Ricciardo e Zoraide inaugura il ROF

Da tempo il ROF ha cessato di essere il ROF ossia quel soggetto preposto alla diffusione e divulgazione dei titoli rossiniani mediante la loro corretta e storicamente plausibile esecuzione.
L’assunto può realizzarsi in molte e varie forme e, magari con spettacoli pur applauditi calorosamente dal pubblico, come è accaduto per il Ricciardo e Zoraide, che ha inaugurato il ROF la sera dell’ 11 agosto.
Perchè questo Ricciardo è e resta, però, una “parodia” dell’esecuzione rossiniana. In primo luogo perché non si può assumere che l’opera abbia limiti drammaturgici e difetti e che non sia ancora un lavoro perfetto (rispetto a quale parametro sarebbe anche il caso di specificarlo per essere credibili) e questo comportamento significa fare chiara dichiarazione di non credere alla drammaturgia ed alla tragicità di questi titoli. Questa opinione si ripercuote sull’esecuzione dove numeri come il terzetto Agorante Zomira Zoraide all’atto primo, che si conclude con una stretta travolgente degna delle più forti sfide rossiniane come Otello e Donna del lago, l’ingresso di Ricciardo con marcia e coro, il duetto fra i due amanti, il quartetto al secondo atto con tanto di brano a cappella, l’introduzione alla scena finale dove il tema orchestrale verrà ripetuto a beneficio di Falliero incatenato di lì a poco tempo, che sono tutti ed indistintamente eseguiti in maniera meccanica, priva di quegli elementi ora slancio, ora languore, ora ampiezza ed aulicità, che caratterizzano il melodramma serio italiano agli albori del romanticismo. Termine questo, ricordiamolo, ben noto ed utilizzato al tempo del Ricciardo tanto da essere messo in burla come accade ad opera di Carlo Porta. La famosa “lettera semiseria” è, infatti, del 1815, coeva all’approdo di Rossini a Napoli e dell’inizio della stagione più innovativa del pesarese.
L’orchestra suona bene con suono nitido e pulito; siamo, però, al liofilizzato di opera seria, una sorta di immagine da presepio del tragico rossiniano, assai più idonea alle farse, neppure ai titoli comici o semiseri nei quali il maestro di Pesaro portò, rispetto al passato, altrettanta, se non maggiore innovazione e differenziazione dal passato.
Da questo travisamento ossia che Rossini non sia un autentico autore serio e tragico seguono -lo ripetiamo- esecuzioni come quella dell’altra sera, che tradiscono il vero Rossini. E che l’idea di fondo (ideologia sarebbe più corretto dire) sia mendace basta riflettere che Rossini venne considerato da tutti i musicisti successivi modello irraggiungibile sotto ogni profilo, nessuno escluso. Tradotto in parole povere né Bellini, né Donizetti e neppure Verdi ritennero che Rossini non fosse compositore da opere serie, anzi lo ritennero loro indiscusso maestro e non solo per le novità contenute nel Tell. Tralasciamo l’omaggio, proprio al Ricciardo, che Bellini rese parafrasando nell’incipit della cavatina di Arturo il numero finale di Zoraide. E come avrebbero potuto avanzare critiche davanti all’inventiva musicale e soprattutto ad una varietà di strumentazione, che fanno del Ricciardo un capolavoro, difficile da capire, ma capolavoro.
Al Rossini liofilizzato oltre al direttore Giacomo Sagripanti, che nelle interviste durante l’intervallo ha compitato le solite storie sulla vocalità di Isabella Colbran (infatti era stata scritturata la Yende, di cui diremo successivamente) hanno concorso con uguale disdecoro i cantanti.
Si potrebbe dire che il liofilizzato discenda dalla vocalità dei cantanti. Pietosa bugia e falsità assoluta perché negli ultimi cinquant’anni le più significative interpreti di Semiramide sono state di fatto soprani lirici come la Sutherland, la Cuberli, la Anderson e la Takova eppure, anche grazie a leciti e storicamente accertati accomodi e trasporti, hanno lasciato pagine di canto e di interpretazione di levatura storica.
Certo la scelta di Pretty Yende quale protagonista è stata il punto peggiore della serata. Alla scarsa musicalità, esplicitata soprattutto nella intonazione periclitante, al timbro da soubrette, buona forse per le farse, meglio per gli intermezzi napoletano di un secolo precedente, la cantante unisce l’assenza di qualsivoglia idea di fraseggio. Mai un recitativo scandito, mai un dar significato alle parole specie quando Zoraide è chiamata ad essere tenera e patetica e, poi, aggiungiamo il gusto pessimo di chi le ha predisposto le varianti o scritto le notine per le corone dove staccati e picchettati l’han fatta da padrone contraddicendo la tipica ornamentazione della Colbran, fatta di terzine, quartine, trilli e volate in entrambi i moti.
