Semiramide a Venezia

92513-3xsbm1539952969-cropSemiramide è un’opera talmente straordinaria da esercitare la sua seducente attrattiva sul pubblico persino in tempi bui come questi, in cui la lirica è ridotta a parodia di se stessa e la voglia di andare a teatro non c’è davvero più. Quello che viaggia verso Venezia è il treno dei desideri e va all’incontrario esattamente come quello di “Azzurro”: inutile cercare di leggere per far passare il tempo, perché i pensieri su Semiramide, non soltanto ricordi, sono troppo numerosi. Semiramide evoca e rievoca senza sosta, è quasi un riflesso incondizionato. Le recensioni del successo delle prime recite di questa produzione veneziana descrivono qualcosa che, alla lettera, sarebbe il racconto dell’esecuzione londinese del 1986, baritenore incluso: si sa già che è tutto fasullo, che gran parte delle parole non stanno né in cielo né in terra e la promessa in teatro non sarà certamente mantenuta, ma …il treno viaggia e ci si vuole sedere lo stesso in teatro. Non foss’altro per la curiosità di vedere questi signori di oggi alle prese con il capolavoro dell’opera tragica italiana in un’edizione integrale del gigante, con da capi e code e reiterazioni annesse connesse, magi etc etc, Un qualcosa che non si sono permesse neppure la Sutherland e la Horne nel secolo scorso, men che meno le dive dell’Ottocento. Mentre ti avvicini al teatro sai già che sono le velleità di chi forse è profondamente incosciente dei propri limitati mezzi o, piuttosto, ne è coscientissimo e tenta di mascherare così la propria inadeguatezza, esponendo pure l’autografo della partitura nel foyer, a difendere il palco in avanscoperta.

