Bolena alla Scala: c’era una volta l’opera seconda stazione

Giuditta Pasta Anna Bolena

Proporre Anna Bolena in un teatro si giustifica solo in presenza di una grande primadonna in grado di reggere la parte onerosa sia sotto il profilo vocale che interpretativo, predisposta da Donizetti per Giuditta Pasta, che nel  1830, divenuta una vera primadonna tornava in Italia ed esigeva  un ruolo consono ai propri mezzi e fama. In difetto di una tale disponibilità la Bolena come molte parti del tempo è bene  lasciarla nei testi di storia della musica e negli archivi dei conservatori. A riprova dell’opportunità poche esecutrice ottocentesche Giuditta Pasta, Giuseppina Ronzi de Begnis, Giuditta Grisi (ricordata persino da Fogazzaro in “Piccolo mondo antico”) Giulia Grisi, Marianna Barbieri Nini sino alla Galetti Gianoli  cui poche all’altezza della parte si sono aggiunte dalla ripresa scaligera del 1957.

Solo la provinciale presunzione ed impreparazione della attuale dirigenza scaligera poteva presumere di riprendere il titolo in assenza di una protagonista di livello. Per altro  il ragionare con presunzione congiunta a gusto provinciale è la peculiarità di questa gestione che crede di poter proporre un titolo in assenza di una protagonista ed il congruo contorno di mediocre bacchetta, compagnia scalcagnata ed allestimento filodrammatico.

Per altro il fatto che venerdì sera una stagionata cantante russa che, oggi nei roster di una importante agenzia, si divide fra teatri russi di secondo piano e quale gigantesco contenitore, che diventato il Met non coincide con avere offerto al  pubblico scaligero una protagonista. Quando la voce è bassa di posizione e gonfia al centro per nascondere la propria origine di soprano coloratura, con ripercussioni sulla zona medio alta dove  i suoni sono costantemente duri, striduli e vibrati a partire dai sol, la bem e la della cabaletta della sortita, si omette la salita al do acuto nella prima sezione del “coppia iniqua”,  non si può dire di avere cantato il complesso ruolo. Non solo ma in condizioni di tecnica vocale periclitante interpretare è impossibile e le decine di frasi che  nei recitativi accompagnati  o nei cantabili pensate per esaltare l’interprete e la dicitrice passano via nell’indifferenza della cantante e del pubblico. Pensate ad un “Ah segnata la mia sorte” appena accennato perché le energie vocali si sono bruciate per veristeggiare nel “giudici ad Anna”, ad una “sul guanciale del regio letto” ben lontano dall’apostrofe tipica della donna regale offesa sino ad un “a questa iniqua accusa mia dignità riprendo “ dove regalità e dignità sono concetti estranei alla cantante chiamata in scala.

Sarà, però, bene che il pubblico, che in vena di sorda e cieca ( la cantante non sa recitare ed è anche messa in difficoltà perché metri di funerei veli li sapevano gestire una Callas, una Gencer, un’ Olivero) misericordia non ha coperto di fischi questa  caricatura di soprano  ricordi bene il nome : Hibla Gerzmava. La predetta sul suo face annuncia un ritorno alla Scala per il 2018 quale duchessa Elena dei Vespri,

Vogliamo credere, ma dubitiamo, che siffatto ruolo sia stato promesso quale specchietto per le allodole allestito al solo fine di salvare l’avventata scelta in cui si è infilato  Pereira.

Quanto alla provincialità peculiarità di Pereira, per altro proviene da un teatro di provincia quale è l’opera di Zurigo, ne è testimone l’allestimento scenico di fatto di quattro assi di legno, un povero seggiolone dove Anna sta appollaiata per cantare il finale,    quattro scanni che i coristi si portano via come i pliant  nei cinema arena e nelle spiagge  degli anni  ’50, costumi  che possono provenire da un noleggio di costumi per il carnevale. Taccio della raggiera sulla testa di Anna, che con buona pace di chi ha pensato un simile pastrocchio, non è Lucia Mondella e neppure Giuditta Pasta vestita con il costume locale per la festa di  santi patroni (Gordiano ed Epimaco) di Blevio.

Sonori fischi per tutti e per la cronaca i fischi erano stato dispensati pure a Tolone e Bordeaux, assoluta provincia francese, con i cui teatro municipali l’opera è stata coprodotta ad opera di Marie-Louise Bischofberger ex signora Luc Bondì ed alla sua prima produzione operistica, giusto perché la Scala deve lasciare spazio ai giovani ed alle promesse. Qui gioventù poca, promessa zero trattandosi di una debuttante.

Il messaggio è chiaro la Scala è al livello di quelle  realtà della provincia francese o tedesca nulla più.

