La settimana di Attila, prima puntata.

Il 12 settembre 1951 nella fantasmagorica stagione del cinquantenario della morte di Verdi la RAI propose Attila, che era un titolo davvero desueto e del quale qualche raro cultore dei 78 giri poteva conoscere il terzetto “Te sol quest’anima”, che aveva conosciuto un paio di esecuzioni davvero sorprendenti. Il primo motivo di interesse sarebbe rappresentato dalla direzione di Carlo Maria Giulini, agli inizi della sua fama e considerato direttore sinfonico, il che, trasferito nel mondo dell’opera, dovrebbe significare esecuzioni raffinate ed esangui. L’esatto opposto di quest’Attila, che pecca invece di clangori e tempi veloci quando non affrettati. Ne soffrono, in Attila, il preludio e la descrizione dell’alba sull’erigenda Venezia, quando vi approdano i fuggitivi da Aquileia guidati da Foresto. Il qual Foresto, cantato da Gino Penno nel momento migliore della propria carriera, è una realizzazione davvero deludente, perché il tenore stenta a legare e a colorire le frasi ed è davvero a disagio in una scrittura che pure non è acuta, ma chiama in causa il passaggio superiore della voce. La verità è che un personaggio come Foresto, mite e remissivo, mal si concilia con l’emissione dura e sostanzialmente verista di Gino Penno. Genericamente si possono fare le medesime considerazioni per Giangiacomo Guelfi, specialista del personaggio di Ezio che ripeterà sino a vent’anni dopo con il maestro Muti, affidatogli per la evidente e indiscutibile facilità in zona alta. Tanto facile quanto incline al bercio. Bisogna anche dire che nel duetto con Attila Giangiacomo Guelfi riesce anche a trovare qualche suono morbido e qualche emissione insinuante, come la situazione scenica e drammatica impone. Certamente meno felice l’aria che apre il secondo atto, dove il cantante spiega, senza risparmio e gusto, il proprio sontuoso mezzo vocale. Sarà il personaggio, sarà la bacchetta, ma Tullio Serafin tiene assai di più e assai meglio a freno le esuberanze temperamentali e vocali di Guelfi nei panni del doge Foscari. Il meglio di questa edizione sotto il profilo vocale viene da Attila e Odabella. Caterina Mancini esibisce una invidiabile saldezza vocale nell’entrata, dove fa capire perfettamente il personaggio di Odabella, che si esplica ancora meglio nel duetto con Foresto e nel concertato che chiude il secondo atto, quando Odabella, assetata di sangue e nel contempo ammirata dal condottiero unno, sventa l’omicidio di veleno. Se escludiamo le esecuzioni raffinate e di chiaro sapore donizettiano della Caballé e della Gencer, il “fuggente nuvolo”, brano che richiede un controllo assoluto del legato e dei piani e pianissimi ad alta quota, do5 compreso, non vede certo Caterina Mancini soccombente. Interessantissimo poi l’Attila di Italo Tajo, che erroneamente noi ricordiamo basso buffo caricato nella seconda parte della carriera, ma che vantava un timbro nobile, sontuoso e chiaro rispetto a quello dei bassi al tempo più famosi. Sia nel cosiddetto sogno di Attila che nel concertato dell’apparizione di papa Leone il basso piemontese svetta con eleganza e grande legato. Un vero peccato che in questa edizione venga omessa la cabaletta “Oltre quel limite”.

Verdi
Attila

Attila, re degli Unni – Italo Tajo
Odabella, figlia del signore di Aquileia – Caterina Mancini
Ezio, generale romano – Giangiacomo Guelfi
Foresto, cavaliere aquileiese – Gino Penno
Uldino, giovane bretone, schiavo d’Attila – Aldo Bertocci
Leone, vecchio romano – Dario Caselli

Chorus and Symphonic Orchestra of the RAI di Milano
Carlo Maria Giulini

Venezia, Teatro La Fenice, 12 Settembre 1951.

Prologo

Atto I

Atto II

Atto III

7 pensieri su “La settimana di Attila, prima puntata.

          • Comunque mettere il pirata in fondo alla stagione é stato abbastanza ingiusto anche se i motivi chiari e poi visto come é andato. Posso dire che semiramide é riuscito meglio alla bacchetta in questione forse anche merito di un orchestrazione più ricca perché frizza con gli archi combina sempre disastri suoni secchi e stonati e però io penso che sia quel suono così intimo e dolce anche quando acceso almeno sulla carta a dare colore e carattere al pirata rispetto ad altre opere. Poi molto fa il direttore ho assistito al così fan tutte di muti a Napoli e posso dire che davvero c’è da rimpiangere il muti scaligero cantanti scadenti in questo caso ma con l’orchestra fa bene il suo lavoro la regia é Di chiara muti.

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