Sulla terra si cade subito sin dalla sinfonia, infatti, che il signor Frizza sbacchetta senza un alito di mistero, di tragedia o di quella sublime nevrosi che, suonata con leggerezza, servirebbe a Rossini per portare lo spettatore fuori dalla realtà del teatro, nel mondo delle idee e delle immagini. L‘orchestra ha un sound tipicamente campagnolo, con gli ottoni e le percussioni che per tutta la sera non trovano mai un equilibrio con le altre sezioni, i primi a tutto spiano, in “suon festante”, le seconde un tam tam primordiale e crudo; la musica sembra sempre ferma o trattenuta all’indietro, nulla scorre nella sala. Il pomeriggio avanza in compagnia di un’ esecuzione meccanica e senza nerbo, che trasforma momenti di grande slancio e vigore, quali il duetto che apre il secondo atto, in una lieta scampagnata oppure il “ Qual mesto gemito” e il finale primo in clangori inconcludenti, del tutto privi di vis tragica e potenza. Il mistero della scena del tempio di Arsace azzerato come la leggerezza dell’introduzione e dell’accompagnamento al “Bel raggio”, un fiacco po po po po sempre fermo e…da tirare. Il coro dei magi, all’ultimo atto, portatori di mistero, ha la stessa aura di “Bel conforto al mietitor”. Perché ripristinarlo ? per storpiarlo?
Le cose non vanno meglio con l’allestimento. Dopo la sinfonia, durante la quale Semiramide, al proscenio, è costretta a pulirsi le mani dal sangue del marito che, a dire il vero, avrebbe avvelenato, la tela si apre e sappiamo subito dove ci troviamo, ossia nel low cost profondo. Così profondo che ci sono le scene solo nel primo atto, con buona pace della regista, che ci assicura però che questo atto ha luogo…nell’anima! Solo che il senso dell’astrazione della signorina Ligorio è tale che per tutta la sera non fa che evocare l’immagine di una spa o altro dal mondo di ideale di Semiramde, come gli psudo Siddartha che si aggirano per la scena o Assur che sembra l’apparizione della contessa della Dama di Picche. I costumi sono brutti ed economici, mocassini e stivaletti a punta, jeans neri, veli e copricapi da apicultori in lutto appaiono e devastano la nostra immaginazione, comprese le volgarità dispensateci al “Bel raggio”.
Siamo in provincia, e di quella che trasuda senso di raffazzonamento; le 4 ore e mezza lunghe da passare ad occhi aperti con questo visual lontano anni luce dal testo.
Jessica Pratt regge la produzione, immagino pensata per lei. Sulla Pratt, more solito, si sono concentrati gli esercizi di critica di chi poi le altre di oggi, ben peggiori, non sente, trovando da rimarcare mancanza di accento o di suono o accusando il soprano di rifugiarsi nel coccodè. Semiramide nella storia è stata appannaggio di voci lirico leggere, più o meno ampie ed importanti, penso alla Anderson, alla Cuberli e prima alla Sutherland, ma mai da soprani sfogati come la Pratt. Gruberova e Devia sono fuggite subito dal ruolo a causa delle esigenze di accento tragico e dell’agilità di forza. In Semiramide la Pratt non riesce sempre a nascondere la debolezza del centro, ma ha nell’agilità e nell’uso dei trasporti gli strumenti che le consentono di essere amazzone imperiosa e di avere una buona vis tragica. In questo esercita le sue peculiarità, quelle dell’ampiezza e dello slancio nell’acuto e nel virtuosismo di forza che le altre due sue omologhe non possedevano in eguale misura. E così la sua Semiramide vive e brilla, sopratutto nel secondo atto dove si impone su tutti, anche se l’aura ed il carisma insito nel canto di altri soprani che l’hanno preceduta, a cominciare dalla sua maestra, a volte mancano. La Pratt usa con gran sicurezza i primi acuti e l’agilità, ma potrebbe ancora di più sfruttare il trasporto. Proprio la Sutherland con la sua grande ed ampia voce, trasportava passi come il Giuramento in misura ancor maggiore, come qui sotto abbiamo modo di sentire, cosa che avrebbe giovato alla Pratt, costretta in fondo alla scena dalla regia agli inizi del finale I.
Nessun soprano moderno ha saputo essere al contempo sensuale, lirica e tragica, perché mancava o l’una o l’altra componente e la più completa, con buona pace di tutte le fiabe sulla voce Colbran, resta proprio la Sutherland che allo spartito ( grazie al marito ) ha messo mano in maniera estesa pur disponendo di un mezzo e di una perfezione tecniche, sopratutto il languore, superiori alla Pratt. Non vedo in che cosa sia limitato il suo personaggio, che vocalmente non manca né di lirismo ( penso ai duetti o alla preghiera ) nè di grande slancio ( il mordente esibito al duetto con Assur non lo ricordo in nessuna ). E’ solo che per una volta la guerriera sopravanza la seduttrice.
Teresa Iervolino stupisce solo perchè con la voce messa in quel modo riesce a cantare la parte. La posizione di canto è bassissima, profondamente ingolata in tutti i registri, il suono destinato a restare sul palco senza proiezione ed espansione. Il legato manca perché non c’è il fiato a reggere il suono. Ricorda un po’ un certo modo di cantare della Podles o della Terrani a fine carriera nei suoni foschi e tubati, ma non possiede né lo smalto in acuto della prima né il mezzo sontuoso e stupefacente della seconda. Il suono stenta ad uscire dal palco e spesso è coperta o dalla buca o dai colleghi. A mio avviso manca proprio di impostazione: nessun suono è avanti, le frasi sono tendenzialmente corte, col ricorso a qualche staccatino provvidenziale, gli acuti, presi da sotto tipo Barcellona. Il personaggio sarebbe anche giusto, approcciato con grazia e senza gigionerie, ma la vocalità di Arsace pretende cantanti completi perchè le intenzioni si sviluppino e prendano vita. Alla Fenice la Horne porgeva i Palpiti tutti a fior di labbro, il suono avanti, col sorriso e la voce volava leggera e penetrante……oggi non c’ è mezzosoprano che non sia tutto ingolfato ed intubato, e lo spettatore avvolto dal senso di fatica che si irradia dal palco. La cosa grave è che nessuno se ne accorga o glielo scriva, a riprova della catastrofe culturale in cui versa la lirica al di là ed al di qua del palco. Quando canta un mezzosoprano oggi, registro in cui si ascoltano le mostruosità più mostruose in fatto di tecnica, tutti unanimi a parlare di bravura e a fare esercizio di lodi. Vi sembra possibile andare avanti in questo modo?
Alex Esposito, esagerato nella recitazione, canta riuscendo a dare buona sonorità alla sua modesta voce, che normalmente spinge ed usa sul forte. Lo sa fare bene, e si avvale di ogni mezzo e trucco, inclusi gli eccessi naturalistici alla actor’s studio che spaccia per interpretazione e da cui traspare la sua sola vera forza, ossia la convinzione di sé. Di Assur gli manca l’ampiezza, quella necessaria cavata che su cui si regge la grande scena del II atto o il “D’un tenero amore”. Emerge negli ensemble e si impone al primo atto, per poi calare nel secondo, subendo prima la Pratt al duetto e quindi la tragedia al “Deh ti ferma, ti placa”. La coloratura è a tratti buona e tratti abborracciata, a seconda del brano. Anche lui si è inventato cantante tragico in forza del deserto in cui viviamo, ma la voce di basso, anche bass baritone correttamente emessa, ha armonici, non spinge sul forte per una intera sera, insomma è altra cosa.
Enea Scala è stato molto applaudito alle sue due arie. Si autodefinisce oggi baritenore e non si capisce perché, mentre si lancia in acuti e ghirigori. Non posso dire che le note non le faccia e che non sia un po’ meglio che in passato. Resta il punto di come le fa, con la gola piena di fibra e acuti di strozza. E’ la degenerazione moderna della tecnica, che anzichè liberare il suono del cantante lo imbriglia in gola e obbliga a spingere e urlare ogni nota. Quel che esce da questi cantanti col mondo ideale del sound omogeneo, astratto e puro, con l’idealità della voce fatta strumento, ossia del belcanto, nulla c’entra e solo il pubblico di oggi, abituato a bestiari e canee di ogni genere, può premiare siffatte storture vocali. Anche su di lui, critiche osannanti.
Un evento di successo dunque, molto piaciuto al pubblico perchè superiore, ritengo, alla media corrente degli spettacoli. ma che nulla aggiunge o dice a quanto già avevamo udito in passato.
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43 pensieri su “Semiramide a Venezia