Ma i fischi sono scesi e non parchi sul direttore d’orchestra, che ha consegnato al pubblico una provincialissima esecuzione tagliata. Non siamo al forbicione di Gavazzeni in Scala (il quale  spiegò nel suo “le campane di Bergamo” il motivo di quei pesanti tagli), ma vi siamo, pur a distanza di sessant’anni, molto prossimi.  Ed in sessant’anni sotto questo profilo di fatti ed atti ne sono corsi, a patto di credere che l’opera pre verdiana abbia una sua struttura drammatica e musicale ben definita.

Si può anche essere nelle condizioni di dover evitare  l’esecuzione integrale, ma sopprimere il coro alla cabaletta della sortita di Anna il coro, tagliare il da capo del rondò della Seymour, beneficiata di quattro o cinque coriste, tagliuzzare una battuta, un acuto al tenore è da incompetenti della bacchetta. Capitava in provincia negli anni ’50 e ’60, compensato, però, da voci degne di questo appellativo e non dilettanti e principianti cronici ossia  cantanti decotti.

Alla prima categoria appartiene Piero Pretti, forse il migliore in campo, ma dalla voce greve e verista quand’anche con una certa facilità nel tirare gli acuti estremi, ma che ignora  il suono sostenuto e galleggiante sul fiato, che consente fraseggi sognanti inspirati e cesellati oltre che acuti sonori e penetranti, idonei a restituire l’idea del canto e del fraseggio  del tenore protoromantico cui il personaggio di Percy appartiene e che fece la grandezza e fama di Rubini, Mario, Ivanoff, Calzolari sino a Tiberini e Masini. Chi volesse provare a capire cosa possa essere il  fraseggio inspirato del tenore pre romantico vada a sentirsi i reperti archeologici di Checco Marconi, Aristodemo Giorgini, Alessandro Bonci.

Cantanti decotti : Carlo Colombara,  ben contestato dal pubblico,beneficiario anch’esso di  tagli alla rampazzo, acuti ormai accennati e accento inesistente e soprattutto Sonia Ganassi, che di fatto ha la voce di una comprimaria usurata (volume inesistente, acuti ghermiti,  prima ottava vuota ed opaca,  strilli fra il mi sol acuti) ed il gusto e l’accento “che sente di vanga”. Si consoli la signora lo dicevano anche del suo corregionale Verdi.

Questo carrozzone indegno per un teatro d’opera, offensivo per la storia della Scala avrebbe dovuto non finire sommerso da fischi, sberleffi ed apostrofi del pubblico, ma la verità ancor più dolorosa di quella rappresentata dall’abortito allestimento è che il pubblico, conscio di quello che va a sentire non c’è più, sostituito da improvvisati siano essi turisti, che una volta nella vita devono vedere la Scala (quand’anche si esibissero i Legnanesi), anziani claquers o pubblico udente,trasformatosi a loro volta in plauditores per riempire una serata, professori e professoresse allocati all’università, ma che meglio starebbero all’avviamento professionale tali e tanti timorosi sordi hanno allevato, e tutti pavidi che si lamentano e, poi, scappano come i topi quando la nave affonda perché mamma Scala è mamma Scala e garantisce tutte le sera una bella razione di pastone.

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30 pensieri su “Bolena alla Scala: c’era una volta l’opera seconda stazione

  1. Interessanti come sempre i commenti di Donzelli. Mi dispiace per Colombara che ricordavo per quando lo avevo sentito, in illo tempore, come un buon basso.
    Ovvio che affidare Anna Bolena ad una cantante sconosciuta da provincia russa significa giocare un terno secco sicuro su un fiasco o poco ci manca, a meno di nonessere riusciti a scoprire una cantante di statura eccezionale che, quale una novella Ponselle, possa salire sconosciuta su un palcoscenico celebre e scenderne diva. Ma casi del genere, oltre alla Ponselle, quanti se ne sono verificati?
    Chi vuole fare un giretto sulla rete potrà deliziarsi delle assolute castronerie, corbellerie, cavolate, idiozie e scemenze tirate fuori dall’inclita regista a giustificare la sua visione delle spettacolo (opera femminista….). Se poi è vero che i fischi ci sono stati anche a Bordeux e Tolone, ciò dice tutto e non necessita di molti altri commenti.
    Piuttosto allego quanto ho letto sul sito de La Stampa:
    ” “Anna Bolena” sepolta dai fischi alla Scala di Milano
    Alberto Mattioli
    Aspettando La gazza ladra, alla Scala è andata in scena un’imbarazzante Anna Bolena di Donizetti, senz’altro lo spettacolo peggiore dell’evo Pereira (finora, almeno), che ha brutalmente interrotto la serie positiva di Falstaff, Traviata e Meistersinger. Diceva l’Artusi (Pellegrino, non il cinquecentesco teorico della musica Giovanni Maria) che per fare un pollo arrosto la prima cosa da fare è prendere un pollo. Per fare Bolena, opera che alla Scala ha una storia illustre, complicata e pericolosa, per prima cosa si deve prendere un’Anna. C’era la Netrebko ma, quando è scomparsa, sarebbe stato meglio annullare la produzione. Invece si è diabolicamente perseverato approdando venerdì al disastro.
    La compagnia è stata scelta con criteri incomprensibili. Inutile quindi gettare la croce addosso ai cantanti, che hanno fatto quel che hanno potuto, poco in verità, risultando tutti più o meno fuori posto e uno addirittura imbarazzante. La protagonista, Hibla Gerzmava, è un dignitoso soprano lirico che, quanto a carisma, sta a una Bolena alla Scala come il sottoscritto a Brad Pitt. Ma se sul podio c’è Ion Marin che si limita a battere il tempo e scorcia la partitura di circa la metà, come se fossimo ancora alla scure di Gavazzeni (lui aveva la Callas, però), la parte musicale è persa in partenza.
    Addirittura assurdo, poi, aver importato dalla provincia francese (Bordeaux, per la precisione) uno spettacolo atroce con scene orrende, costumi raccapriccianti e una regia pretenziosa e insensata di Marie-Louise Bischofberger. In un teatro dove si ciancia un giorno sì e l’altro pure di «italianità», trattare Donizetti da serie C’è imperdonabile. Fiascone finale con fischi e improperi vari. ”

