Africaine alla Fenice. Chiacchiere dopo la domenicale

Chiose alla recensione della trasmissione radiofonica dopo aver presenziato alla recita di ieri, quarta ed ultima del primo cast.
Africaine è un‘opera bellissima, di grandissima forza teatrale, capace di trattenere l’attenzione degli spettatori continuamente. Ieri le mie quattro ore di teatro mi sono parse…. un attimo. Il tempo di mettermi a sedere ed era già finita! Sarei rimasta lì a rivederla da capo, anche se è stata rappresentata con difficoltà ed avrebbe richiesto in ogni settore dello spettacolo altro. Sarà stata la mia immaginazione, ma non c’è stata scena, anche la peggio eseguita, che non mi sia parsa sorretta da un senso magistrale del teatro, inteso come divertimento sonoro e visivo, fantasia, desiderio di cogliere lo spettatore in contropiede, di inventare qualcosa di inatteso o di nuovo ad ogni occasione. Il musicista per communis opinio definito privo di invenzione, è parso alla prova del teatro piuttosto un concertatore originale, interessato a cambiare e variare continuamente piuttosto che a sviluppare fino in fondo un’idea melodica. L’obbiettivo meyerbeeriano è fare teatro, nel più puro senso dell’art pour l’art, un teatro ricreativo ma difficilissimo da realizzare, che esige altissimi valori vocali, orchestrali e scenici e argomento poco artistico, ma essenziale per la vita del melodramma molto denaro. Un’arte cantata da voci che per irrinunciabile necessità devono essere importanti, grandi e corpose: non c’è un passo, salvo che per i comprimari, che lasci spazio a voci modeste o stimbrate o poco resistenti: Le vocine non sono ammesse, la favola scenica di Meyerbeer è affare da giganti in ogni senso e sotto ogni versante, e quindi non solo vocale, ma anche interpretativo
Devo dire che la cosa peggiore, nell’esperienza dal vivo, mi è parsa la direzione. La realtà del teatro ha condannato l’insopportabile e gassoso Villaume prima ancora che per la sua forbice sconsiderata (tagliare senza far pesare il taglio è arte ormai persa), per l’orchestra pesante, noiosa, insopportabile con cui ha ammorbato il pubblico e distrutto scene bellissime. E in questo ha bissato l’exploit del Crociato! Il primo atto, la scena del Consiglio, diretta come una messa funebre; il concertato I, un momento di atletismo orchestrale e vocale trascinato senza nessun vigore e con inutili clangori ( tralasciamo poi il fatto che di solito tra primo e secondo tenore, come già in Ugonotti, i due uomini immagino debbano giocare sullo scambio di linea per alleggerire il primo alle puntature ma per queste cose non c’era nemmeno l’idea ieri e allora ha puntato solo Kunde, una volta direi, accollando si l’onere di “tirare” più lui della buca). All’atto secondo l’air de somneil è stata staccata ad una lentezza che avrebbe schiantato la Ponselle, inadeguato ad una giovane ed imperita cantante sottodimensionata alla parte da ogni punto di vista e che per questo avrebbe avuto di andatura spedita, che occultasse i limiti dell’esecutrice. Di nuovo, fascino orchestrale nullo, quindi duetto Vasco Selika, ancora senza passione. Un filo meglio in concertato II, ma solo perché il brano di suo è più facile, la Pratt svettava negli acuti ed allora c’era un po’ di tensione in sala. Meglio la scena della nave, stupendamente ricostruita, con quell’assalto impressionante e teatrale. Poi lo scempio indecente degli ultimi due atti, che dal vivo è stato maggiormente percepibile, la geometria dell’opera tutta scombicchierata, insomma, siamo andati via col senso di averne visto un pezzo, e che alla fine l’opera fosse moncone. Esistono tagli e tagli, anzi, diciamo che anche quella del tagli è un ‘arte. Ne sa qualcosa il vituperato Bonynge, capace di ridurre gli Ugonotti a due ore e quaranta di musica senza snaturare l’opera e restituendola con le debite proporzioni: un capolavoro di sartoria da spartito. Villaume è riuscita anche a tagliare senza vero bisogno, operando scelte che hanno penalizzato troppo alcune scene, i duetti d’amore in particolare e la grande scena di Nelusco al II atto (il famosissimo “Figlia di regi”), dove ci è stato fatto sentire appena l’incipit per poi calare la sua ghigliottina. La parte di Ines pareva da comprimaria per i motivi già detti, ma anche Selika è sempre rimasta un passo indietro a Vasco, e questa è stata