Juan Diego Florez alla Scala

barbican-florezE’ stato nel contempo un concerto di ieri ed uno di oggi quello che  Juan Diego Florez ho proposto, applauditissimo, alla Scala la sera di lunedì 18. Di ieri intendendo con tale avverbio di tempo ricordare i recitals di canto dove i divi del canto (Olivero, Bergonzi, Caballè Berganza, Bumbry, Horne) sino agli anni ’80 offrivano al loro pubblico e dove il fine era dare il  meglio delle proprie doti vocali ed interpretative, aggiungendo un terzo tempo costellato di arie d’opera, fra cui alcuni topoi. Oggi l’unica cantante ancora capace di questo rapporti privilegiato con il pubblico è Frau Edita Gruberova, che da Barcellona ha principiato i propri concerti d’addio come fecero le Grisi, le Melba, le Patti e come abbiamo riferito.

 

Su questa strada Florez si profonde in una teoria di bis, proponendo alcuni dei propri luoghi topici come la sezione conclusiva del rondo di Almaviva (l’altro sarebbe l’aria dei nove do, che lunedì non è stata proposta) ed è pure vero che non aderisce prono alle imposizione (foie) culturali della dimissionaria direzione artistica, che vuole un concerto dedicato interamente alla musica da camera, di cui regina indiscussa quella in lingua tedesca. Anzi in punto si tramanda che il tenore peruviano abbia lucrato, sin dal primo concerto,  speciale esenzione dal diktat lissneriano.

 

Ma il gusto di “altri tempi” di Florez  finisce nelle scelte di fondo del concerto, perché dal programma in poi siamo nella più autentica attualità.

 

Più volte abbiamo scritto dei limiti tecnici di Florez, che, ad onta di una naturale estensione, presenta zona medio grave sorda, centro di limitata risonanza, che se spinto alla ricerca di quel minimo volume diventa chevrotante ed acuto estremi ghermiti e bianchi. Oggi come fisiologicamente accade con il decorso degli anni (Florez ha da poco passato i quarant’anni) gli acuti suonano opachi e stimbrati e sempre raggiunti con una amusicale presa di fiato prime dell’emissione.

 

Solo che lo pseudo metodo di canto (guardare come non respiri il cantante) non ha permesso quel normale ed anche minimale ampliarsi della voce nella gamma centrale della voce con il conseguente e, vorrei dire fisiologico, ampliamento del repertorio. Capitò persino a Kraus (che a scanso di fraintendimenti vantava ben altra complessione tecnica) fra i quarantacinque ed i cinquant’anni quando inserì stabilmente nel proprio repertorio Racconti e Romeo, abbandonando nel contempo Puritani e Sonnambula. Dico persino Kraus perché il tenore canario ebbe per tutta la lunghissima carriera nella zona acuta la parte privilegiata della propria voce.

 

Con queste premesse molte delle scelte in programma o in bis sono ora inadeguate, ora velleitarie, ora entrambe le cose.

 

Mi riferisco ai brani d’opera quali la grande cavatina di sortita di Adriano di Monforte dal Crociato in Egitto (qui presentata nella versione scritta per Niccolò Tacchinardi) o la scena di carcere del Devereux. Le scritture centrali soprattutto negli andanti rendono, per limite di emissione, il canto di Florez piatto e monotono, privo di una gamma coloristica che consenta di apprezzare l’interprete. Preciso che ad onta delle puntature acute il lamentato vizio accade anche nelle canzoni (vedasi Amapola di La Calle, proposta quale bis) o nei brani tratti dalle zarzuele. Quando, poi. arrivano le cabalette fiorite come  quella di Meyerbeer, di scrittura spianata (e quindi impossibile o quasi a variarsi o diminuirsi perché non è Rossini) le difficoltà sono ancor più marcate e allora o si taglia il da capo come accaduto con la pagina donizettiana o si regge la scrittura con evidente sforzo, nessun “fuoco d’artificio” e non si supera il confronto con altri interpreti. Negare le circostanze lo possono fare solo i fans.

