Sorella radio: Macbeth dal Regio di Torino

Siamo sinceri questa puntata di “Sorella radio” è una doverosa operazione per una esecuzione che meriterebbe il silenzio. Non siamo allo scandalo ed alla presa per i fondelli che governa gli spettacoli scaligeri, ma neppure ad una produzione, che meriti riflessioni o approfondimenti. Il ritmo con cui Gianandrea Noseda amplia il proprio repertorio sembra quello dei direttori di un tempo, ma qui si limita la comunanza fra Noseda e quei signori, che potevano rispondere al nome di Vittorio Gui, Tullio Serafin, Mario Rossi per restare al patrio territorio.

L’orchestra di Torino -reiterata litania- suona bene, con precisione degli attacchi,  ma non benissimo anche perché sembra che il maestro non la stimoli adeguatamente basta sentire la  pesantezza del famoso patria oppressa o del coro che conclude la scena dei congiurati per restare alle pagine, che insieme alle danze (qui soppresse) più stimolano il direttore di vaglia, che non si è coperto di gloria per scelte di tempi ed idee interpretative neppure al banchetto o al finale primo dopo l’omicidio di Banco. Insomma un professionista, non un grande direttore. A corredo, infatti, offriamo l’esecuzione fiorentina del 1951 dove Vittorio Gui, con cantanti che non erano certo la perfezione, ma professionisti seri declina perfettamente quello che un grande direttore deve fare alle prese con una delle partiture più complesse di Verdi.

Altra cosa che il direttore di vaglia non dovrebbe fare sono i pastrocchi ed i mescolamenti fra differenti edizioni.
Macbeth non è il Tancredi di Rossini o gli Orazi e Curiazi di Cimarosa, che tollerano e magari impongono nell’ottica del rispetto della prassi del tempo auto od etero impresti. Diciamo che quanto da sempre noi ascoltiamo sotto il nome di versione del 1865è una traduzione dell’esecuzione predisposta per Parigi che era ovviamente in francese. E mentre si grida allo scandola per Carmen o Manon in italiano si tace sull’italiano del Macbeth parigino, Jean-Vital Jammes. Ma non si può comprendere il motivo di inserire al finale il “mal per me che m’affidai” che era il finale di Felice Varesi, primo esecutore a Firenze. Ma era Felice Varesi, uno dei maggiori cantanti del suo tempo dotatissimo in alto, esimio vocalista, interprete e dicitore rifinito (senza acuti e senza saper dire non sei Rigoletto, parte scritta per Varesi) ossia un cantante differente dal  Macbeth parigino. Inoltre l’ultimo quadro dell’ultimo atto con il “mal per me che m’affidai” rispondeva al gusto del tempo, che riservava alle voci gravi maschili grandiosi finali  d’opera ossia d’atto. Si comincia con Rossini per Filippo Galli per arrivare a Giorgio Ronconi per cui scritto il Furioso ed il Tasso ed anche il finale secondo di Nabucco (“chi mi toglie il regio scettro”) è pensato su quella falsariga. Scegliere di eseguire, pur tradotta, la versione del 1865, che oltre tutto semplifica la scrittura della Lady non giustifica la scelta di appiccicare il finale della precedente versione perché allora se la Lady o più plausibilmente il direttore lo desiderasse verrebbe eseguito il “Trionfai”,aria che venne omessa e sostituita con il più coerente “La luce langue”?

