Fratello streaming: La nonne sanglante di Gounod a Parigi

Scommessa vinta per l’Opéra-Comique e il Palazzetto Bru Zane – associazione da qualche anno in prima linea nella ricerca e nella riscoperta di titoli del repertorio operistico francese caduti in oblio – che hanno allestito alla Salle Favart di Parigi La Nonne sanglante di Charles Gounod: questa serie di rappresentazioni, infatti, ha riscosso un successo caloroso e, oserei dire, inaspettato, in virtù di un lavoro di squadra encomiabile e di una storia in grado di affascinare il pubblico.

La Nonne sanglante, terzo titolo operistico di Gounod, ebbe la sua prima rappresentazione all’Opéra nell’ottobre 1854 con esito piuttosto fortunato, ma dopo poche repliche il nuovo direttore del teatro decise di sospendere definitivamente il titolo poiché ritenuto scabroso e contrario al buon gusto. In seguito l’opera fu ripresa soltanto nel 2008 a Osnabrück e, infine, nel giugno 2018 a Parigi. Qui termina la breve storia esecutiva della Nonne sanglante che, pur non essendo un capolavoro, risulta indubbiamente interessante sotto molteplici punti di vista. Probabilmente, il punto di forza dell’opera risiede proprio nella trama gotica e a tratti horror figlia di un Romanticismo che per certi versi prelude già al Decadentismo. Il libretto, redatto dal centimano Eugène Scribe, fu desunto dal romanzo gotico “Il monaco” di G. Lewis che presenta un campionario di elementi tipicamente romantici. La trama, non sempre lineare, si può così riassumere: in Boemia al tempo delle Crociate, Rodolphe e Agnès, giovani innamorati appartenenti a due famiglie atavicamente rivali, meditano di fuggire insieme, dopo aver scoperto che i rispettivi clan sono stati persuasi da Pietro l’eremita a suggellare una pace mediante un matrimonio tra Agnès e il fratello maggiore di Rodolphe. Nel cuore della notte, quest’ultimo attende l’amata che, per non essere riconosciuta, sarà abbigliata come la Suora Insanguinata, il terribile fantasma senza requie che infesta il castello. All’apparire del fantasma da lui scambiato erroneamente per Agnès, Rodolphe, ebbro di un’insana passione amorosa, dona il proprio anello alla Suora Insanguinata che, giubilante, accetta di sposarlo richiamando come testimoni gli avi defunti della famiglia di Rodolphe, tra cui il fratello maggiore improvvisamente deceduto. In seguito a questo matrimonio spettrale Rodolphe è in preda alla disperazione, ma riesce a stringere un patto con la Suora: il matrimonio sarà sciolto se Rodolphe vendicherà la morte del fantasma uccidendone l’omicida. Il giovane, quindi, è finalmente libero di sposare Agnès, ma nel bel mezzo del matrimonio la Suora, visibile al solo Rodolphe, gli rivela che l’uomo che dovrà uccidere non è altri che suo padre; attanagliato da terrore e disperazione, Rodolphe manda all’aria il matrimonio tra lo sconcerto generale rinfocolando così il conflitto tra le due famiglie. Nell’ultimo atto il giovane è braccato dai nemici desiderosi di vendicare l’onta subita, ma viene salvato dal padre che, pentito per l’omicidio della Suora Insanguinata perpetrato vent’anni prima, si sacrifica morendo in vece del figlio. L’opera termina col fantasma della Suora che ascende al cielo pregando per l’anima del suo uccisore.