    C’è bisogno di aggiungere altro?

    E Amadeus titola: “Anna Bolena: un’occasione mancata”.
    E la recensione non è stata certo molto favorevole, anzi!
    http://www.amadeusonline.net/recensioni-spettacoli/2017/anna-bolena-un-occasione-mancata

    Quindi in questo caso non sono solo i grisini cattivi a fare critiche assai severe!

  2. Io davvero non ho parole per definire quanto si è visto e sentito venerdì. La provincia più scalcagnata ha prodotto spettacoli più dignitosi (anche il Festival di Bergamo che tante volte ho criticato). E’ vergognoso che un teatro importante propini al pubblico una roba del genere, a partire dall’allestimento assolutamente insensato e brutto. Ma dare tutta la colpa alla regia, attribuendo alla messinscena le ragioni del fiasco – come si legge da qualche parte – è profondamente disonesto. Bolena non è un titolo da improvvisare, ma è la summa della prima fase del percorso musicale donizettiano: è un capolavoro di ampie proporzioni che richiede personalità interpretativa e bravura nei cantanti, così come consapevolezza nel direttore. E invece alla Scala si è sentito un orrore continuo. Marin (che ho apprezzato molte volte: ad esempio nella sua Semiramide incisa per la DGG che musicalmente è, secondo me, quella diretta meglio), ha iniziato molto bene, con un bel clima notturno e carico, evitando effettacci e chiasso, scegliendo tempi giusti e creando belle suggestioni…poi al secondo atto sembrava un altro direttore (per tacere di alcune “svirgolate” dei corni…). Inaccettabile però è la massa dei tagli (da capo, code, brani interi)…e la riscrittura di molte frasi: certo con il cast presentato forse i tagli dovevano essere maggiori, ma non è un discorso serio. Alla Scala nel 2017 (usando oltretutto la nuova edizione critica) si impone l’integrità della partitura. Sui cantanti poi…non era il problema di uno o due elementi, ma della totalità (comprimari compresi) del cast: inutile infierire, ma Colombara ha stonato tutta sera, la Ganassi era inadeguata, i comprimari con poche frasi erano ugualmente tremendi, Pretti ignorava completamente cosa fosse il tenore romantico (oltre alla riscrittura completa della sua parte – nonostante ciò in “Vivi tu” e nel moncherino di cabaletta, scoppiava). Della protagonista si è detto…. Davvero inconcepibile!

  3. Rivogliamo la Netrebko, Meli, D’Arcangelo e la Garanca nell’edizione di Vienna del 2011. Checché se ne dica, quell’edizione fu nettamente superiore rispetto a quanto udito l’altra sera in Scala. Senza ombra di dubbio.

  4. Grazie a tutti per le recensioni dell’Anna Bolena. Farò a meno di fare la fatica di cercare un biglietto. Nessuno invece ha voglia di commentare i Meistersinger scaligeri? Mi è sembrata un’edizione molto mediocre, con una brutta regia e alcuni cantanti inadeguati (in particolare il tenore) per cui non riesco proprio a capire i peana che si leggono in giro e le ovazioni in sala, soprattutto verso la direzione. Il vostro parere?

  5. Leggendo i commenti negativi praticamente unanimi sulla Bolena di Milano, non posso che rallegrarmi per l’altra regina ovvero la Stuarda in scena a Roma in questi giorni, con una strepitosa Marina Rebeka. Orchestra e Direttore entusiasmanti e messa in scena sobria ed elegante. Visto che parliamo di Donizzetti.