Anche dalla coerenza filologica si giudica, a nostro parere un direttore. L’elemento essenziale poi è rappresentato dal saper scegliere e condurre le voci, che sono quelle provate ed inadeguate di Anna Pirozzi e Dalibor Jenis. La prima al rientro, credo dopo la nascita di un figlio, più che cantare parla perché in natura non è il soprano spinto che la Lady richiede e non dispone della sagacia e completezza di fraseggio di molte Lady in natura inadeguate (paradigma di questa categoria Leyla Gencer). Agilità cempennate alla sortita, difficoltà di conciliare la tessitura acuta e l’ornamentazione al brindisi e l’incapacità di dare senso a quello che dice, come accade al sonnambulismo dove la cantante napoletana parla, ma non dice ne fanno una Lady insufficiente. Dettaglio ninete re bem o quasi. Per la precisione in ottima compagnia con Dalibor Janis, protagonista anch’esso dedito al parlato ed al declamato in luogo dell’accentato e del cantato, che un ruolo di questo livello impone. Quanto ad inadeguatezza va anche rilevata anche quella di Piero Pretti, che nel ruolo di Macduff non è stato ne vario né eloquente e mi permetto di aggiungere che da un cantante promosso  a protagonista di Pirata, dopo essere stato Percy si pretende se non l’accento scandito e vibrante almeno l’irrisoria facilità a reggere talune frasi scomode e, soprattutto, l’accento trasognato  nel ricordo della famiglia distrutta. Il tutto non pervenuto e non praticato.

Un po’ poco per non dire nulla al di là delle chiacchiere di Emma Dante. Per fortuna radiotrasmissione, e non video trasmissione per evitare incazzature!

Gli ascolti

Verdi – Macbeth

Macduff – Gino Penno
Malcolm – Gino Sarri

Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino
Direttore – Vittorio Gui
1951

Preludio

Atto III

Ballabili

Ondine e Silfidi

Atto IV

Patria oppressa!

Vittoria! Vittoria!…Macbeth, Macbeth dov’è?

10 pensieri su “Sorella radio: Macbeth dal Regio di Torino

  1. Non ho ascoltato la diretta ma so gia’ che, nei prossimi giorni, dal vivo soffriro’ molto x la mancanza dei ballabili e di “Ondine e silfidi”. Personalmente, trovo eccellenti un disco che fece Levine 20-25 anni fa con l’Orchestra del MET, dedicato ai ballabili verdiani ivi inclusi, ovviamente, quelli del Macbeth. Purtroppo e’ stata prassi diffusa quella di tagliare ballabili e “Ondine e silfidi”: si veda ad esempio Leinsdorf nell’RCA del 1958 o Sinopoli nel video di Berlino del 1985. Detto questo, sono deluso dalla prossima Stagione sia per i titoli proposti, ma questo ha molto a che fare con i gusti personali, sia per una certa tendenza, mi sembra, a concentrare l’attenzione sul grande regista, o presunto tale. Personalmente avrei preferito sentirmi dire, anziche’ “il Regio e’ riuscito ad assicurarsi Guth, Carsen e Poda”, “il Regio e’ riuscito a proporre la Sonnambula con Jessica Pratt” o magari “ripropone i Puritani con Jessica Pratt”. Insomma, da Dirigente mi farei un vanto di riuscire a catturare le poche voci meritevoli almeno per un titolo a Stagione. Per Puritani, pero’, per favore cambierei allestimento o se no in forma di concerto va benissimo. Detto questo, e’ ovvio che con la Pratt non risolverei tutto perche’ lei potrebbe fare solo Elvira, non Arturo, Riccardo e Giorgio ma, insomma, qualcosa gia’ sarebbe. Pretti non siiguro’ oltre un anno fa in EDgardo, ora non so. Ecco, per tornare al Cartellone, solo il rassicurante Barbiere mi attirerebbe. Turandot vorrei perdermela, pero’ poi magari cambiero’ idea. Delusa la personale speranza di rivedere presto Fidelio, perche’ non ci sara’ nemmeno nella Stagione successiva.P.S.. Turandot terminera’ alla morte di Liu’.