Il fenomeno può essere letto come limite del cantante e l’ascoltatore, in quanto sta dall’altra parte del palcoscenico, può (o forse deve, come dicono gli addetti ai lavori) limitarsi a questo. In realtà l’ascoltatore, soprattutto quando è quarant’anni che assiste a concerti di canto e non ha velleità di culturalizzarsi, ma la ben più semplice e sana di sentire del sentire del canto di scuola non può mancare di rilevare:

a) che i brani d’opera non si possono scegliere a casaccio, e  presentare tagliati ciascuno in modo differente senza una ben precisa regola di fondo e senza rispetto della loro struttura musicale. Arie come quella del Crociato, che prevede interventi del coro a fare da pertichino ad Adriano e la cui assenza costringe il cantante a sillabare “agli allori, agli allori” (mica siamo dal salumiere, che sta preparando i fegatelli) sono brani che privi del supporto di orchestra e coro almeno della prima  non si possono eseguire. Una assoluta belcantista, regina di oculatezza del concerto di canto, come Marilyn Horne limitò alle sortite di Tancredi, Malcom ed Arsace o all’aria di Calbo le arie di Rossini in concerto. Non sarà, poi, un caso che la sola cavatina di Semiramide sia il solo numero solistico della Colbran  eseguito ed eseguibile in concerto. Se aggiungiamo che l’aria di Meyerbeer costituita da un recitativo ampio e solenne, un’aria in tre sezioni e di scrittura centrale, non è proprio consona a Florez l’effetto negativo è facile a conseguirsi. E lo stesso discorso vale per l’aria di sortita di Raoul dove nella seconda strofe il pianoforte non può sostituire il contro canto del tenore, tenuto conto della scrittura musicale ben lontana dalla melodia italiana.

b) inoltre quando si eseguono arie d’opera l’esecuzione deve essere coerente e con essa i tagli. Nel concerto di lunedì abbiamo avuto l’esecuzione integrale di quella del Crociato in Egitto, quella di Raoul eseguita scorciata del recitativo ridotto alle battute “Oh qual soave visione” e seguenti, come se bastioni di Ambosa e studenti in vena di goliardia non godano le simpatie del cantante (a differenza dei popoli dell’Egitto al porto di Damietta), mentre quella di Roberto Devereux è stata privata del da capo. E questo perché? Comprendiamo che Florez debba ampliare il repertorio, dimostrare di non essere solo un tenore da Rossini, ma ci sono scelte di fondo e scelte di repertorio, che potrebbero meglio consentire al cantante di risaltare. Ad esempio le arie di Fernando di Favorita (che dovrebbe essere il prossimo debutto del tenore peruviano) o il “bella, adorata incognita” di Giuramento che risparmia all’inadeguato strumento di Florez una cabaletta da sapore fortemente pre verdiano.

c) e poi vero che ci sono esigenze personali e commerciali di ampliare il repertorio, ma ci sono anche i limiti della voce e della tecnica. Una cantante di modesta qualità naturale e di evidenti limiti tecnici come Victoria de los Angeles è stata una grandissima concertista scegliendo e proponendo quello che era consono ai propri mezzi. Un esempio. E allora che senso ha cantare l’aria di Gaston di Jérusalem quando mancano l’ampiezza, la magniloquenza e lo squillo del tenore da grand-opéra, di cui è doveroso per ricordare le esigenze del canto, dell’accento e della scansione verdiana.

 

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28 pensieri su “Juan Diego Florez alla Scala

  1. Nulla da aggiungere su Florez; del resto mi mancano le parole dopo l’ascolto di Escalais, che nello squillo dell’acuto pareva una tromba d’argento puro. E la bellezza dei centri! E pensare che siamo all’età della pietra del disco, e questa gente cantava dentro un imbuto. Adesso pare che cantino sì in un imbuto, ma tenuto alla rovescia.

  2. sì sì sì e nessuno sa più scolpire statue come Michelangelo…. scherzi a parte Flòrez sarà pure noiosino e monocromatico, ma è un cantante serio e onesto. Paragonarlo a Schipa (con lo Schipa di Amapola poi!) è fuori luogo ,il giusto confronto sarebbe con un Alva o un Monti. Flòrez è in tal senso, un notevole passo avanti, almeno per me. (Nella ” Bella Elena” mi è comunque parso notevolissimo!!)