  6. Buonasera a tutti!

    Dop un mesetto torno a scrivere e non posso che accordami, pur non conoscendo bene l’Anna Bolena (mi fermo all’opera del secolo prima, massimo Rossini), a quanto la Scala sia diventata ormai un posto per turisti di terzo ordine o di “applausini” radical chic e “politically correct”. Un tempio come la Scala, importante esempio di Teatro, quel Teatro con la T maiuscola, messo in balìa di incompetenti. E, guai a non applaudire! Perchè tutto devo essere positivo, tutto deve essere “giusto”. Fra un mese sarò ad ascoltare/vedere il Don Giovanni con Pisaroni, speriamo bene!

    Ps, modalità cattolico on: ma nei venerdì di quaresima, non sono vietate le rappresentazioni? modalità cattolico off.

    Ciao!

  7. non ricordo di aver letto negli ultimi anni un dissenso cosi univoco e omogeneo da parte di tutti per uno spettacolo. Tutti, qualsiasi sito, qualsiasi giornale ha stroncato questa Bolena. L’unica cosa che mi vien da dire è: quanto dura ancora il contratto di Pereira?

    • Non doveva andarsene al 31.12.2015? Dopo l’Expo…..che poi cosa c’entrasse la Scala con l’Expo…visti i forni ai vari concerti, ai Wozzeck, etc etc…non se ne dovrebbe andare solo lui…ci sarà anche qualcuno che lo “consiglia” in merito o fa tutto da solo? E poi il prossimo che arriva? Peggio di questo?

        • Sono perfettamente d’accordo…..ineducazione o disaffezione del pubblico? Mi ricordo il Wozzeck diretto da Sinopoli e la Scala non era vuota……Anche io ormai faccio parte dei disaffezionati….e son contento di risparmiare soldi ed evito di spendere anche i 28 € di terze file di galleria per spettacoli dove regna solo la noia delle esecuzioni e la bruttezza delle produzioni…..ed ormai alla Scala e non solo, tutto ciò capita regolarmente. So che sto parlando di cose condivise da molti ma ahimè é cosi

  8. Sono estremamente contento di non essere andato a sentire questa Anna Bolena alla Scala. Io amo la musica di Donizetti e sono lieto di non essermela sentita rovinare. Ho ascoltato brevemente, sia su you tube (dal video che ora non si trova più), sia alla radio, pochi attimi dell’opera che, per l’appunto, mi hanno reso lieto di non averne sentito di più. Ascolti a dir poco terrificanti. E ho parlato con taluno che alla Scala c’è stato, e mi ha confermato che c’era di tutto e di più. In peggio.
    E pensare che 17 anni or sono a Cremona avevo potuto sentire e vedere un’Anna Bolena più che accettabile (e mi pare pure integrale), con – se ben ricordo – la Theodossiou, Papi, Sartori e la Ganassi, Severini sul podio e la messa in scena di Miller proveniente da Montecarlo. Tutto funzionava bene. La Ganassi era tutt’altra cosa rispetto a quella sentita brevemente in radio.
    La morale è che anni fa in un teatro della provincia lombarda si poteva mettere in scena una Bolena molto più che dignitosa, mentre oggi alla Scala si mette su una Bolena che non vale nulla sotto ogni punto di vista, musicale o scenico. Che bello!!!!!
    A mio modesto parere, per quel poco che ho potuto sentire, concordo sul fatto che anche l’edizione viennese diretta da Pidò probabilmente, pur tutt’altro che perfetta, sia migliore di quanto abbiano ascoltato alla Scala coloro che hanno avuto la sventura di esservi. Ci vuole poco!

  9. Ci sono andato ieri sera recita del 20 aprile con la Lombardi (tanto avevo già il biglietto, di 2^ galleria per precisare già cosa mi aspettavo). Che dire? Una non-opera! Tanta noia (mi sono perfino appisolato). Unica nota positiva (si fa per dire, tagli a parte) proprio il direttore d’orchestra che ha fatto una bella introduzione, ha diretto correttamente, ha cercato di aiutare i cantanti. Stop. La Lombardi ha mostrato le stesse carenze dell’altro soprano, la Ganassi (che non mi è mai completamente piaciuta) è peggiorata molto, Colombara pazzescamente in difficoltà in ogni nota, Pretto bravino ma non per fare Percy, Smeton improponibile. Anche il coro mi è sembrato seguire lo stesso destino dei cantanti. Per non parlare della non regia, non scene, non rappresentazione. Con costumi senza senso e una corona sul capo della Bolena all’inizio del finale veramente ridicola. In confronto (se così si può dire) i Meistersinger sono stati un capolavoro. Speriamo un po’ meglio nella Gazza…

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