  1. grazie della bella recensione, solo una domanda, che spero voglia colmare una mia reale ignoranza (altrimenti è una domanda provocatoria): che cosa (si deve) intendi(ere) per “ampiezza”? La Pratt avrebbe “ampiezza”?

      • Non sono un fanatico della Pratt, ma questo lo confermo di certo!
        (Ma dello spettacolo non gira nessun audio/video? non si trova nulla in rete, sembra che la diretta Rai del 19/10 che non ho potuto seguire sia passata inosservata…)

      • In una lettera, se non ricordo male indirizzata a Giulio Ricordi, e parlando di una cantante che avrebbe dovuto interpretare un suo ruolo, Verdi scrisse: “non mi interessa che la voce sia grossa o sia piccola; mi interessa che si senta”. Ecco, io direi che con ampiezza (e proiezione) si intenda la capacità di farsi sentire, di lasciar espandere la voce nella sala, di “lanciarla” dal palcoscenico.
        Anni fa, in un non felicissimo Gianni Schicchi alla Scala, ebbi la netta impressione che l’unico a sentirsi veramente bene fosse Ernesto Gavazzi (non certo una GRANDE voce). Ecco, forse la voce di Gavazzi non era ampia, sicuramente era proiettata.
        In ogni caso, direi che è una caratteristica che non è direttamente collegata al volume (anche se una voce ampia, che vuol anche dire non costretta in gola ma “lasciata andare”, è percepita come voluminosa poiché, tornando a Verdi, “si sente”); di certo è collegata all’udibilità di un cantante.
        Purtroppo non ho mai sentito la Pratt dal vivo; a giudicare da quello che si sente per radio, non stento a credere che in sala la voce si espanda e sia ampia, perché l’impressione che ho è che la sua voce sia molto “sganciata” dai muscoli, sia libera e, quindi, come si suol dire “corra per la sala” (questo del suono che corre è un problema che si pongono anche gli strumentisti, specialmente quelli che suonano strumenti a fiato, ma non solo).

