania, ovvio).
    Fantastica l’idea della lavanda dei piedi. Mi sono stupito che poi il regista, dato l’andazzo, non abbia fatto bere ai cantanti il risciacquo posto nel catino.
    Poi che idea mettere in scena Mefistofele e Faust che si baciavano con la lingua! È davvero stupefacente che dal loggione non sia arrivato qualche colorito commento del tipo “Ah frosciii! Sozzoniii! Andate a …..”. Sicuramente uno schietto vero pubblico romanesco li avrebbe fatti.
    Non concordo sul paragone con il Bagaglino, perché – a mio dire – offensivo nei confronti del bagaglino. Almeno al Bagaglino le girls avevano certe “qualità” fisiche indubbie ed indiscutibile. Qui, quando il regista ci ammannisce delle tizie con le tette al vento, le tette sono di bassa qualità, mosce. Se tette ci devono essere, che siano tette almeno di qualità! E della scarsa qualità di siffatti petti dovrebbero essere chiamati a rispondere, in un con il regista, la direzione, artistica e non, del teatro.
    Non so se qualcuno ricorda un vecchio scritto di Celletti in cui commentava le tette flosce di una ballerina messa in scena dal Ljubiamov in una Khovanshina scaligera dei primi anni ’80. Con la sua prosa saporosa, il gran Rodolfo notava come il petto della suddetta non fosse particolarmente interessante ed osservava che delle tette flosce di una ballerina avrebbe dovuto rispondere la sovrintendenza scaligera.
    Ad un consulto fra melomani medici e melomani giuristi si sonno raggiunte questi pareri: La visione dello spettacolo può servire da lassativo fortissimo (per cavalli) o emetico potente, ma con notevolissimi pericolosi effetti collaterali. Nello spettacolo e nei suoi autori si possono ravvisare dei disturbi di personalità ossessivo compulsiva, una quantità di perversioni di vario tipo, praticamente tutto quanto oggetto del Krafft-Ebing, inoltre ci paiono sussistere tutti i presupposti per un bel TSO per il regista e per chi lo ha ingaggiato. A prescindere, ovviamente, dalla possibilità per il pubblico di chiedere il risarcimento del danno biologico provocatogli e dalla fattispecie del danno erariale per cui dovrebbe evidentemente rispondere chi ha voluto e pagato e messo in scena siffatta schifezza…

  6. Visto a teatro oggi pomeriggio. Concordo con i vostri giudizi. La cosa che mi stupisce di piu’, comunque, e’ l’incapacita’ di un regista tanto celebrato a confrontarsi seriamente con un libretto di tanto spessore.

    • dovreste stampare questi commenti e attaccarli nel foyer del teatro, o appena fuori, o lasciarli nei locali adiacenti;
      secondo me questi pareri devono circolare di più: non è giusto che dei monumenti culturali vengano maltrattati proprio nelle sedi più prestigiose

    • Gentile Lizzy,

      il regista tanto celebrato ha l’abitudine di usare le partiture come colonne sonore per certi suoi esercizi di misera e abusata avanguardia.

      Lo stupore riserviamolo a chi – con ingenuo cinismo – lo scrittura e lo avalla, sperando invano di assicurarsi esauriti (lungi dall’essersi verificati in questo caso) ed echi mediatici.

      La gestione puramente manageriale di istituzioni culturali è miope e non serve a garantire loro la sopravvivenza, anzi…

  7. Ho visto altre opere con la regia di Michieletto. Non mi aspettavo niente di molto tradizionale. Dico pero’ che mi stupisce questa regia perche’, mentre molti libretti d’opera sono abbastanza banali, questo invece dovrebbe essere considerato la manna da un regista teatrale. E’ complesso, profondo, pone questioni significative. Ed invece di affrontarlo, il regista e’ scappato, rifugiandosi nella piu’ trita delle storielline di ispirazione cronachistica; un atto di vera vigliaccheria intellettuale.
    Non tutto il pubblico ha ingoiato in silenzio. Alla scena del tenore in mutande sulla sedia la rappresentazione e’ stata interrotta dalle urla di una signora francese che ha ripetutamente urlato “sacrilege!” e “Gatti vergognati” e ci sono stati un po’ di buhhh. Alla fine però e’ stata un’apoteosi. L’uomo-serpente sculettante e ammiccante (o lucertolone) evidentemente e’ stato apprezzato dai piu’.

  8. Ronconi 25 anni fa a Torino aveva montato uno spettacolo splendido, personalissimo e, nello stesso tempo, fedelissimo a quanto previsto dall’autore. Poi tale spettacolo vinse un premio Abbiati ed andò a Milano e Parigi. Mi provoca già ora il vomito il pensare che fra qualche tempo sul palcoscenico torinese arriverà questa roba. In realtà, però, siamo noi che non capiamo le profonde e nobilissime derivazioni letterarie della oscena stercoraria messinscena. In realtà tutto deriva nientepopodimenoche da Dante:
    “E mentre ch’io là giù con l’occhio cerco, / vidi un col capo sì di MERDA lordo, / che non parëa s’era laico o cherco” (Inferno – Canto XVIII versi 115-117)
    Il regista si è ispirato al Sommo Poeta!
    Ovviamente, per trovare qualche autore più recente, c’è anche una possente fonte di ispirazione nella Merdeide di Tommaso Stigliani (1629).
    Quanto sono colti i nostri registi! Non lo si immaginava, vero?

  9. Seguo sempre i vostri commenti. Talvolta concordo. In questo caso trovo giudizi durissimi, spero meditati e corretti. Sono un appassionato senza una particolare cultura operistica mi permetto solo di segnalare che le stroncature del pubblico hanno riguardato soprattutto le opere più rappresentate al mondo. Saluti cordiali

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