  3. Che Juan Diego Florez sia un cantante con dei limiti dovrebbe essere chiaro a tutti (anche se non lo è).
    A volergli fare le pulci l’altra sera si sono sentiti dei gravi che mi sono sembrati privi di appoggio nelle due arie da Semele (forse la cosa peggiore del concerto) e qualche fiato “rubato male” che non hanno però intaccato più di quel tanto un legato lineare. Ha esibito un paio di volte un trillo spurio e le acciaccature non mi sono parse pulite. In compenso gli acuti non mi sono arrivati più sbiancati di quanto non sia già “bianca” tutta la voce. Forse presi un po’ d forza, ma adirittura ghermiti, no: non sono d’accordo.
    È vero che Madre Natura non gli ha dato quella sonorità che ricerca forse con quella fatica che il tenore peruviano ha palesato più d’una volta. Affaticamento comunque dovuto anche ad un programma che contemplava arie non adatte al suo peso vocale nè ora nè MAI: e se nell’aria del Crociato se l’è sfangata, che per Raoul, come ritengo per Arnoldo, la voce non abbia i carati necessari dovrebbe essere evidente (anche se non lo è nemmeno questo). In particolare il taglio del recitativo è sembrata anch a me un’operazione di camouflage.
    Non credo che si possa ottenere molto di più nemmeno da una più corretta respirazione. A tal proposito però non posso valutare come effettivamente Florez respiri: innanzitutto perché non si finisce mai d’imparare a respirare (questo vale per tutti, pure per i non cantanti) e poi perché sebbene fossi in un ottimo palco, ritengo di essere stato troppo lontano per intuire cosa facesso sotto le palandrane del frack. Certo, mi sono chiesto a che gli giovasse quel suo continuo incassare la testa nelle spalle, che bene non gli fa.
    Parlare dei suoi limiti tenici come quelli naturali provoca indubbiamente l’effetto di ingigantirne l’importanza di fronte al dire quanto io abbia comunque apprezzato ascoltare un tenore che almeno sappia ancora dove mettere la voce in bocca: ho sentito suoni piccoli, talvolta un po’ spinti, ma proiettati; ho sentito un’ottima dizione e un buon legato, o quanto meno discreto.
    In tempi di carestia come quelli d’oggi, me lo si consenta, non è poco.
    Certo su tutto è mancato ancora una volta l’interprete, che è la cosa che più mi dispiace in Florez: il suo canto manca così tanto di intenzione da divenrire pressoché del tutto anodino.
    Nel complesso, però, posso ritenermi soddisfatto: non ho assistito a un concerto di canto storico (e probabilmente l’anagrafe mi ha precluso per sempre questa possibilità), ma comunque ho passato serata piacevole in compagnia di un professionista non meritevole di infamia ma nemmeno di una lode sperticata, che si è speso con generosità per il pubblico scaligero mostrando tanto rispetto quanto simpatia.
    Di questo sono grato a lui e all’amico che mi ha permesso di ritornare in Scala, dopo tanto tempo, lunedì sera.

    • perfettamente d’accordo sulla de Los Angeles che continuo a ritenere il timbro più femminile che si possa ascoltare inciso in disco (non so dal vivo) Certo, i suoi acuti non sono mai stati una meraviglia, ma chi se ne frega!

      • io l’ho sentita piuttosto stagionata e si sentiva la menopausa. è una battuta per dire che il timbro era piuttosto arido, l’interprete delicata e dolce. Femminile sì. Ma se penso alla voce femminile penso a Maria Chiara fra quelle che ho sentito dal vivo e nei dischi la Tebaldi (che ho sentito nell’ultimo concerto milanese), la Milanov e la Cerquetti.

  4. Sono d’accordo con Billy Budd e con Enrico Talmberlick e trovo che il più grosso “difetto” di Florez siano i suoi estimatori incondizionati, che lo incensano e lo venerano qualunque cosa canti; riportato nella sua corretta dimensione di tenore lirico leggero rossiniano (sulla scia di Alva, ma più esteso in alto e con agilità migliori) con alcuni limiti tecnici, vocali e di conseguenza di repertorio lo si può apprezzare, considerare serio e corretto se non tenta di strafare, e anche bravo, entro i suoi limiti naturali e in relazione a quello che offre il panorama attuale.
    Certo quando lo si sente esaltare in maniera acritica, come se non ci fossero stati veri fenomeni tecnici e vocali con i quali confrontarlo, è difficile resistere alla tentazione di fargli le pulci.

  5. insomma se cantasse italiana, pietra del paragone, cenerentola, barbiere, fenton, Ernesto del don pasquale paolino del matrimonio e lasciasse dove sono le parti di david, nourrit, duprez e magari donzelli o Tacchinardi……….