  2. Oggi sono andato al Regio a sentire Macbeth. Le considerazioni ed i giudizi di Donzelli all’ascolto radiofonico sono stati tutti confermati all’ascolto dal vivo, soprattutto per quanto attiene ai due protagonisti.
    Sul sito del teatro c’è scritto, come presentazione “Un Macbeth potente e viscerale”. Involontariamente si è detta la pura verità. Potente e viscerale, soprattutto molto viscerale, nel senso che faceva potentemente muovere le viscere, meglio del bifidus. Un Macbeth potentemente lassativo.
    Orchestra e coro si sono comportati bene al solito. Non so poi i poveri coristi come riuscissero a fare il loro lavoro circondati da ballerini e mimi esaltati e schizofrenici come previsto nella “geniale” regia della Dante propinataci.
    Di Jenis e della Pirozzi già disse Donzelli. Lui in certi momenti sembra quasi imitare il Macbeth di Fischer-Dieskau, ovviamente senza le qualità del predetto, sì che l’imitazione si sostanza essenzialmente nella riproposizione di qualche difetto di pronuncia e di accentuazione. Lei avrebbe forse anche una voce interessante ma non per questo ruolo. Poi urla alla grande. In qualche raro momento cerca di cantare poi ritorna all’urlo.
    Dopo un “Fatal mia donna” non certo indimenticabile, sentire Pretti che attaccava “Di destarlo per tempo” era una gioia per le orecchie e sì che Pretti non era certo perfetto. Kowaljow come Banco aveva almeno una vera voce di basso e mi pareva meglio della coppia protagonista. Flebilissimo il Malcolm di Grady e buona la dama di Alexandra Zabala.
    Noseda è stato deludente. Concordo con Donzelli. Direzione troppo frenetica, senza ragione.
    Ma evidentemente il pubblico del Regio ama il suo direttore musicale perché è stato alla fine il più applaudito. Applausi a tutti, anche se dopo il sonnambulismo erano abbastanza contenuti.
    Strane le scelte testuali. Grave ed incomprensibile il taglio dei ballabili del terzo atto, forse i più belli scritti da Verdi e del coro delle ondine e silfidi. Inspiegabile. Li eseguivano anche in epoche in cui l’uso delle forbici era più frequente che oggi. Nel 1977 mi pare che Previtali li avesse eseguiti. Li aveva eseguiti De Sabata alla Scala nel 1952. Alla Scala nel 75 Abbado li aveva tagliati, come si può vedere dal video che c’è in rete, ma almeno ci si poteva consolare ascoltando Cappuccilli e Verrett e vedendo la messa in scena di Strehler. Qui nulla di ciò. Purtroppo.
    Una giustificazione della soppressione dei balletti potrebbe essere l’assenza di un corpo di ballo che a Torino non c’è più da anni. Ma a ciò si può ovviare ingaggiando delle ballerine da fuori. Nel nostro caso poi la regista si è portata dietro da Palermo una ridda di “attori della Compagnia di Emma Dante e allievi della Scuola dei mestieri dello spettacolo del Teatro Biondo di Palermo” per costruire la sua inutile e risibile messinscena. Dato che si vedevano in scena pure dei brutti movimenti coreografici (più o meno) allora, o si faceva fare da costoro il balletto o li si lasciava a casa – il che avrebbe presupposto una messinscena normale, decente ed intelligente e non quella della Dante che di ciò è l’antitesi – e con quanto risparmiato si ingaggiavano dei veri danzatori
    Strana poi anche la scelta del finale fiorentino. La cosa più discutibile è che il coro è tutto fuori scena e, quindi, spirato Macbeth, non si sente “Scozia afflitta omai respira. Or Malcomo è il nostro re” che invece è proiettato in sede di soprattitoli.
    Ma il peggio era la messa in scena della dante. Io non riesco a capire come si possa celebrare e spacciare per genio del teatro una che faccia simili porcate ridicole, ridicole perché certi momenti erano da farsa di terz’ordine. Forse, da sicula, si ispira ai più raffazzonati film di Franco e Ciccio (peraltro molto più intelligenti della sua regia)?