  2. Concordo con la recensione. Inoltre mancando di sfumature questa incapacità di gestire il fiato e quindi il suono porta sempre i cantanti a stare sul forte mezzo forte i piano e pianissimo non é dato sentire e se devo dirla tutta non mi convincono neanche quelli della caballe. Perché cantare sempre senza sfumature così per forza che non fraseggiano! E tutto li alla fine se sai respirare canti bene se no al più si porta a casa parte del ruolo e quindi insufficenza. La pratt canta bene però a volte come in questo caso sbaglia ruolo e quindi la colpa é anche dei maestri o agenti.

  3. Ero presente in sala sabato e ho resistito fino alla fine solo perché Semiramide mi piace molto. Ho trovato la direzione mediocre, pesante volgare, Enea Scala mi fa venire il mal di gola ogni volta che lo sento talmente è forzato e palesemente a disagio nella coloratura . Esposito (decente Leporello) canticchia la parta di Assur e gigioneggia come un matto. La Pratt (Giulia mi spiace contraddirti!) è , come al solito, una delusione. Dopo la sua strabiliante Lucia di anni fa e dei buoni Puritani sembra perennemente in cerca di un ruolo che le si addica. E’ bravina , ma nulla più. Qua e là piazza degli acuti notevoli , ma in un ruolo rossiniano come questo mai che esegua un trillo, una filatura , una variazione che ti lasci a bocca aperta. Il temperamento, diciamola tutta, è quello adatto per cantare Mimì o Margherita del Faust… La Iervolino mi ha invece sorpreso in positivo. La sua tecnica di emissione è discutibile e a tratti sgradevole, ma le agilità sono dipanate con velocità, senso acrobatico, voglia di emergere. Insomma tenta di ricordarci che , come scrisse Celletti, il senso orgiastico della coloratura(che alla Pratt manca in toto) è qualità imprescindibile del grande interprete rossiniano. Della regia non voglio sprecar tempo per deprecarla…

  4. i pianissimi della caballè si sentivano anche nei palchi centrali della scala posti interni almeno quando era una cantante seria ovvero sino al 1976, poi …. pace all’anima sua.
    io non credo che Jessica Pratt abbia sbagliato ruolo, perchè la regina guerriera (virago) le sta a meraviglia. Certo cantanti come la Pratt meriterebbero come le colleghe delle generazioni precedenti ripassatori di spartito come Ricci o Tonini che ti pensavano o aiutavano a pensare la parte per Te e direttori come Bonynge. Qui abbiamo dei rumorosi o inetti battisolfa e quanto ai ripassatori di spartito e support filologici ( o auto proclamatisi tali) sono così improvvisati che non sanno neppure che le cadenze delle Marchisio sono in parte pubblicate da Ricordi e si trovano in parecchie biblioteche non solo italiane e naturalmente si scaricano on line……

    • Mi sembra una logica un po’ illogica… Cantanti come la Pratt meritano un repertorio giusto e direttori capaci a rendere giustizia a capolavori come Semiramide, non ad anonimi battitori di tempo (oggi come in passato). Quanto a Bonynge…per carità, credo che Semiramide meriti ben altro (ovviamente non Frizza). Non comprendo tuttavia l’ennesima e stucchevole tirata antifilologica, come se fosse un reato presentare un testo corretto (che ad esempio non interpoli tra tagli inenarrabili e osceni un farlocco lieto fine…). Sulle cadenze mi piacerebbe non sentire mai più gli orrori fine ‘800 e le infiorettature liberty coi picchettati da gallina coccodè. Per questo preferirei che venissero utilizzate cadenze scritte ad hoc senza scimiottare le dive del passato prossimo, remoto o preistorico.