Il libretto fu sottoposto da Scribe a diversi celebri compositori (Verdi, Berlioz, Meyerbeer, Halévy…) prima di essere offerto al giovane Gounod che, invece, accettò con entusiasmo questo soggetto popolare. Da un punto di vista drammaturgico l’opera risulta gradevole ed equilibrata: si alternano picchi drammatici a momenti meno concitati, ma la tensione, dato anche l’intreccio, resta sempre piuttosto elevata, non vi sono, cioè, grandi punti deboli. La componente musicale è fortemente evocativa, tale da delineare alla perfezione questa vicenda dalle tinte assai fosche e accompagnare con spiccato colorismo le linee di canto dei personaggi; ciononostante, bisogna riconoscere che la partitura presenta raramente melodie indimenticabili. Tra le parti soliste spicca sia da un punto di vista musicale sia per l’approfondimento psicologico quella di Rodolphe, protagonista indiscusso dell’opera e perfetta esemplificazione del tenore romantico declinato alla francese; meno sfaccettati, di cntro, gli altri personaggi. Si segnala, infine, l’impiego massiccio del coro e la presenza di numerosi e spesso suggestivi concertati.

Terminata questa breve presentazione, veniamo all’esecuzione parigina, riuscitissima nel suo complesso. Laurence Equilbey dirige con convinzione la partitura, lavorando molto sugli effetti e sui colori, quantomai importanti in un’opera di questo tipo. L’intesa con Insula Orchestra è ottima, buono il lavoro con i cantanti e il coro, specialmente nelle scene d’insieme. Criticabile, invece, la scelta di operare qualche taglio (alcuni passaggi del balletto e un’intera aria di Agnès e poco altro).

Trionfatore indiscusso della serata è stato l’onnivoro Michael Spyres, alle prese con una parte molto lunga e pesante caratterizzata da una tessitura spesso impervia che batte sulla fascia centro-acuta della voce. Il ruolo di Rodolphe, infatti, fu composto per Louis Guéymard, creatore di Henry dei Vêpres siciliennes verdiani, nonché interprete di Meyerbeer (Robert le Diable), Halévy, e Rossini (Guillaume Tell). Spyres ne esce a testa alta offrendo una prestazione a mio avviso eccellente: l’interpretazione ora dolente ora appassionata, la dizione perfetta, lo slancio nei momenti più drammatici e la sicurezza in tutta la gamma hanno concorso a garantirgli un trionfo meritatissimo. Raramente ho sentito il tenore americano così in forma e così convincente sotto ogni punto di vista; i rari e assai lievi cedimenti in alcune note di passaggio, risultate più deboli e opache, sono un difetto minimo e assolutamente perdonabile a fronte di un risultato così ragguardevole.

Gli altri interpreti non sono certo stati al livello di Spyres, ma è doveroso lodarne l’impegno profuso e l’ottimo lavoro di squadra. Si segnala la dignitosa prestazione di Vannina Santoni (Agnès) che, nonostante gli estremi acuti leggermente uralti e i gravi non certo consistenti, ha retto bene la sua non lunga parte, impegnandosi molto dal punto di vista scenico e interpretativo. Convincente anche Jodie Davos nei panni en-travesti del paggio di Rodolphe, soprano corto dalla gradevole voce chiara. Marion Lebègue ( la Suora Insaguinata), alle prese con una tessitura che insiste molto sulla fascia centro-grave della voce, ha un bel timbro con note gravi tecnicamente discutibili che però, pur risultando poco naturali e gutturali, hanno contribuito a rendere il personaggio ancora più spettrale e inquietante; l’optimum sarebbe che questa parte, relativamente breve, ma fondamentale nell’economia dell’opera, venisse affidata a una voce imponente, una di quelle voci, insomma, che non sembrano esistere più. Insufficiente, di contro, la prestazione di Jean Teitgen, un Pietro l’eremita privo dell’ampiezza richiesta dalla parte e con i soliti problemi dei bassi odierni (voce in bocca, mancanza di ampiezza, timbro opaco e vecchio con risonanze stomacali, difficoltà sia negli acuti sia nei gravi), modesto vocalmente André Heyboer (Luddorf), senza infamia e senza lode dal punto di vista locale gli altri interpreti.

Apprezzabilissimo, infine, il lavoro registico di David Bobée, fedele al libretto, che ha optato per scene opportunamente tetre e oscure e ha ideato con cura i movimenti dei solisti e del coro. Il successo e gli applausi tributati allo spettacolo fanno auspicare che quest’opera, provvista di notevole appeal su parte del pubblico odierno, possa essere rappresentata con maggiore fequenza.

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