Il soprano prima della Callas, tredicesima puntata: Maria Müller

Fra il 1930 ed il 1943 Maria Müller fu il soprano lirico di punta delle edizioni del Festival, interpretando Eva, Elsa, Elisabeth sino a Senta e Sieglinde. Quando, però, divenne il soprano lirico ufficiale del Festival Frau Müller era già un soprano famosissimo e non solo nei teatri di area mitteleuropea.

Era, in realtà, boema, era nata nel 1898 (ho il sospetto che, come molte signore, si autopraticasse qualche sconto sull’anagrafica), aveva debuttato a Linz con la Elsa del Lohengrin nel 1919 dopo avere studiato con Erik Schmedes e Anna Bahr-Mildenburg, che faccio, attese le documentazioni fonografiche, molta fatica ad immaginare maestri capaci di dare un solido impianto tecnico ad una principiante, perché di un inossidabile sostegno tecnico tutte le registrazioni della Müller offrono indiscutibile prova. Fra il 1920 ed il 1921 aveva cantato a Brno per passare, sino al 1923, a Praga al Deutsches Theater, ove venne contattata dalla dirigenza del Met. Il debutto nel massimo teatro americano avvenne solo nel 1925, dopo che, nel biennio 1923-’25, la Müller aveva cantato a Monaco.
Al Met la Müller rimase per un decennio ed a quel periodo è ascrivibile il suo repertorio più esteso. Cantava, infatti, Verdi (Aida e nel 1932 fu protagonista della prima edizione locale del Simone), Mimì e Butterfly, Mozart (è pervenuta pur dal suono problematico una ampia selezione del don Giovanni del 1934), Agathe del Franco cacciatore, i ruoli protagonistici della Sposa venduta e della Fiera di Sorocinsky. Affrontò, inoltre, alcune prime locali come il Giovanni Gallurese di Montemezzi con Lauri Volpi e il Fra’ Gherardo di Pizzetti.
Parsimonioso e non solo al Met, a differenza di tutti gli altri soprani della sua generazione, il rapporto con Strauss limitato ad Oktavian al Met, a qualche recita di Ariadne oltre che alla prima berlinese dell’Elena Egiziaca nel 1928.
Nello stesso periodo fu una presenza costante nei maggiori teatri di lingua tedesca come Berlino (sotto la guida di Bruno Walter), Monaco, Dresda e Vienna, e si presentò alla Scala, al Covent Garden, a La Monnaie di Bruxelles ed all’Opéra di Parigi.
Insomma una grande carriera internazionale come quella delle primedonne dell’epoca attuale, che dal 1933 in poi si concentrò nei teatri tedeschi, su Wagner e sopratutto sulla Collina. L’affezione ai luoghi wagneriani fu tale che a Bayreuth la Müller vivesse negli anni del secondo conflitto mondiale e dalla collina “ascendesse il Wahlalla” nel 1958.
Dei tre grandi soprani lirico-spinto di area tedesca, che ebbero identico repertorio, ossia Elisabeth Rethberg (1894), Tiana Lemnitz (1897) e la Müller, appunto, quest’ultima vantò, sopratutto nella prima fase della carriera, la voce più calda e mediterranea, non aveva la dolcezza e l’astratta purezza della Lemnitz o il timbro peculiare,a nche se piuttosto nordico della Rethberg. E’ interessante rilevare come tutte e tre (e non solo loro, agggiungo) cantassero ed interpretassero allo stesso modo, ossia con un assoluto controllo della voce, con una dinamica varia e sfumata e una castigatezza di accento, che nei paesi latini faceva storcere il naso e appioppare la taccia di cantanti fredde. Sono, invece, tutte e tre cantanti attuali e modernissime nel gusto.
Con riferimento alle qualità timbriche della Müller ho ritenuto doveroso far riferimento alla prima fase della carriera. Ascoltate in sequenza le registrazioni del 1930 quale Elisabeth e del 1943 quale Elsa l’ascoltatore potrà percepire che la zona acuta della voce indurita ed appesantita, particolarmente nelle frasi più scabrose e spinte del duetto con Franz Volker, anche lui splendido, ma non più all’apice della forma. Era, credo, il risultato di venti e più anni di carriera dedicate ad un autore e ad una vocalità, che non erano quelle iniziali della Müller. Chi volesse rendersi conto della qualità timbrica, dell’eleganza e misura dell’interprete deve sentire la Mimì -splendida- del 1927. Certo nel sogno di Elsa, complice la scrittura centrale e l’esigenza di una linea di canto elegante e raccolta la cantante continua ad essere sfumata ed elegante e, forse, meno solenne della Flagstad o della Rethberg delle quali, però, non aveva l’eccezionale qualità vocale.