    • cosa significa “la filologia va saputa usare”? La filologia è lo strumento per presentare testi corretti e completi, cosa si dovrebbe “usare” di diverso? Credo vi sia grande confusione in merito…e si attribuiscono alla “filologia” (e ai suoi “complotti”) cose che non c’entrano nulla…del resto a me piace leggere un testo senza errori di ortografia e battitura, ma se tu preferisci usare testi sbagliati solo perché li usava il tris nonno…non so che dire. Credo che questa crociata anti filologica sia una battaglia (per fortuna persa) che assomiglia alle sparate degli antivaccinisti

  5. L’accenno dell’amico Domenico alla Caballé mi suggerisce una considerazione: se è vero – ed è effettivamente vero – che alla Pratt manca il senso del tragico in Semiramide (risolta, tuttavia, con altra interpretazione legittimamente differente), mi chiedo dove fosse tutta questa tragedia nelle versioni ancora oggi prese a modello ossia Anderson, Sutherland e, soprattutto, Caballé…cantante, quest’ultima, che non aveva certo nel contegno tragico e nei recitativi scolpiti, il meglio della sua arte. Leggendo in rete certi “distinguo” mi convinco che spesso si voglia trovare il pelo nell’uovo, come se fino ad oggi Semiramide fosse stata cantata da cloni della Callas.

  6. Massimo Mila – in occasione della ripresa scaligera del 1962 – giudicò molto negativamente Semiramide, la cui musica ritenne in prevalenza spregevole ( letterale ). Una rinnovata e meno ingenerosa considerazione critica nacque soprattutto dalla prassi esecutiva, principalmente la storica incisione discografica Sutherland/Horne/Bonynge ( peraltro filologicamente molto infedele ) e le indimenticabili riprese teatrali Zedda/Pizzi. Un’ attuale esecuzione integrale dell’opera va benissimo, né dobbiamo necessariamente aspettarci improbabili resurrezioni di Sutherland e Horne. La parte di Semiramide, tagliata su misura per la Colbran, credo sia tale da mettere in difficoltà qualunque soprano, Sutherland compresa ( per la quale difatti Bonynge fece molti trasporti di tono ). Comprensibili dunque le sensibili difficoltà incontrate dalla Pratt nei gravi. Mi sbaglierò ma mi è sembrato di avvertire anche una certa mancanza di scioltezza nella coloratura: comunque una buona prova, forse un po’ troppo portata allo sganciamento di bombastici acuti e un po’ inerte nel fraseggio e nella dizione. Brava mi è sembrata anche la Jervolino: una maggiore precisione nella parola scenica, un timbro morbido, un canto elegante e fluido: un Arsace d’impostazione più lirica rispetto a quello androgino e muscolare della (somma e ovviamente incomparabile) Horne. A mio parere valgono per la Iervolino le parole che Mila scrisse, sempre nel ‘62, per l’Arsace della Simionato: “capisce quello che canta e anche in mezzo ai più cincischiati vocalizzi riesce sempre a cantare delle parole (…) con le consonanti e tutto, invece di gargarizzare a vuoto sopra vocali irriconoscibili”.

      • Non esageriamo..diciamo che comunque va analizzato il commento dal punto di vista dell’ ascoltatore di quel tempo. Il Rossini proposto evidentemente si scostava troppo da quello che era l’immaginario comune e comunque Mila ha avuto altri meriti secondo me. In ogni caso Mila nella mia biblioteca personale non lo terrei come punto di riferimento.

        • Adesso non esageriamo. Mila, che se ne condivida o meno l’approccio musicologico, ha rappresentato una figura di altissimo profilo nella cultura italiana del secolo scorso. Il fatto che egli non apprezzi alcuni aspetti del teatro rossiniano ( ad esempio detestava cordialmente “Il viaggio a Reims” ) mi induce non a liquidare frettolosamente la questione ma ad approfondire e a pormi domande sul perche’ di tale posizione, benche’ non la condivida che in parte. Del resto non e’ il solo tra i colossi della musicologia novecentesca ad amare poco icerto Rossini , basti pensare al memorabile ( e denigratorio ) passo di Kerman su Otello.

          • Esiste anche la musicologia vecchia e superata. Come quella che spaccio Puccini per musica da poco ad esempio…Su rossini mi pare si sia andati molto oltre mila ….