  6. Splendido concerto, con quasi il record di bis alla Scala (6) raggiunto, almeno in mia presenza. Ricordo al riguardo il concerto 1978 (?) della Horne dove ne fece se non sbaglio sette (compreso Ugonotti richiesto a furor di popolo durante il programma). Tamberlick scrive una bella recensione e concordo con lui al 75 %, perché sono convinto che il tenore di grazia in Meyerbeer abbia piena cittadinanza soprattutto se si vuole sentirlo eseguito integralmente. Il suo “Bianca al par di neve alpina” già molto buono é certamente migliorabile e comunque ritengo che se nell’edizione Decca al fianco di Dame Joan ci fosse stato JDF al posto di Vrenios, quell’edizione sarebbe stata veramente completa o almeno di riferimento per chi ritiene che Roul non debba essere necessariamente un palestrato. Buono anche Roberto Devereux a conferma di un’ottima inclinazione del nostro per le parti scritte da Donizetti.-
    Handel purtroppo, anche con le attenuanti dell’averlo eseguito a freddo, ha accusato dei limiti espressivi e le agilità erano affrontate come si affronta un compito in classe di matematica in quarta liceo. Quest’ultimo é però il giudizio di chi in Semele ascoltò Blake alla Fenice.-
    In fin dei conti chi gufava anche in questa sede alla vigilia del Guglielmo Tell prevedendo che JDF non sarebbe arrivato alla quarta recita (che fu eccellente) e che eseguendo integralmente il capolavoro rossiniano avrebbe lasciato qualche pezzo della sua organizzazione vocale sul campo di battaglia, al 18.11.2013 é stato smentito.-

  7. Teatro alla Scala.
    Stagione 1972.
    Prima stagione durante la quale nel
    Teatro milanese si sarebbero
    esibite celebri voci in concerti di canto.
    Serate volute dall’allora Sovraintendente
    Grassi, su continue, ed efficaci a quanto
    pare richieste del nostro caro Domenico,
    la cui intenzione era ovviamente quella
    di avere la Sutherland almeno in concerto.
    Non il Donzelli, eh! Che era troppo
    giovane ancora, Domenico l’Altro.

    Concerto di Teresa Berganza.
    11 Bis.
    “La Zingara” di Donizetti subito dopo
    la prima parte, gli altri 10, dopo il brano
    che chiudeva il concerto vero e proprio
    e cioe’ “Canto negro” di Montsalvage.
    Grandissima serata.
    Celeberrima la scena d’entusiasmo
    post concerto del nostro caro Tino.
    Besos.

      • allora esistevo anche io che avevo 13 anni ( e così si sa per chi già non la sapesse l’età vera di donzelli) non parlavo con paolo grassi. L’altro domenico è un loggionista di antichissima data (credo dall’epoca della medea della callas) che di cose belle ne ha viste, sentite e registrate. Un caro amico con il quale si condivide la passione per i suoni ben messi per il canto di scuola per l’espressione consona al personaggio e all’autore. Sai quelle orrende sette che attentano allo stato quo impostoci dall’alto!!!!
        ciao

        • e allora mettimi in contatto con lui visto che mi manca la registrazione del concertone a favore della casa Verdi 1979 (quello con la stecca della Cotrubas), del Don Carlo 1979 con Raimondi, Bruson, Carreras, e del Mosè fischiatissimo. Faresti un opera di misericordia, anzi di emmisericordia…

          • la vera opera di misericordia nei tuoi confronti sarebbero le edizioni integrali di battistini, sembrich, nezdhanova, gigli, stignani, kurz, ivogun, galli curci, affre, escalais da ascoltare reiteratamente e poi alla luce di quegli ascolti rivedere le proprie opinioni qui scritte!!!!
            ciao dd

          • 54 a febbraio per l’esattezza. credo (anzi spero!!!!!) sia per gli spettacoli ed i cantanti che ho visto e sentito. Il mio debutto operistico avvenne a nove anni con l’assedio scaligero. Sai certe cose segnano le persone!!!!!!!!

  8. Ho ascoltato oggi dei brani trasmessi alla Barcaccia e devo dire che sono rimasto molto piacevolmente colpito dalla prestazione di Florez! Centri ben appoggiati e belli anche gli acuti nel “Barbiere” (ottima anche l’agilità, decisamente meglio del solito!) e ne “La donna è mobile”, mentre ne “La belle Hélène” suonavano un po’ spinti. Capisco le perplessità complessive sul programma, ma i tre brani radiotrasmessi erano decisamente ben cantati.

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