La preghiera di Elisabeth, tratta dall’integrale del 1930, mostra esemplari il legato e la purezza del suono, paradigmatici per la fanciulla, strumento di redenzione e oggi impensabili perchè introvabili.
In occasione del recente Tannhauser scaligero abbiamo rilevato come la preghiera del terzo atto, passo assolutamente centrale, che non supera un sol bem, possa essere assunta quale distinguo fra la grande cantante e la dilettante. Quest’ultima, attesa la tessitura, può anche cantare la pagina, priva, però, di legato, senza dinamica, perchè non controlla la distribuzione del fiato nelle lunghe frasi e, quindi, trasforma la pagina in una insopportabile lamentela. Per contro la voce di Maria Müller è sempre “a fuoco” sul fiato e proprio per la corretta ubicazione nella maschera non ci rendiamo conto del continuo impercettible cambio di intensità e sonorità. Poi come non possiamo non esaltarci per lo splendore e lo slancio della zona acuta della sortita di Elisabeth (fra l’altro gli acuti della Müller sono sempre vibranti e mai fissi alla tedesca), alternato al ripiegamento ed alla sicurezza del legato della sezione centrale.
La stessa sensazione si verifica puntuale all’ascolto dell’aria di Agathe del Franco cacciatore che presenta, ad eguali caratteristiche psicologiche del personaggio, egual scrittura vocale. Anche qui si può fare il confronto con l’esecuzione live viennese della Rethberg. Uguale tecnica, uguale gusto e scelte interpretative, ma la Agathe della Müller è più spontanea e semplice, quella di Elisabeth più nobile ed aulica.
Maria Müller , come le coetanee, è un eloquente esempio dei mala tempora currentes, ormai da cinquant’anni, nel canto mozartiano. Nonostante la presa di suono fortunosa è una donna Elvira in primo luogo dalla voce ampia e corposa (oggi canterebbe donna Anna o, peggio ancora i baroccari la giudicherebbero fuori stile), che interpreta con slancio il furore del personaggio e dalla linea di canto precisa ed accurata anche nell’esecuzione dei passi di agilità a smentire, la vulgata che in quegli anni i soprani non sapessero eseguire i passi di agilità. Invito ad un polemico confronto fra questa dama de Burgos e quella celebrata di Elisabeth Legge Schwarzkopf. Registrazioni alla mano, le sole e solite Steber ed Jurinac, fra i soprani spinti, hanno fatto meglio di Maria Müller!


Gli ascolti

Maria Müller

Mozart – Don Giovanni

Atto I

Ah, chi mi dice mai (con Ezio Pinza & Virgilio Lazzari – 1934)

Atto II

Ah taci, ingiusto core (con Ezio Pinza & Virgilio Lazzari – 1934)

Weber – Der Freischütz

Atto II

Wie nahte mir der Schlummer… Leise, leise, fromme Weise (1943)

Wagner – Tannhäuser

Atto II

Dich, teure Halle (1930)

Atto III

Allmächt’ge Jungfrau, hör mein Flehen! (1930)

Wagner – Lohengrin

Atto I

Einsam in trüben Tagen (con Ludwig Hofmann & Jaro Prohaska – 1943)

Atto III

Das süsse Lied verhallt (con Franz Völker – 1943)

Puccini – La Bohème

Atto I

Sì. Mi chiamano Mimì (1927)

O soave fanciulla (con Tino Pattiera – 1927)

4 pensieri su “Il soprano prima della Callas, tredicesima puntata: Maria Müller

  1. Splendida la Muller, specie nei primi anni… una voce davvero morbidissima e controllata, anche se inferiore ad altre per certi versi, riesce forse a commuovere di più.
    Ascolto con incredulità il suo Wagner, e mi stupisco del Don Giovanni davvero incredibile. Pare anche che voi disponiate di una copia più udibile di questa epica registrazione con Schipa Pinza e tutto quanto si poteva desiderare…. posso chiedervi, dove, di grazia, si può ancora trovare una simile meraviglia? Rischia di essere il Don GIovanni più bello che sia mai stato inciso, ed io lo scartavo perchè traumatizzato dalle condizioni infami dell'audio….

  2. Per altro il problema Schwartzkopff è enorme: uno dei casi di sopravvalutazione più sconvolgenti della storia del melodramma, per quel che ne so… nemmeno le tanto favoleggiate registrazioni mozartiane liederistiche (con un lussuoso Gieseking) mi hanno mai convinto. Voce acida, mal sostenuta, un vuoto interpretativo evidente anche in Mahler, Strauss – fino al suo impietoso Elisir, nonchè ovviamente Mozart. ma chi la imponeva ai grandi direttori?
    Paragone abbacinante con la Muller, anche quella dei tardi anni 40.

Lascia un commento