          • Che Mila rappresenti una figura di altissimo profilo nella cultura italiana del Novecento è uno di quei miti che si perpetuano per pura pigrizia mentale.
            Basta leggere il saggio sul teatro verdiano, pieno di imbarazzanti affermazioni non di natura musicologica ma piuttosto psicologica (e anche un po’ spicciola), come Azucena, promossa da Deus ex Machina a protagonista poiché La Mamma. Trovatore

          • cont…
            Ha ragione Giulia: tutto invecchia, ma non tutto invecchia nello stesso modo.
            Adorno è certo datato ma è una gran bella lettura e un classico. Di Mila se ne può fare comodamente a meno….

          • Anche di Verdi e di Rossini, e soprattutto di Lilybart, si può fare a meno…

          • Di Mila non ho mai trovato condivisibile l’approccio storicistico di fondo. Per non parlare di Adorno , secondo il quale – per rimanere nell’ambito delle notazioni psicologiche (o psichiatriche) imbarazzanti – la musica di Stravinskij paleserebbe sintomi di indifferenza ebefrenica e passività catatonica. Tuttavia pensare di potere fare a meno sia dell’uno che dell’altro – addirittura con ostentata tranquillità – sarebbe davvero una pessima idea. Questi si atti di pigrizia mentale.

  7. Tanto state tranquilli che il signor Frizza continuerarlo a bollarlo come specialista del bel canto. Solo che io cose belle non ne ho sentite a cominciare dai corni palesemente stonati. A questo mi chiedo perché spendere i soldi così meglio mettere da parte tutto per qualche vacanza a miami o cortina.

  8. grazie Giulia della bella recensione.
    concordo in massima parte, vorrei solo aggiungere che a me lo spettacolo è piaciuto ma che costantemente ho avuto la chiara sensazione di assistere, per tutte le parti che compongono l’opera, a qualcosa di mai ben risolto.
    Penso alla scenografia che, nel secondo atto, diventa semplicemente un palco nero. Ma penso anche a tutti i cantanti: la stessa Jessica Pratt non mi ha mai convinto del tutto durante il primo atto (però stupendo come ha cantato certe cadenze nel secondo, in zone della voce che evidentemente le sono più congeniali), mentre per quanto riguarda gli altri diciamo che ero andato con aspettative piuttosto basse per quanto riguarda gli uomini, aspettative che sono state, per fortuna, in parte tradite.
    E’ giusto scrivere che questa esecuzione non aggiunge nulla ad altre testimonianze, però è stato tutto molto decente. Se dovessi fare una sintesi del mio ottobre operistico anni ‘820 e ‘830 (Les Huguenots e Semiramide, che vedevo a teatro entrambe per la prima volta) direi che è ancora possibile sperare di vedere, nello ‘020, spettacoli buoni anche se non storici.
    Per quanto riguarda lo spendere i soldi, suggerisco a Biffi altre località: andare in vacanza a miami e cortina è come andare a sentire Jaroussky e la Petibon in opere verdiane! :)

      • si si! m’era uscita la frase meno ironica di quello che volevo. il punto di fondo importante è: se non spendiamo noi che abbiamo un po’ di passione non ci ritroveremo neanche con questi spettacoli decenti. non ricordo, ora come ora, se si sia già discusso di questo tema in questo sito. o se sia un tema troppo stupido, nel qual caso taccio! :) ciao!

    • Aurelio, ti ho già intimato di persona a lasciare stare Patricia Petibon: lo sai che io sono innamorato della sua Zima nelle Indes Galantes di Rameau con Christie. La prossima volta ti meno.
      PS: concordo invece con Aurelio, e con la Grisi, che la Pratt non è malaccio: non sono stato di persona a Venezia per la Semiramide, ma l’ho sentita alla radio, ed è decisamente brava.

