Medaglie incomparabili? “Il viaggio a Reims” di Cremona

UnknownUn azzardo o un rischio calcolato? Allestire nell’ambito della stagione dell’ASLICO Il viaggio a Reims è sicuramente una scelta impegnativa, coraggiosa e un po’ folle, ma, se affrontata con intelligenza, non diventa il classico “passo più lungo della gamba”. Conosciamo tutti la storia avventurosa della riscoperta della partitura scomparsa di Rossini: scritta per l’incoronazione di Carlo X – forse il monarca più ottuso e reazionario dell’Europa restaurata – venne subito ritirata dall’autore (dato il carattere occasionale del testo) e, riutilizzati alcuni brani per Le Comte Ory, dopo altre due stravaganti riprese nel’48 in chiave rivoluzionaria e nel ’54 per celebrare le nozze di Sissi e Cecco Beppe, sparì del tutto. Solo dopo più di un secolo vennero rinvenute le parti originali non riutilizzate e, con un complesso e paziente lavoro filologico di ricostruzione, la partitura ebbe la sua prima esecuzione moderna nel 1984 a Pesaro con il meglio – o quasi – dei cantanti rossiniani allora in circolazione ed il maggior direttore che all’epoca avesse affrontato l’opera di Rossini, seppur nel solo catalogo buffo. Il resto è storia. E mito. Da allora molta acqua è passata sotto i ponti ed Il viaggio a Reims, scritto per le più grandi stelle canore dell’epoca, non “badando a spese” per quanto riguarda difficoltà e dimensioni (è un’opera lunga e tecnicamente ardua), si è via via trasformato in opera-saggio per i giovani dell’Accademia Rossiniana. Solo ultimamente però i titolo ha preso la via di una diffusione più ampia. Certo allestire un titolo del genere – con tutte le difficoltà connesse e i necessari patteggiamenti – è una scommessa. Scommessa sostanzialmente vinta dall’ASLICO che si affida ad una compagnia di quasi tutti giovani. Certo all’entusiasmo percepibile e all’impegno profuso, non corrisponde un risultato d’eccellenza, ma questo lo si sapeva sin dal principio. Del resto ben poche volte – nella storia esecutiva recente dell’opera, ossia dall’84 a oggi – l’esecuzione di questo difficile capolavoro è stato pienamente soddisfacente (meno che mai nella sua ultima ripresa scaligera, con un cast tanto blasonato quanto deludente ed una direzione che definire impacciata è “bugia pietosa”). Quindi, sgombrato il campo da equivoci ed aspettative esagerate ed evitando ogni inutile confronto con produzioni di altri tempi e ben altre risorse economiche, non si può che valutare positivamente la sfida di questo Viaggio a Reims targato ASLICO. La prima nota positiva è la direzione di Michele Spotti che a soli 25 anni tiene testa con ottimo ritmo, senso del teatro e tenuta del palco invidiabile, ad una partitura che facile non è. Non ci sono sbavature nella sua direzione, non ci sono scollature con le voci, non ci sono tempi morti e impacci: il che è un vero miracolo tenendo conto della relativa inesperienza del cast e di un’orchestra che non è certo impeccabile (il Gran Pezzo Concertato a 14 voci è splendido). Positiva, nel complesso, anche la prova del cast. Con alti e bassi naturalmente e con l’attenuante – che si concede volentieri – della giovinezza: certo molte cose son da sistemare, soprattutto il controllo della voce, ma l’impegno c’è e si sente. Personalmente ho trovato migliore il reparto maschile. Quindi mi piace citare tutti gli interpreti principali: Irene Molinari e Francesca Benitez (Marchesa Melibea e Contessa di Folleville), Matteo Roma e Ruzil Gatin (Cavaliere Belfiore e un Conte Libenskof di insolita potenza), Andrea Patucelli e Vincenzo Nizzardo (Lord Sidney e Don Profondo), Giuseppe Esposito e Guido Dazzini (Barone di Trombonok e Don Alvaro) e infine Maria Laura Iacobellis (Corinna). Una nota a margine e un elogio particolare a Marigona Qerkezi – Madama Cortese – che, essendo valente flautista accompagna sul palco Lord Sidney nell’obbligato di flauto che introduce la sua aria. Non certo esecuzioni impeccabili (una saggia prudenza nelle agilità, qualche difficoltà in acuto, poco controllo nel dosare l’emissione, qualche ingenuità interpretativa…ci sta), ma sempre gradevoli. Qualche perplessità in più, invece, va riservata alla regia. La messinscena è contemporanea e funzionale (gli interni di un albergo contemporaneo con spa): ben realizzata e fedele allo spunto narrativo. Purtroppo la regia di Michael Zaniecki, in alcuni punti, per voglia di strafare (strizzando probabilmente l’occhio a certa passione per lo scandalo) ha peccato in eccesso, caricando la trama con inutili sottolineature o gratuite trovate. Così mentre divertente e riuscita era l’inizio dell’opera con il coro che entra dal fondo della sala e comincia a cantare sparso per la platea, o l’ambientazione del duetto Corinna/Belfiore nella sauna, o il sestetto che introduce gli ospiti davanti alle rispettive camere, ho trovato del tutto gratuita la sottolineatura di un presunta ossessione sessuale tra i personaggi, così da rendere la stretta del Gran Pezzo Concertato una specie di orgia (immancabile la sottolineatura omoerotica di Don Profondo che sculaccia ritmicamente Prudenzio), o la serva Modestina che si infratta ad ogni occasione, o l’ingiustificabile liaison tra Trombonok e Madama Cortese. Neppure mi è piaciuto la festa finale, con le bandiere proiettate sullo sfondo durante gli inni nazionali (una roba più da villaggio vacanze), o la caratterizzazione di Lord Sidney, bullizzato ad ogni occasione da tutti gli altri e raffigurato come un debole e timido innamorato. Una cosa però l’ho trovata davvero inaccettabile (e non è la prima volta al Ponchielli, ricordo ancora la querelle – su queste pagine – dell’Holländer): l’uso di amplificazione per determinati effetti. In questo caso l’arpa che accompagna i due interventi solistici di Corinna: l’arpista (dietro la scena) è stata infatti amplificata in sala. Alla fine è stata una serata molto piacevole che avrebbe meritato più pubblico.