    La signora è evidentemente Palermocentrica; ecco, quindi, il cavallo scheletrico del Trionfo della Morte di Palazzo Abatellis in versione ancora più scheletrica dell’originale (che però cavalca ed alza la testa!); ecco grate di cancelli barocchi siculi che calano dall’alto in forma di corone stilizzate, ecco le streghe che paiono battone di queart’orine dei vicoli nei pressi della Vucciria, mentre poi le dame paiono le beghine tutte vestite in nero da capo a piedi da film di ambiente siculo anni ’50, ecco la processione del venerdì santo con il cadavere di Duncan che pare Gesù Cristo e poi la Madonna delle sette spade (la registra deve avere un serio complesso di manie in materia religiosa…. Chi ha visto la sua orrida Carmen scaligera lo ha notato), la foresta di Birman è un insieme di fichidindia, piante notoriamente usuali in Scozia. I re tutti bianchi con qualcosa di dorato (gli stucchi di Serpotta?). Anche qui un errore farli entrare tutti assieme in scena. Almeno si vedeva Banco con lo specchio in mano (ogni tanto, stranamente, un poco di rispetto per il libretto!). Le priem due apparizioni fuori scena non si udivano quasi e poi non c’era nulla che differenziava la scena di modo che Macbeth potesse capire che c’era uno spirito.
    Il tutto sembra una cosa da neurodeliri e potrebbe interessare qualche psichiatra. Dai movimenti da schizofrenici epilettici dei mimi alle idee della regista. Lady che getta a terra con rumore le sedie dopo “la luce langue”; i sicari che sembrano degli orsoni impellicciati (anche qui palermocentrica? Ma nel senso di “La famosa invasione degli orsi in Sicilia” di Dino Buzzati?). Errore sommo: all’inizio della scena della lettera entrano in scena Macbeth e Lady assieme poi lui le dice le parole che lei dovrebbe leggere e poi se ne va. Ma i registi pensano talvolta? Se la Lady era un attimo prima con il marito, come mai un attimo dopo chiede al servo se Macbeth è con il re che sta arrivando?
    Scene di volgarità gratuita e ridicola, con i mimi che mimano amplessi stravaganti, streghe partorienti in calderoni, lettini da corsia d’ospedale che circondano la Lady durante il sonnambulismo – vigilata da un medico in camice bianco, ovviamente – e viaggiano e la seguono a mo’ di cagnolini. Scene e costumi bruttissimi. Il top del ridicolo è nella scena di arrivo di Duncan, quando piombano sul palco della ballerine in tutù rosa…..
    Poi la regia mi pareva fatta solo da idee raccattate in giro dai cestini dei rifiuti altri registi e giustapposte malamente. Ho visto almeno: Strehler (inizio con streghe sotto dei grossi teli, ma con lui era tutt’altra cosa! Manti lunghissimi dei coniugi Macbeth nelle scena del banchetto), Ronconi, Ljubimov, Carsen, persino Pelly (!)
    Insomma, una schifezza, una buffonata ridicola. Non ho ovviamente potuto vedere la regia del Macbeth di Visconti 60 anni fa a Spoleto ma non faccio fatica ad immaginare che fosse tutt’altra cosa, così come tutt’altra cosa doveva essere quella scaligera di Vilar con Scherchen sul podio. Strehler e Ronconi erano decisamene meglio. Ma molto meglio era anche la brutta messa in scena di Vick alla Scala 20 anni fa, con quell’orrido cubone. Per lo meno era rispettosa del libretto ed aliena da gratuite stravaganze.
    A Torino 15 anni fa il Macbeth era stato dato con una brutto messa in scena proveniente da Zurigo (ma è possibile che da Zurigo vengano solo schifezze? La Lucia della scorsa stagione era orrenda e la Carmen ridicola), ma almeno c’era Nucci con Bartoletti sul podio.
    40 anni fa, invece, a Torino il cast del Macbeth vedeva riuniti sotto la bacchetta di Previtali, Bruson la Sass, Ghiuselev e Bergonzi.
    https://www.youtube.com/watch?v=SCCFLSfKOlc
    Scusate se è poco. Tutt’altra cosa rispetto ad oggi.