  9. Sarà che io adoro il teatro la Fenice, ma trovo le recensioni troppo severe. Concordo che lo spettacolo non brillava per ricchezza scenica, ma ho visto cose molto peggiori, soprattutto di cattivo gusto. Qui almeno il testo era fedelmente rispettato e si è reso benissimo il grosso cambio di registro che ha l’opera fra primis secondo atto. Il finale primo è stato memorabile, anche come regia mi è piaciuto molto. Il secondo atto molto spoglio e senza scene, ha reso tutto più introspettivo, aveva comunque un senso. Concordo su tutto i fronti sui cantanti, a me Esposito è quello che è piaciuto meno, più che altro per lo stile e l’impostazione quasi “verista”. Gli altri, con i limiti vocali e tecnici descritti, erano però molto più allineati ad uno stile esecutivo Rossiniano. Non concordo sulla direzione e l’orchestra, che ho trovato magnifica, precisissima per 4 ore……la gazza ladra alla scala, quella era piena di sbavature in orchestra, qui proprio no. Il direttore molto preciso, poco espressivo magari, però molto solido. Nel complesso la più bella opera di Rossini che ho visto dal vivo, probabilmente merito della partitura più che dell’esecuzione, comunque più che dignitosa ed in grado di restituire intatto il senso del capolavoro.

  10. Non credevo mi sarebbe mai capitato di leggere su Mila e Adorno le stronzate che ho qui letto… Mi scuso per il termine – ma non per il concetto sotteso – tuttavia credo che ridurre l’apporto storico filosofico di Adorno o quello storico musicologo di Mila ad un paio di frasi sul vostro nume tutelare (Rossini) sia profondamente ingiusto ed intellettualmente disonesto. Oppure – come credo – non avete letto/compreso nulla di quanto scritto da Mila o Adorno. Non spetta a me difenderli: non hanno bisogno di difensori e avvocati. Tuttavia mi chiedo se chi ha sentenziato con spocchiosa ignoranza che Mila sarebbe superato, abbia mai letto i testi dedicati al teatro mozartiano (perché – udite udite – esiste altro oltre al melodramma italiota) o alla musica germanica. Idem per Adorno, che voi considererete pure un coglione, ma che resta uno dei massimi filosofi del ‘900. Ora questo non significa essere d’accordo con le loro tesi (quelle di Mila su Semiramide o quelle di Adorno su Puccini), ma semplicemente cogliere la differenza tra opinione e riflessione filosofica. Peraltro anche Montale e Leopardi scrissero spietate critiche sull’opera seria rossiniana: erano dei deficienti anche loro? E’ chiaro che un’opinione estetica va storicizzata: tutto va storicizzato (per questo l’approccio storiografico è l’unico possibile quando si parla di storia della musicata anche) e quindi i giudizi rapportati al gusto e alle conoscenze del tempo in cui sono state espresse. La cosa “straordinaria” è che per ideologica adesione ad una certa idea di tradizionalismo reazionario e acriticamente passatista si danno credito a tutte le storture (musicologiche, filologiche e interpretative) di illustri ignoranti perché sacralizzate in dischi paleolitici e mitizzazioni ingiustificate: come le puttanate scritte da Serafin sul bel canto, mentre si contestano frutti di riflessione e ricerca competente. Queste opinioni in libertà, vomitate su Mila e Adorno, lasciano davvero il tempo che trovano, perché frutto di isteria compulsiva data dalla critica al vostro idolo (il solito Rossini ovviamente). Comunque il repertorio è vasto: Beckmesser insegna e il raglio dell’asino è rumoroso.

    • Credo che il nocciolo della questione su Mila e Adorno (ma la l’elenco potrebbe estendersi) sia il prevalere di considerazioni di natura filosofica (direi quasi ideologica, soprattutto nel caso di Mila) su giudizi prettamente musicologici ed estetici. E’ chiaro che se certe idee si condividono sarà facile accetarne tutto ciò che ne deriva, in caso contrario si tenderà ad evidenziare i limiti di un tale approccio.
      Per il resto (stronzate, musicisti italioti di cui si può fare a meno, etc.), mi astengo dall’entrare nel vivo della polemica, pur avendola involontariamente accesa, perché non mi piace quando il livello della discussione scende sotto la soglia della contumelia.