Gli ascolti:

Gran pezzo concertato a 14 voci (Pesaro 1984)

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5 pensieri su “Medaglie incomparabili? “Il viaggio a Reims” di Cremona

  1. Alla fine é piu una recita scolastica che altro e per questo va valutata. Sicuramente quest’opera forse più di ogni altra del catalogo rossiniano é stata valido motivo per capire il senso e l’utilità della filologia musicale nel mondo contemporaneo e considerando il titolo e l’autore un lavoro non facile. Non facile ovviamente per chi ha il coraggio Di eseguirla quindi plaudo a Cremona e alla compagnia Di canto. Ma alla fine é quasi una compagnia amatoriale e quindi se vado a vedere Goldoni in una compagnia Di teatro del centro anziani o giovanile plaudo per quello e quindi complimenti per il coraggio. e la volontà.

  2. Infatti Nicola. Aspettarsi esecuzioni perfette o giudicare questo spettacolo confrontandolo con le glorie passate sarebbe stato disonesto. E’ chiaro che non cantavano Ramey, Merritt, la Cuberli o Raimondi. Quel che ho davvero apprezzato è stato l’impegno e la serietà. L’evidente preparazione ed il lavoro d’insieme. Però il direttore è stato davvero molto bravo (molto meglio di Dantone nell’ultima comparsa scaligera del Viaggio). L’hai visto a Cremona o a Como?

  3. Certamente e concordo sul fatto che sia un musicista che vale. Sono un po’ perplesso al solito sulla regia e basta con queste proiezioni si inventino altro! Ormai sono scontate come gli specchi e sfondi bianchi a questo punto che allestiscano gli spettacoli in qualche negozio di arredamento e fanno prima almeno il pubblico sta comodo!

  4. Concordo sulla direzione di Spotti anche se in alcuni momenti i solisti risultavano sovrastati dal volume dell’orchestra (almeno questo è quello che sentivo dalla mia posizione in sala). Mi ha colpito positivamente la sintonia con i cantanti: si vedeva chiaramente che li ha condotti dove voleva. Personalmente ho trovato un po’ gratuite alcune nudità. Pur riconoscendo l’impegno e la preparazione del cast e la parziale inesperienza dei giovani cantanti ho trovato particolarmente brado lord Sidney e stucchevole Corinna, ma lo spettacolo nel complesso ha funzionato davvero. Peccato per i cremonesi che hanno affollato Tosca e si sono lasciati scappare il Viaggio.

    • L’acustica del Ponchielli è un po’ bizzarra, io ero in platea e i volumi mi sono sembrati corretti, salvo qualche eccesso del Conte Libenskof. Mi è spiaciuto vedere poca gente e soprattutto posti lasciati durante l’intervallo.

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