Concerti paralleli

valzer2Il Concerto di Capodanno è appuntamento irrinunciabile per chi vuole iniziare il nuovo anno all’insegna della musica. La storia del concerto di Vienna comincia nel 1939, in un periodo non certo facile per l’Austria, umiliata dall’Anschluss, e per l’Europa squassata dai primi mesi di guerra. Quello che doveva essere un concerto speciale – fortissimamente voluto da Clemens Krauss, allora direttore dei Wiener, come omaggio a Johann Strauss II – divenne subito un appuntamento fisso. Il grande successo di quel primo evento (in ragione anche dall’orgoglio austriaco nel ribadire la propria identità culturale e marcare un ideale confine con quella che fu di fatto una drammatica occupazione) dettò le regole e il rituale del Concerto di Capodanno. Da allora ogni anno si ripete la celebrazione leggera, nobile e malinconica dello spirito viennese attraverso l’esecuzione di valzer, polke e mazurche che costituiscono quel patrimonio musicale che profuma di mitteleuropa e di impero absburgico e che si fonda su raffinati equilibri e sapienza: basta poco, infatti, per tramutare la leggerezza e la nostalgia in volgarità e maniera. Per questo si sono succeduti, sul podio dei Wiener, i maggiori direttori in carriera (dall’85 il direttore venne cambiato ogni anno): Krauss, Boskovsky, Krips, Maazel, Karajan, Abbado, Carlos Kleiber, Muti, Pretre, Harnoncourt, Ozawa, Jansons, Metha, Barenboim, Dudamel, Welser-Möst…si sono avvicendati nello splendore della Goldener Saal del Musikverein di Vienna per celebrare questa tradizione. E nell’epoca della riproduzione tecnica e della comunicazione di massa, la televisione non ha perso l’occasione di trasmettere in diretta l’evento, condiviso così in tutto il mondo nell’ideale abbraccio che solo la musica può dare superando confini, barriere politiche, odio e incomprensioni. Da qualche anno tuttavia, in Italia il Concerto di Capodanno non viene più trasmesso in diretta a favore di uno spettacolo di ben più basso livello e senza alcuna storia alle spalle: il concerto di Capodanno dalla Fenice di Venezia. Nato dopo la riapertura del teatro, ricostruito dopo l’incendio doloso che lo distrusse, è diventato un appuntamento fisso nel palinsesto della TV nazionale che ci impone, ogni 1 gennaio, la seconda parte del concetto dedicata ai più vieti luoghi comuni del melodramma, tra arie, cori e ballabili sino ad un nazional popolare brindisi di Traviata che suggella il termine di quello che ogni anno si rivela una manifestazione provinciale ed autarchica, senza alcun rilievo e valore artistico e, soprattutto, senza alcun elemento storico, tradizionale o musicale che ne giustifichi l’esistenza e la conseguente trasmissione. La differita del concerto viennese, tuttavia, consente all’ascoltatore di assistere ad entrambi e fare, ahimè, i tristi confronti. Quest’anno a Vienna è stato invitato per la quinta volta Riccardo Muti che, amatissimo dai Wiener, ha proposto un programma molto particolare – pur restando, come vuole la tradizione – nel repertorio classico con l’immancabile finale (An der schönen blauen Donau e la Radetzky-Marsch): è stato, per giudizi unanimi, uno dei migliori Concerti di Capodanno sentiti sentiti negli ultimi tempi. Muti padroneggia e penetra come pochi altri (sulla scia di Krauss, Kleiber, Karajan) la materia complessa di questa musica fatta di una delicata miscela di allegria e nostalgia in cui basta davvero poco per scadere nel banale o nel volgare come è capitato di sentire nelle passate e recenti edizioni. Si è ritrovato il tocco del grande direttore capace di far riflettere e gettare un luce diversa su quei brani, un musicista diverso dai suoi precedenti concerti (non certo indimenticabili), e in cui risuona una aristocratica malinconia che fluisce naturale nel passo leggero del ritmo e nell’arte del rubato da cui