  3. Ieri c’ero anch’io e l’impressione dell’aspetto visivo e’ stata piuttosto sconcertante ma non sorprendente, perche’ grosso modo me lo aspettavo. Siamo ad un concetto di regia che non collima con le mie preferenze, quindi ripeto, se sono uscito sconcertato era una cosa che avevo messo in preventivo. Piccola parentesi: non e’ che quella di Vick mi fosse piaciuta e, a dire la verita’, non mi dice granche’ neanche Ronconi: parlo del video di Berlino dell’85. Tanto per dirne una, la regia di Noble del MET mi sembra interessante, diciamo decisamente piu’ interessante: in realta’ i video sono 2, con il medesimo protagonista maschile, Lucic e 2 Lady, la Guleghina e la Netrebko, io conosco solo il primo. Torniamo a ieri: in effetti Don Carlo ha elencato molte cose, che rendono perplesso anche me. il cavallo, che compare 2 volte, era proprio brutto, ma era poi un cavallo ? In effetti la lettera la dovrebbe leggere la Lady ma quello, forse, e’ il punto che potrebbe trovare una giustifica di piu’ xche’ in fondo l’ha scritta il marito e, quindi, e’ come se fosse li’ a dirle quelle cose. Dunque, oltre a quanto riporta Don Carlo c’e’ un’altra cosa che non ho capito: tutti quei neonati, ovviamente bambolotti, adagiati in mucchio dai compagni delle streghe nel 3^ atto, xche’ c’erano anche loro nella scena. Boh, non lo so, ci saranno spiegazioni, magari nel libro prodotto dal Regio, che ho comprato ma non ancora letto. Personalmente, ho sofferto molto per il taglio dei ballabili e di “ondine e silfidi”, inoltre mi aspettavo il classico finale, perche’ in altre edizioni, con taglio ai ballabili e di “ondine e silfidi” e con aria di Macbeth morente il finale classico c’e’, mah staro’ facendo un po di confusione sulle versioni. Plaudo al coro femminile e cio’ mi fa ancor piu’ rimpiangere la mancanza di “ondine e silfidi” e del finale. Kowaljov ne esce, secondo me, senza infamia e senza lode, Jenis non e’ un modello di canto morbido e sfumato e il personaggio non ne esce come si auspicherebbe, diciamo che passa senza lasciare traccia ma, vorrei dire, non e’ nemmeno un modello di sguaiataggine per cui potrei forse dire che poteva andare peggio. La Pirozzi ha dei limiti di volume per cui tende a sentirsi non molto soprattutto nel duetto del terzo atto, in genere pero’ non urta le orecchie se non in certi momenti, cito ad esempio la nota su “retrocede” della prima aria, non e’ l’unico suono brutto che ha emesso ma quello era proprio brutto, in altri momenti, ancorche’ un po fioca, l’ho trovata persino gradevole. Ora, Pretti non e’ un modello di morbidezza e di stile ma, complessivamente, ne esce piuttosto bene. Da quello che ne e’ stato detto, pare che in Percy non abbia incantato, per usare un eufemismo, e cosa possa fare in Pirata non ho idea ma in Macduff, secondo me , non ha sfigurato. Don Carlo notava 2 cose, che ho notato anch’io e che confermo sicuramente: l’insufficiente Malcolm e la pienamente soddisfacente Dama, non bene, invece, il Dottore, che in altre recite e’ la Prima Apparizione.
    A questo, punto, avanti con il 2^ cast, intendo dire domani pomeriggio: potrei anche chiudere gli occhi, al limite. Comunque: Gabriele Viviani, Oksana Djka, Giuseppe Gipali, Marco Mimica.

