Manon Lescaut, terza puntata. Renato des Grieux: Francesco Merli e Beniamino Gigli.

GigliManonManon è titolo da primadonna eppure la prima edizione discografica del 1931 e la selezione del 1950 vanno esaminate e ricordate, in principalità, per i protagonisti maschili: la prima per la splendida vocalità di Francesco Merli, forse il miglior Des Grieux in disco e l’altra, documento di Gigli sessantenne in un ruolo che non era ideale per la sua vocalità e nel quale indulgeva a qualche caduta di gusto. Famoso il “grazie” che il tenore di Recanati interpolata -arbitrariamente- alla fine del terzo atto. Dalla registrazione si percepisce dopo trentacinque anni di carriera una voce impoverita di vibrazioni, talvolta un poco fissa in alto ed anche il gioco di colori e dinamica, soprattutto in zona acuta, appare, rispetto allo standard di Gigli, ridotto rispetto al passato. Il tutto -sia ben chiaro- rapportato allo standard del grande tenore. Certo il turgore della zona medio alta, l’espressione dolce e patetica dei brani elegiaci come “Tra voi belle” e “Donna non vidi mai” nonostante gli anni destano ammirazione e stupore, oggi, più che al tempo di Gigli, per le immense possibilità che il controllo tecnico è in grado di offrire anche nella fase finale della carriera quando i mezzi sono irrimediabilmente compromessi.
Chi invece è impensabile oggi per splendore vocale e controllo tecnico è Francesco Merli. Da almeno mezzo secolo (diciamo dal ritiro di Corelli, che non era Merli) non siamo più abituati al connubio di ampiezza e splendore della voce in tutta la gamma congiunto alla capacità di cantare piano ed a mezza voce
Francesco Merli svetta in tutto il terzo atto, le invettive del quarto, che battano la zona centrale della voce sono risolte con facilità e dall’altra parte del personaggio il des Grieux delineato da Merli è davvero distrutto ed affranto nel “ah Manon mi tradisce”, innamorato in ‘cortese damigella” e nel duetto del primo atto dove ammiri la capacità di legare e flettere una voce ampia, scura da autentico tenore spinto. Categoria alla quale des Grieux appartiene ed anzi preciso deve appartenere se non vuole finire esausto e boccheggiante la recita. Il poco felice Des Grieux di Luciano Pavarotti, che brillò sino a fine carriera quale Mario Cavaradossi ne costituisce la prova indiscutibile.

Giacomo Puccini
Manon Lescaut

Manon Lescaut – Maria Zamboni
Des Grieux – Francesco Merli
Lescaut – Lorenzo Conati
Geronte – Attilio Bordonali
Edmondo – Giuseppe Nessi
Un musico – Anna Masetti-Bassi
L’oste – Aristide Baracchi
Il maestro di ballo – Giuseppe Nessi
Un sergente degli arcieri – Aristide Baracchi
Lampionaio – Giuseppe Nessi
Un comandante di Marina – Natale Villa

Orchestra e Coro del Teatro alla Scala
Lorenzo Molajoli

1931.

Parte I

Parte II

Manon – Adriana Guerrini
Il cavaliere de Grieux – Beniamino Gigli
Lescaut – Mario Borriello
Il comandante – Renato Pasquali
Sergente – Mario Zorgnotti

Orchestra e Coro di Milano della RAI
Alfredo Simonetto

Estratti.

Milano, RAI, 24 Dicembre 1950.

4 pensieri su “Manon Lescaut, terza puntata. Renato des Grieux: Francesco Merli e Beniamino Gigli.

  1. Punto primo: non conoscevo l’esistenza dell’Edizione del 1931 e, punto secondo: ora me la dovrei procurare perché e’ vero che qui c’e’ ma io la vorrei in CD; dove la trovero’ non lo so ma ci provero’, perché Merli e’ uno dei miei preferiti, in assoluto. Me lo testimoniano l’integrale di Pagliacci, Turandot e Trovatore, che possiedo, e non da ultimo i 2 duetti di Otello, che pure possiedo, con Claudia Muzio. Ora, ho sempre immaginato Merli come una sorta di vice-Pertile, anche se “vice” e’ un termine che immagino io, elaborando quanto diceva Celletti che, in “Voce di tenore”, diceva (cito a memoria ma non credo di sbagliare): “Merli si rifece a Pertile cosi’ come Borgioli si rifece a Schipa”: il discorso partiva dai 4 big italiani degli Anni ’20 e ’30. Ora, Gigli dice, se la menoria non m’inganna, non solo “grazie” ma anche “capitano” e cosi’, tra un singhiozzo e l’altro s’inventava il testo, cosi’ come durante la “giubba” dice “infamia, infamia”. Vabbe’, pazienza, ci teniamo invenzioni e singhiozzi.

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