dovrebbero trarre insegnamento i vari Barenboim, Welser-Möst, Mehta e Dudamel (i cui risultati in questo repertorio furono piuttosto discutibili, in particolare l’ultimo, protagonista di un concerto di Capodanno semplicemente imbarazzante). Un solo esempio, per me straordinario: “An der schönen blauen Donau” lontano anni luce dal bozzettismo da cartolina e reso con una gioia venata di malinconia, una danza con la vita che, personalmente, mi ha ricordato solo Karajan. Tutt’altra musica si è sentita a Venezia: anche in questo caso un grande direttore, Myung-Wun Chung, ma assolutamente sprecato e svogliato, alle prese con una raccolta incoerente di brani dal vago sapore sanremese (e in effetti la “telecronaca” della RAI ricordava proprio le presentazioni di canzonette e musicarelli), e un paio di cantanti responsabili di una performance indecorosa. Chung purtroppo era irriconoscibile: evidentemente svogliato e trasandato “ha tirato a campare” senza convinzione inciampando spesso in attacchi slabbrati e pesantezze gratuite (pessima la sinfonia de L’italiana in Algeri) e in una totale assenza di approfondimento, sfumature e colori. I cantanti hanno invece fatto disonore a quel teatro, casa di tanti grandi musicisti: inaccettabile il tenore Michael Fabiano che strilla e stona i due brani del suo programma all’insegna di una volgarità, applauditissima purtroppo, degna più di un’osteria che di un teatro; appena più decorosa Maria Agresta che però non va oltre la decenza. Fin qui la cronaca: ora mi piace però raccontare la marea di sciocchezze lette sull’internet, in siti e forum, dalla solita accolita di rancorosi che – puntuali come la morte e le tasse – ha rinverdito l’ormai stanca e squallida querelle Abbado/Muti. C’è un odio tutto italiano per Muti che è incomprensibile, animato e sostenuto dai fans di opposte tifoserie che disgusterebbe i musicisti oggetti di tale culto: penso ai cosiddetti “abbadiani” (ora in forza ad altri direttori in attività) che evidentemente hanno scambiato l’amore per un grande musicista, come Abbado appunto, per una fede ed una crociata di odio e rancore e che sembra denigrino e ridicolizzino Muti per regola statutaria. E a costoro vanno a ruota critici e addetti ai lavori che pur di disprezzare Muti, hanno il coraggio di esaltare l’imbarazzante concerto veneziano (imbarazzante il programma, imbarazzanti i cantanti ed imbarazzante Chung). Quel che stupisce, sempre, è però l’arroganza di costoro e del loro cerchio di famigli, nel deridere chi esprime altri giudizi. Purtroppo l’odio fa sragionare e forse occorrerebbe uno studio antropologico per comprendere le ragioni di tale monomania. Personalmente non penso affatto che chi non apprezza Muti sia un cretino, ma chissà perché i devoti al culto di Abbado ritengono che chi lo apprezza sia, nel migliore dei casi, uno scemo e un retrogrado…e traspare, in ogni cosa che scrivono e dicono, una rivendicazione di superiorità culturale e morale, come se essere “abbadiani” fosse un segno di maggior intelligenza. E queste critiche – preconcette, stupide ed insensate – si ripetono uguali ad ogni concerto o esibizione di Muti: ogni sua intervista, ogni sua presenza viene vivisezionata e derisa da questi “fini intellettuali” che si credono depositari di tale superiorità. La cosa farebbe pure sorridere se non fosse presa così sul serio da costoro: ma è possibile – dico anche statisticamente – che ogni direzione di Muti sia orribile e ogni concerto diretto dai maestri in grazia agli “abbadiani” (Gatti, Mariotti, Chung, ora pure Currentzis…) sia invece un profluvio di superlativi assoluti e mistiche trascendenze? Aldilà delle chiacchiere resta l’ascolto e resta la musica, superiore ad ogni odio e ad ogni tifoseria, perché chi ama la musica non può trasformarla in un manganello da spaccare in testa ai presunti avversari.