  4. Vorrei aggiungere qualche nota, avendo visto anche io la rappresentazione del 25.06: mi ha coinvolto e molto soddisfatto – ritenendola molto superiore ad una semplice sufficenza.

    A questo proposito rimpiango che questa versione non sia vedibile anche a Milano – la prossima riapertura del teatro lirico permetterà di sfuggire alle lobby scaligere?

    Rincaro la dose e mi permetto di dire che quest’anno il Regio con Samson & Dalila, con Manon Lescaut e con il Flauto Magico almeno, ha offerto spettacoli mediamente di qualità superiore a quanto visto alla Scala. Mi si dirà, ci vuol poco, ma secondo me per un teatro con scarsi finanziamenti pubblici – rispetto a quelli della Scala – è invece molto. Lascio ipotesi di spiegazioni a menti più esperte ed analitiche della mia, ma sarà forse anche perche il Regio è più immune della Scala da contaminazioni Zurighesi, tedesche ed austriache?

    Ho trovato buona la direzione del Maestro Noseda, coinvolgente ed a tratti trascinante, anche in questo caso lascio ad altri discettere della scelta filologica sul patch-work di versioni proposte.

    Con buona pace di quanto scritto da Don Carlo sopra, ho amato la messa in scena della Signora Dante, pur restando perplesso su certe scele tipo il “bosco di Fichi d’India” ma apprezzando moltissimo la drammaticità della contemplazione ieratica del cadavere del Re Duncan ed anche la oscurità spessa, vivente e sofferta di “patria oppressa”.

    Inutile per me polemizzare con la rispettabile opinione di Don Carlo, che semplicemente non condivido; non ho trovanto nella versione della Signora Dante una dislocazione temporale arbitraria, nè un tradimento dello spirito dei personaggi, ma anzi ne ho riconosciuto un proprio calore ed un trasporto emotivo intenso, che mi hanno fatto dimenticare o forse mi hanno fatto non sentire il carente Re bemolle della Lady….
    Se è vero che il Maestro ha cominciato a teorizzare sulla “parola scenica” già dal Macbeth e che, forse per pura piaggeria, si è anche definito “un compositore di musica di teatro”, la rappresentazione teatrale, meglio, il dramma sono stati degni di sincero apprezzamento. Invidio Danilo che seguirà anche il secondo cast.
    Poi, non a tutti piace la caponatina…

  5. Ribadisco la mia perplessita’ sull’allestimento e, quindi, non condivido l’entusiasmo di MGL. Plaudo nuovamente con convinzione al coro, soprattutto femminile, e all’orchestra che ho trovato in alcuni punti molto convincente, cito ad esempio il preludio al sonnambulismo. Tendo a preferire la Djka alla Pirozzi nonostante un’emissione talvolta tagliente e alcuni slittamenti d’intonazione, pero’ nei punti in cui ha fallito la Pirozzi secondo me la Djka se l’e’ cavata e cito nuovamente il “retrocede”, inoltre la Djka ha un volume maggiore, in poche parole ha creato un personaggio piu’ convincente. Il mio vicino di poltrona, pur non apprezzandola, la giudica in progresso rispetto ad un disastroso Ballo in Maschera di alcuni anni fa. Viviani non ha emissione volgare ma il suono non e’ coperto e, quando deve salire, paga dazio come nel finale dell’aria o nell’arringa finale alla battaglia, Mimica piu’ o meno se la gioca alla pari con Kowaljov e Gipali non sfigura ma il volume e’ inferiore a quello di Pretti, si conferma l’ottima impressione sulla Dama di Alessandra Zebala’ che auspico di risentire presto possibilmente in un ruolo piu’ corposo. Il volume orchestrale avrebbe potuto essere piu’ contenuto in alcuni momenti, vedi aria di Banco ma questo non lo imputeremo a Noseda: colto ieri improvvisamente da lombo-sciatalgia acuta, domani sara’ in sala operatoria, sostituito oggi e nelle restanti recite dal Maestro Mario Laguzzi.

Lascia un commento