La differenza fra questa squittente protagonista e le cantanti citate sopra risiede nel fatto che i trasporti ed anche gli inserimenti di quelle artiste avevano un senso e non carattere di posticcio. Poi mi domando chi del pubblico e chi degli addetti ai lavori sia in grado di comprendere queste differenze. Però se devo sentire una serie di staccati e picchettati fuori stile devono essere eseguiti con la nettezza e la perfezione di una Hempel o di una Tetrazzini, non essere gli strilletti della Yende a partire da si bem acuto. Se dobbiamo avere cattivo gusto almeno che ne sia esatta la realizzazione !
Per altro la Zoraide soubrette è la partner adatta al protagonista prescelto: il divo che da un ventennio occupa Pesaro, luogo che nessuna autentica star rossiniana ha occupato personalmente e per interposta persona per così lungo tempo. Quello che ha offerto Florez è quello che il tenore peruviano da sempre fa nei ruoli scritti per Giovanni David, alcuni dei quali ha eseguito soltanto a Pesaro, ovvero posizione del suono verticale, senza autentica copertura del suono, tendenza in questi ultimi anni ad aprire i centri per cercare di avere quell’ampiezza e quella penetrazione, che le parti richiedono e che sono ben superiori a quelle dei ruoli di mezzo carattere dell’operismo settecentesco, assoluta mancanza di abbandoni e languore perché nelle tessiture stratosferiche costano troppa fatica. Ricordo che la melodia che introduce il paladino richiama quella di Tancredi sulle spiagge patrie. Inoltre, e questo sarebbe il minore dei mali, perché il tempo passa per tutti, le varianti sono oggi al centro e se il tenore interpola una nota acuta lo fa sparandola, il che è assolutamente contrario al canto rossiniano ed al gusto del pesarese. Vorrei osservare come i due momenti, che sono costati vera fatica al tenore peruviano, per altro il migliore in campo, visto il contorno prescelto dalla direzione artistica, sono state la stretta del lungo duetto con l’amata, privo di vera tensione drammatica e di slancio e la sezione centrale del duetto con l’antagonista dove i piani edi pianissimi, indispensabili per rendere la lusinga e l’inganno, sono stato del tutto omessi. Ricordo che questa pagina era amatissima dai frequentatori del teatro degli Italiani ed ogni anno, in occasione della serata beneficiata per quell’istituzione musicale, era il cavallo di battaglia di Nourrit (Agorante) e di Rubini (Ricciardo). Per la cronaca seguiva il duetto di Semiramide all’atto secondo fra la Grisi e Tamburini.
L’Agorante di turno (Sergey Romanovsky) non è affatto un baritenore e, neppure, un tenore dal centro ricco e sontuoso. Per reggere la tessitura centrale della parte Nozzari ricorre a suoni ingolati, che sono la meglio riuscita imitazione di Bruce Ford (guarda caso il titolare del ruolo nella ripresa del 1990) solo che il tenore americano, poi, riusciva ad emettere i do4 richiesti dalla parte, mentre il russo in alto si strozza letteralmente. Tenuto, poi, conto che le corde, che Agorante deve toccare ed esprimere, sono le più varie perché è amante, marito aspirante fedifrago, antagonista politico e di Ricciardo e di Ircano il risultato interpretativo è inesistente perché tutte questo situazioni drammatiche richiedono una capacità di dare senso e colore ad ogni parola, di accentarle in maniera differente. Forse l’accento del personaggio aggressivo e grifagno al duetto con Zoraide ed al terzetto del primo atto lo ha meglio centrato Victoria Yarovaya, che però è un soprano centrale e non il contralto che la parte richiede ed incorre in suoni scomposti nel passaggio dal centro al grave esibendo il cosiddetto scalino.
Tiriamo le somme di questo spettacolo che è stato, almeno via radio, meglio di altri degli ultimi anni e riflettiamo: un’opera che preveda quattro protagonisti non può essere allestita tagliando e cucendo il cast sulle esigenze del divo pesarese, che non si deve affidare la direzione a chi dubiti della natura di opera seria del lavoro rossiniano (e tralasciamo il fatto che lo definisca opera non riuscita appieno) e che forse altre vie, diverse dal riproporre dopo un certo numero di anni un titolo senza che vi siano determinati e validi motivi, devono essere cercate e battute. Oggi non basta più eseguire tutti ed integri i numeri, inserire varianti (di quale qualità poi, tralasciamo) nelle ripetizioni, occorre altro. In difetto questo Rossini ha lo stesso numero di vizi e difetti di quello degli anni cinquanta, solo differenti.

Immagine anteprima YouTube Immagine anteprima YouTube Immagine anteprima YouTube Immagine anteprima YouTube

Lascia un commento