Gli ascolti

Johann Strauß II: “An der schönen blauen Donau” – Herbert von Karajan (1987):

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29 pensieri su “Concerti paralleli

  1. Buonasera,grazie per il commento,lo attendevo e l’ho gradito molto. Il Concerto di Vienna che seguivo in diretta ancora l’anno scorso sulla zdf l’ho ascoltato poi alla sera su Rai5 (la diretta pero’ ha immediatezza affascinante che manca alla differita,peccato).Quello di Venezia non sono riuscita,nonostante le buone intenzioni,mi dispiace,e il tenore….proprio non ci siamo.
    Sulla pagina fb della zdf alcuni rimpiangono Willi Boskovski per lo spirito viennese,lo ricordo le prime volte che vedevo su rai1 il Concerto in diretta,era fantastico.Muti mi e‘ piaciuto e bellissimi i brani scelti,la Polka che richiama brani da Un Ballo in Maschera veramente deliziosa.
    Colgo l’occasione per augurare un bellissimo e lieto Anno Nuovo.

  2. Come noto sia Abbado che Muti mi lasciano molto indifferente. L’ouverture della fledermaus di Krauss ha qualche cosa che non si può spiegare a parole
    Non vedo o Meglio non ho sentito nulla di trascendentale nel concerto di Muti. E questo poteva essere ovvio, attese le premesse. Non trovo soprattutto che il nostro ad onta di una orchestra strepitosa fraseggi. Per altro atteso come da sempre Muti gestisce il canto ed il rapporto con il canto è scontato che di fraseggio poco poco. Poi in vena di bontà di capodanno posso anche applaudire se l’ ipotetica alternativa si chiama dudamel, matheus o simili sfornate per tacere di certi protegge del loggione scaligero o di certe adriatiche promesse……

    • Io ti invito ad ascoltare ancora, perché davvero si è trattato di un ottimo concerto. In particolare il fraseggio, la padronanza tecnica, il rapporto con l’orchestra (anche l’anno scorso l’orchestra era la medesima, ma cos’ha combinato Dudamel?). Francamente non ti seguo sulla questione relativa al canto (dato che nessuno ha cantato a capodanno a Vienna). Non ci si può tuttavia fermare a Krauss, perché ciascun musicista propone sé stesso: Krauss è Krauss, Kleiber è Kleiber, così come Muti è Muti. L’eterna replica di Krauss ha senso? Non credo. Per mio conto, poi, credo che se Muti non è Krauss (ovvio), Krauss non è Karajan…altrettanto ovvio: tuttavia a mio gusto i vertici del concerto di Capodanno di Karajan sono lì a guardare dall’alto tutti gli altri, Krauss compreso.

  3. Mah secondo me ,il valore musicale dei brani eseguiti a Venezia sarebbe di per sè molto supariore a quello dei branii di Vienna.Musicisti come Verdi Rossini e Puccini sono molto più grandi degli Strauss;,Il Concerto di Vienna,fra l’altro,mi sembra molto più “autarchico” di quello di Venezia ;certo ha una grande tradizione e dispone di un’Orchestra molto migliore.Quanso al discorso diretta.differite non mi sembra,obiettivamente ,un grande problema.

    • Sono cose assai differenti: di certo il concerto veneziano accosta brani strapopolari e li presenta come le canzonette di Sanremo. E’ una manifestazione provinciale e strapaesana perché dietro non c’è niente di niente. Le musiche degli Strauss segnano un periodo storico e hanno valore universale…il “nessun dorma” berciato a Venezia no. Peraltro – se proprio vogliamo parlare in termini di valore musicale assoluto – non credo che i ballabili di Otello o della Gioconda e pure il brindisi di Traviata siano superiori alle composizioni degli Strauss…anzi direi proprio il contrario.

        • Certamente: la musica ha valore universale ed una musica percepita come familiare in tutto il mondo e conosciuta ed apprezzata da tutti per le suggestioni che evoca, la sua funzione unificatrice…beh, ha valore universale, poi uno può pure preferire gli imbarazzanti ballabili di Otello (ovviamente in ottica strapaesana il Verdi l’è il Verdi) o il brindisi di Traviata trasformato in coro da osteria come a Venezia. Prosit.

          • Anche in questo caso, caro Duprez, concordo totalmente con te. Anzi: data la storia di questo concerto, le musiche hanno un valore ancora più universale. Hanno rappresentato più dell’identità di un popolo contro un invasore becero: sono diventate un simbolo di resistenza per chiunque vi si sia riconosciuto, al di là dell’essere o meno austriaco.
            E il valore simbolico è proprio indirettamente testimoniato dal triste concerto veneziano, con i clap-clap sul brindisi della Traviata che scimmiottano gli analoghi battimani della Radetzky.
            Peccato

          • Verissimo! E’ musica universale come poche altre. Quanto all’autarchico concerto veneziano coi brani messi lì come canzonette da 3 minuti e il presentatore che parla sopra la musica…beh, inutile infierire: giusto terminare uno spettacolo indecoroso e kitsch con un canto da osteria.

  4. Caro duprez, cerchiamo di non giocare con le parole e con facili fraintendimenti. Non cerco un altro Krauss o come dici tu la replica del predetto. Osservo e potrei utilizzare altre pietre di paragone che anche una bacchetta tecnicamente dotata (, dudamel tale non è bastando un finale secondo di Bohème in scala dove tutto è successo fuorché l’ andare a tempo) si limita ad essere tale. Oggi va di moda una piatta eguaglianza di suono, intensità e dinamica. Per contro quando ascolti quei direttori pure un melomane come me capisce di quale bacchetta di tratti. Tutto qua

    • Ma appunto: se si parte dal presupposto che Muti (o chi vuoi tu) non è Boskovsky o Krauss, beh è ovvio e non si va da nessuna parte. Ma oltre a Krauss il concerto di Capodanno è stato diretto da Karajan o da Kleiber con esiti a mio gusto superiori. Diversi certo, ma non per questo sbagliati. Francamente un conto è la pesantezza di Dudamel (fosse solo quella Bohème…) o di Barenboim o la noia di Welser-Möst e di Mehta, altro questo concerto di Muti che, a differenza dei suoi precedenti (per nulla entusiasmanti) ha mostrato di saper compenetrare l’autentico spirito viennese. Perché tutto si può dire tranne che fosse piatto e con suoni eguali in dinamica ed intensità. Poi se si vuole dire che non è Krauss vabbè non è Krauss. Comunque la realtà delle orchestre di oggi è molto più varia: ci sono molti validi direttori (e ricordo a me stesso che anche i grandi hanno iniziato da piccoli). Pochi fanno l’opera e non li biasimo, perché l’opera è un mondo ormai sempre più privo di serietà e professionalità e troppo soggetto a circostanze e condizionamenti esterni.