      • No, la questione è più semplice: ossia l’umiltà di poter considerare che musicologia, filologia e storia della musica siano scienze serie e complesse e che non tutto gira attorno a Rossini o al grottesco serraglio che ne hanno fatto tradizione e fans.

        • Però scusa Duprez ma qua Rossini non c’entra proprio nulla nel senso che qui si fa un discorso generale e non legato al singolo autore. Il punto é semplicemtne uno e cioè che ovviamente i tagli e le edizioni del passato erano prese per buono forse senza troppi giri di parole. Poi qui si parla di opera e quindi la filologia applicata al teatro musicale é senza dubbio più complessa della musica strumentale barocco e musica rinascimentale a parte. In ogni caso ben vengano le edizioni critiche ma come detto non sono testi assoluti proprio perché si parla di prassi storiche e interpretative di quel tempo e quindi un testo unico per quanto esauriente sarà sempre un supporto e basta. Per quanto mi riguarda come scritto in passato posso fare a meno di fortepiani chitaronni ecc. a me interessa che l’esecuzione proposta sia fatta con criterio e basta. Se poi uno infatti prende le sonate di Beethoven della Henle e poi prende quelle sfigate della ricordi edite da casella vedi che sono esattamente le stesse con dinamiche aggiunte. Quindi per me é anche diventata una questione di marketing sopratutto quando vedo autori come stravinsky urtext che era uno di quelli che se avesse potuto avrebbe inserito anche le pause per tossire in parotite. Ma dai siamo seri!

  11. ho assistito alla pomeridiana di domenica 21
    che dire: per Semiramide una pazzia si può fare
    ma una follia no e tale si è dimostrata … a cominciare dall apparizione dell a povera Pratt nell overture tanto inutile quanto pre monitrice di sventurata regia..
    Se la regista si fosse limitata forse ci avrebbe risparmiato qualche mal di pancia , valga su tutti la trovata più esilarante…con le ‘amazzoni’ che passano più di 5 minuti a strofinare per terra il petrolio(?) fuoriuscito dalle lampade ! e poi questo new deal di
    riempire di mimi i momenti topici delle arie e accompagnamenti ha veramente stufato!!.. ma direttori e cantanti non possono mettere un freno alle masturbazioni registiche ?!
    In fondo ci si è mossi per sentire la Pratt, che certo pur riuscendo a portare a casa la recita non fa scattare la ‘molla’ ingrippata da uno spettacolo infelice..e musicalmente orripilante.
    altro che edizione critica..tagliare e sforbiciare…visto la materia prima …Arsace , Jervolino, è un intubato mix di note gravi e spinte sempre più in basso…con infinita incapacità di legare e continue prese di aria imbarazzanti che non molto tempo addietro l avrebbero stesa sul palco subissandola di fischi
    che sarebbero dovuti piovere su questo Frizza ,
    uno specie di tavernello allungato con un moscato lasciato evaporare per una settimana..
    Una banda
    Hanno suonato così male che persino le sbavature
    dei fiati e degli ottoni erano quasi coperti dalla grancassa che inondava..anzi allagava la Fenice e non parliamo di colori musicali e tempi un gran casino…
    Esposito, Assur , si fosse limitato nel cazzeggiare tutto il tempo in questa recitazione ‘buffona’ e sguaiata e cmq risultato convincente aiutato dalla limitata ampiezza del teatro ..e il bell’Enea Idreno ,pur faticando convince con una tecnica di canto rossiniana malgrado un colore e timbro non proprio
    bello …una bella copia di un mini Blake!

    Quanto a Sutherland/Horne / Dupy e Caballe o Terrani
    qui siamo anni Luce

    In sala c’era Pizzi che chissà cosa pensava vedendo questa cosa…vedendo e sentendo!
    Se potessi mettere dei pallini come si fa su tripadvisor darei una palla e mezza su cinque
    le altre tre e mezza sono quelle che mi tirerei in testa
    per essere partito da Milano per andare sino a Venezia..in alternativa 2 le tirerei contro Frizza, 1 contro la regista e mezza ad libitum…
    Marco

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