opera della bacchetta, non certo di Meyerbeer. Introduzioni orchestrali ai numeri, la giustapposizione delle due donne, diverse ma entrambi grandi figure, il canto di Nelusco, sia quello di slancio che quello di stile (non per nulla i grandi Nelusko si chiamavano Leon Melchisedech, Antonio Cotogni, Mattia Battistini), sono tutti aspetti dell’opera che non sono emersi nei modi e con gli equilibri dovuti. Tutto ruotava su Vasco –Kunde, che mi ha impressionato solo per la forza fisica che ha opposto ad una parte che non può più (o mai?) cantare. La voce sulle note tenute oscilla, al centro ha una bella sonorità ma è sgradevole, legnosa, gli acuti ghermiti. Ha cantato, comunque, meglio che alla prima, tenendo sempre in mano le redini di Vasco e della serata. Vasco però è altro, ossia la voce a fuoco sul centro, di forza e non di sforzo, tonante, magari anche di bel timbro, insomma il genere di canto scomparso con i Tucker ed i Bergonzi. Non è vocio mania, ma esigenza  di Meyerbeer.
Jessica Pratt mi è piaciuta di più che non alla generale: ha cantato molto bene l’ensemble della prigione del secondo atto, dove ha accentato di più oltre a “tirare” il tutto con gli acuti. L’aria è stata cantata meglio, senza certe fissità, omessa la cadenzaccia della prima, mentre è rimasta l’impressione che né lei né il maestro in buca sapessero come gestire la scena. E’ certo che un soprano lirico, con le note centro gravi più importanti, possa essere più a suo agio in “Adieu mon rivage”, sempre nell’ottica di un maggior tonnellaggio medio delle voci di Meyerbeer.
La signora Simeoni anche in teatro mi è parsa voce inferiore alle necessità della parte. Il suo mezzo si può adattare a certo Mozart o a parti di seconda donna protoromantiche, con buona pace della patente di voce verdiana incamerata nel concorso di Parma. Le Ponselle, le Matzenauer, le Caniglia, le Arroyo, le Bumbry o altre grandi Selika erano voci incommensurabili con la sua per qualità timbrica ed ampiezza. Sui problemi tecnici sorvoliamo, indelebile, invece, la questione dell’allure scenico che fa difetto a questa ragazza carina e garbata, ma tanto lontana dal poter incarnare un personaggio tanto fascinoso ed esotico quale Selika dovrebbe essere. Di Nelusko, personaggio baldanzoso, nobile ed innamorato fino alla rinuncia finale, si è percepito poco per le ragioni già dette. Il teatro non ha cambiato di molto l’idea trasmessa dalla radio.
Quanto allo spettacolo di Muscato mi è parso riuscito bene, con gusto e pertinenza, pur nella ristrettezza di mezzi. Avremmo potuto fare a meno delle proiezioni ad inizio atto, di cui ormai si abusa in ogni occasione, perché il realismo fotografico delle immagini è altro mondo ed altra cifra dalla storia narrata da Scribe, trionfo di fantasia ed immaginazione che dalla storia trae solo spunto.
I lati positivi dell’operazione risiedono nei commenti di signore veneziane sedute davanti a noi, alla loro terza recita consecutive, felici di avere scoperto un ‘opera meno banale e stravista della Traviata e del Rigoletto, mentre i lati divertenti sono stati nei commenti alla toeletta, dove alcune ritrovavano un che d Butterfly in questa rara opera di Meyerbeer! 

 

 

 

4 pensieri su “Africaine alla Fenice. Chiacchiere dopo la domenicale

  1. Che Grisi manierata! 😀
    Scherzi a parte, anch’io voglio difendere la bellezza di quest’opera dalle varie accuse che giravano anche ieri.
    Mentre tornavo oggi in treno riascoltavo Verrett-Domingo (concedetemlo :D) e mi chiedevo, per quanto possa valere questo gioco un po’ infantile, cosa mancava alla recita di ieri: due cose, secondo me. Una protagonista in grazia e un direttore che sapesse tenere sempre alta la tensione… e se un direttore non riesce a fare questo a costo di tagliare tutto quello che è stato tagliato, meglio che cambi mestiere!

  2. Ma anche il terzo importante momento solistico di Nelusko, l’aria del quarto atto, ha subito un taglio barbaro! Cioè, di fatto hanno tagliato l’aria vera e propria in cui il baritono canta sul coro concertato, passando subito al tempo veloce conclusivo! Uno scempio, se pensiamo che questo era uno dei pezzi che i baritoni del primo Novecento non mancavano di incidere, il che significa che era considerato un momento saliente dell’opera, amato dai cantanti e dal pubblico.

Lascia un commento