  5. Ottimo articolo, caro Duprez.
    Condivido parola per parola tutto quello che scrivi.
    Proprio ieri sera mi sono rivisto la seconda parte del concerto di Vienna diretto dal buon Willi Boskovsky e ho paragonato l’esecuzione di quel nobile esegeta che passa per essere l’incarnazione del più puro spirito viennese a questo splendido concerto di Muti, ricavando l’impressione che siano stati fatti molti passi avanti… per fortuna.
    Anch’io amo immensamente interpreti storici come Krauss, Krips o l’indimenticabile Karajan.
    Condivisibili poi le tue osservazioni sulle stucchevoli, eterne querelles fra i perenni vedovi di qualcuno, in questo caso Abbado vs. Muti. Che pizza…
    Auguri a te e a tutto il gruppo

    • Grazie e auguri anche a te. E’ vero: non se ne può più di queste eterne querelles anche perché ormai “i buffoni” sono solo quelli che le continuano ad agitare. Trovo comunque molto sgradevole che ciò accada solo in Italia: non si è mai visto altrove un tale carico di odio proveniente da una parte soprattutto. E poi, costoro, accusano noi di essere facinorosi e “aggressivi”… Bah…

      • Chiedo scusa per il disturbo. Mi sto riascoltando questo bellissimo concerto. Mi permetto di consigliare a tutti voi l’ascolto attento della seconda traccia, Wiener Fresken, di Josef Strauss. Non è di sicuro fra le opere più famose del grande Bepi, come lo soprannominava il fratello Johann; eppure è un piccolo gioiello. Credo che Muti abbia nelle opere di Josef un passo particolarmente leggero che lo rende inteprete ideale dei lavori di questo autore.
        Cosa ne pensi? (azzardo il “tu”, spero di non essere offensivo).

        • Sono completamente d’accordo con te: Ci sono tanti piccoli gioielli nella musica della famiglia Strauss! Non è affatto un repertorio leggero o minore, come non lo sono i valzer di Čajkovskij. Sono brani difficili da interpretare perché basta poco a tramutarli in caciara. Muti in questo concerto ha mostrato una leggerezza ed una nobiltà encomiabili, personalmente mi han fatto pensare al concerto di Karajan. Il Muti di oggi è molto diverso. E’ sereno e naturalissimo nel gesto (coadiuvato da un’orchestra che è davvero “sua”, nel senso che coi Wiener ha un rapporto privilegiato, e si sente): un vero piacere nel fraseggio e nel lirismo sempre venato di malinconia e mai scontato.

  6. Trovo anch’io insensato il fatto che apprezzare Abbado comporti automaticamente il disprezzo per Muti, grande direttore come lo fu Abbado. Di Abbado condivido poco certi conformistici versanti estetico/ideologici, ma questo è un altro discorso. Personalmente reggo il concerto di Vienna un quarto d’ora al massimo. Grandi direttori, meravigliosa orchestra ma una musica che mi lascia indifferente. Condivido l’opinione di chi ha scritto che gli autori presentati a Venezia siano di altro e ben più alto livello. E’ solo per questo che lo reggo 5 minuti più di quello di Vienna: ma che noia i concerti del primo gennaio!

    • Caro Gianmaria siamo sempre il paese delle fazioni……provinciali fino nel midollo anche quando si fa la clacque a personaggi di fama internazionale tra i pochi che abbiamo. E la tragedia è che sono dei vecchi a comportarsi così. …

  7. Ho sentito entrambi i concerti e mi trovo d’accordo con Duprez.
    Una cosa mi ha fatto soprattutto inorridire: il tenore che “cantava” (per così dire) a Venezia. Ma dove cavolo l’hanno beccato un simile cane? Mi ha fatto rimpiangere il Kau ed il recente Chénier scaligero.

  8. Le musiche degli Strauss sarebbero di scarso valore? Io voglio solo ricordare che Brahms, quando Johann Strauss jr gli fece visita a Bad Ischl e gli mostrò la partitura autografa di “An der schönen blauen Donau”, scrisse di suo pugno sulla prima pagina: “Leider nicht von Johannes Brahms”

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